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Home » Film » Recensioni film » The Plague, la recensione: Un inferno d’acqua e adolescenza

The Plague, la recensione: Un inferno d’acqua e adolescenza

La recensione di The Plague: un film viscerale sull’adolescenza maschile, tra body horror, paura del diverso e crudeltà del branco.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana18 Maggio 2025
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Una scena di The Plague (fonte Spooky Pictures)
Una scena di The Plague (fonte Spooky Pictures)
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Il film: The Plague, 2025. Diretto da: Charlie Polinger. Genere: Drammatico, Horror Psicologico, Coming-of-age. Cast: Everett Blunck, Kayo Martin, Kenny Rasmussen, Joel Edgerton. Durata: 1 ora e 38 minuti. Dove l’abbiamo visto: Presentato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2025.

Trama: Estate 2003. Ben arriva in un campo estivo di pallanuoto e si trova coinvolto in una dinamica sociale crudele e spietata. Tra soprusi, gerarchie invisibili e un misterioso ragazzo isolato dagli altri perché “infetto”, il film racconta l’adolescenza come un incubo emotivo e fisico, con atmosfere inquietanti e sfumature da body horror.

A chi è consigliato? A chi ha apprezzato Il signore delle mosche e cerca un film che affronti la mascolinità adolescenziale con spietata lucidità e tensione crescente. Sconsigliato a chi non ama i racconti di formazione disturbanti o le narrazioni simboliche e angoscianti.


Con The Plague, Charlie Polinger firma un debutto cinematografico potente e disturbante, che racconta l’adolescenza maschile come un territorio ostile, regolato dalla paura, dalla violenza psicologica e da una tensione costante tra conformismo e identità.

Ambientato nell’estate del 2003, all’interno di un campo di pallanuoto per ragazzi, il film costruisce un universo chiuso, claustrofobico e quasi surreale in cui il protagonista Ben, dodici anni, cerca disperatamente di trovare un posto, un ruolo, un’identità. Ma ogni gesto, ogni scelta, ogni relazione è sorvegliata e giudicata da un gruppo che funziona come un organismo crudele, incapace di tollerare il diverso. The Plague non è solo una storia di bullismo o amicizia tradita: è un’immersione viscerale nell’angoscia di essere giovani, maschi, e non avere ancora le parole per definirsi e comprendersi.

La peste come condanna sociale

Il protagonista di The Plague (fonte 
Spooky Pictures)
Il protagonista di The Plague (fonte Spooky Pictures)

Il cuore simbolico del film è racchiuso nella figura di Eli, un ragazzino silenzioso, solitario, etichettato come “infetto” dagli altri membri del gruppo. La “peste” di cui si parla nel titolo non ha mai una definizione chiara: forse è una malattia reale, forse è solo un’invenzione collettiva, un pretesto per isolare chi non si adatta.

Quel che conta, come accade anche ne Il signore delle mosche di William Golding, non è la verità, ma la funzione della paura come collante sociale. Il gruppo si compatta intorno alla persecuzione di un capro espiatorio, e chiunque si avvicini a Eli rischia di diventare il prossimo bersaglio. Ben, inizialmente curioso e compassionevole, si ritrova lacerato tra il desiderio di fare la cosa giusta e il terrore di essere escluso a sua volta. Il film lavora su questa ambiguità con intelligenza e tensione costante, senza mai offrire facili vie d’uscita.

Un’estetica gelida per un’angoscia viscerale

Girato in 35mm, con una palette di grigi e blu freddi e acidi, The Plague è visivamente glaciale e affilato. L’acqua della piscina, che nella nostra memoria cinematografica è spesso simbolo di purezza, gioco o riflessione interiore, diventa qui un elemento minaccioso, quasi tossico. Il campo di pallanuoto è un non-luogo, sigillato dal mondo esterno, dove gli adulti sono fantasmi (Joel Edgerton interpreta un allenatore inadeguato e distante) e i ragazzi si osservano e si giudicano come predatori. Polinger utilizza il body horror non per indulgere nel disgusto, ma per dare forma concreta all’ansia e all’insicurezza: le pustole sulla pelle di Eli, le scene di lavaggio compulsivo, i dettagli dei corpi in trasformazione adolescenziale parlano di un’identità in bilico, costantemente minacciata dalla contaminazione fisica e simbolica.

