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Home » Film » Recensioni film » A Simple Accident, la recensione: una grottesca parabola sulla vendetta e sul potere

A Simple Accident, la recensione: una grottesca parabola sulla vendetta e sul potere

La recensione di A Simple Accident, il film politico e grottesco di Panahi a Cannes 2025: un'ironica discesa negli abissi della repressione iraniana.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana21 Maggio 2025Aggiornato:23 Maggio 2025
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A simple accident, una scena
A simple accident, una scena
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Il film: A Simple Accident, 2025. Diretto da: Jafar Panahi.
Genere: Drammatico, Grottesco, Politico. Cast: Vahid Mobasseri, Maryam Afshari, Mohamad Ali Elyasmehr, Majid Panahi, Georges Hashemzadeh, Ebrahim Azizi, Delmaz Najafi, Afssaneh Najmabadi.
Durata: 1 ora e 45 minuti. Dove l’abbiamo visto: Presentato in concorso al Festival di Cannes 2025.

Trama: Un semplice incidente — l’investimento di un cane su una strada notturna — dà inizio a una catena di eventi grotteschi che coinvolge un gruppo di ex prigionieri politici, convinti di aver ritrovato il loro torturatore. Tra rapimenti, vendette, dubbi e sarcasmo, Jafar Panahi costruisce un racconto feroce e surreale sulla repressione in Iran, in cui il bisogno di giustizia si scontra con l’impossibilità di riconoscere con certezza il male.

A chi è consigliato? A chi cerca un cinema politico che riesce a essere insieme satirico, tragico e lucido. Sconsigliato a chi cerca un racconto lineare o consolatorio: qui l’umorismo è nero e la verità è sempre sfocata.

https://www.youtube.com/watch?v=[INSERIRE LINK DEL TRAILER]


Con A Simple Accident, presentato a Cannes 2025, Jafar Panahi ci accompagna in un viaggio allucinato e doloroso nel cuore dell’Iran contemporaneo. Il film si apre con una scena apparentemente insignificante: un uomo alla guida colpisce un cane durante la notte. Ma da questo evento banale, che dà al film il suo titolo beffardo, si dipana un racconto surreale che scoperchia le dinamiche più perverse di un sistema oppressivo.

Panahi utilizza il linguaggio del grottesco e dell’assurdo per descrivere un paese dove l’esercizio del potere assume forme arbitrarie e deformate, insinuandosi nella vita quotidiana come un veleno invisibile. È un Iran in cui le regole sembrano valere solo per chi non ha strumenti per difendersi, e dove ogni gesto, anche il più innocente, può essere usato contro chi lo compie. In questo contesto, l’umorismo si fa arma di difesa, scudo contro la disperazione. Il film parte con un tono leggero, ma lentamente costruisce un discorso politico ed esistenziale dal peso insostenibile.

Un cineasta in guerra con il potere

Panahi, da tempo sotto osservazione e repressione da parte del regime iraniano, firma qui il suo film forse più diretto e rabbioso. Non ci sono più metafore o sottintesi: la violenza è mostrata, raccontata, evocata senza filtri. Se in passato il regista cercava spazi di libertà dentro le pieghe della narrazione, qui prende posizione apertamente, con un racconto che affonda le sue radici nell’esperienza carceraria condivisa con molti dei personaggi. A Simple Accident è anche un atto di resistenza: Panahi non può smettere di fare cinema, e proprio per questo continua a colpire, con film girati quasi in clandestinità, ma che arrivano potenti nei festival di tutto il mondo.

Un’atmosfera assurda ma stranamente familiare

Il film è costruito come una tragicommedia surreale: la scena iniziale si trasforma presto in un thriller paranoico, con rapimenti, interrogatori improvvisati e una processione grottesca in furgone che attraversa un paesaggio desertico. I personaggi che si uniscono a Vahid sono figure complesse e emblematiche: una fotografa che rifiuta il velo, una sposa in abito bianco, un ex prigioniero ossessionato dalle cospirazioni. Tutti accomunati da un dolore taciuto, che riaffiora con ferocia al primo contatto con il passato. Il film alterna momenti di farsa quasi slapstick a sequenze di inquietudine pura, trovando un equilibrio sorprendente tra leggerezza e tragedia.

Memorie di tortura, memorie di rivolta

Il fulcro del film è la ricerca della verità attraverso la memoria: il presunto torturatore, soprannominato “Peg Leg”, non è mai stato visto in volto, ma viene riconosciuto attraverso dettagli sensoriali – l’odore, il suono della protesi, la voce. È un elemento profondamente simbolico: la violenza non ha bisogno di immagini per imprimersi nella carne. Panahi mette in scena la difficoltà del riconoscere il male quando si è stati troppo a lungo esposti ad esso, e lascia aperta la domanda: si può essere certi della colpa in un contesto in cui la giustizia è sempre stata negata?

Una messa in scena potente nonostante i limiti

Girato con risorse minime, A Simple Accident sorprende per la sua forza visiva e la