Il potere del branco e l’orrore del conformismo

Il vero antagonista del film non è Eli, e nemmeno Jake – il ragazzo carismatico che regna sul gruppo con una miscela di intelligenza manipolativa e violenza psicologica – ma il bisogno di appartenere, anche a costo di rinnegare sé stessi. Ben osserva, impara, imita: capisce le regole del gioco e tenta di non finire schiacciato. Ma ogni scelta che compie lo allontana un po’ di più da ciò che sente giusto. È qui che il film si fa veramente universale: The Plague racconta la crescita come un percorso di colpa e vergogna, in cui il prezzo da pagare per essere parte del gruppo può essere la propria umanità. Il branco non tollera l’empatia, e chiunque manifesti un sentimento di cura verso l’altro viene espulso. In questo meccanismo spietato, la “peste” è una condanna sociale che non ha nulla a che vedere con la salute, ma tutto con il rifiuto.

Un trio di attori giovani, una verità emotiva disarmante

Il film si regge su tre interpretazioni magistrali: Everett Blunck nei panni di Ben è straordinario nel mostrare la sottile trasformazione del suo personaggio, dal candore iniziale al compromesso finale. Kayo Martin dà vita a Jake con una lucidità inquietante, restituendoci un leader adolescente che è al tempo stesso affascinante e terrificante. Anche Kenny Rasmussen sorprende: il suo Eli non è mai una semplice vittima, ma un ragazzo complesso, pieno di stranezze, di risorse, di ferite e piccoli gesti che svelano una profondità insospettabile. La chimica tra questi tre personaggi è il cuore pulsante del film, e Polinger è bravo a costruire le dinamiche tra di loro con uno sguardo che non giudica, ma osserva con spietata empatia.

Un film che ti resta sotto la pelle

Il protagonista di The Plague (fonte Spooky Pictures)
Il protagonista di The Plague (fonte Spooky Pictures)

Pur con alcune scelte forse eccessive sul piano drammaturgico (il finale forse e meno forte di quanto potrebbe essere) The Plague riesce a essere un’opera autentica, che non cerca di compiacere né di spiegare troppo. È un film che ti costringe a stare dentro il disagio, a respirarlo insieme ai suoi protagonisti, a riconoscere qualcosa di sé in quei meccanismi sociali così crudeli e infantili. La sua forza sta nella capacità di evocare emozioni profonde attraverso una messa in scena rigorosa e un uso sapiente del suono e della musica. Non è un film facile, e nemmeno per tutti. Ma per chi ci si ritrova, è impossibile dimenticarlo.

La recensione in breve

8.0 Angosciante

The Plague è un'opera disturbante e potente che esplora l’adolescenza maschile come un campo di battaglia sociale, usando atmosfere horror e body horror per raccontare l’esclusione, il conformismo e la perdita dell’innocenza. Un film che angoscia, coinvolge e lascia un segno profondo.

Pro
  1. Ritratto autentico dell’adolescenza come trauma collettivo
  2. Regia visivamente potente e coerente
  3. Cast giovane sorprendente e intensissimo
  4. Ottimo uso del suono e della colonna sonora per costruire angoscia
  5. Metafora efficace dell’esclusione sociale e della paura del diverso
Contro
  1. Alcune sequenze finali troppo cariche o didascaliche
  2. Una tensione drammaturgica non sempre equilibrata
  • Voto CinemaSerieTV 8.0
  • Voto utenti (0 voti) 0
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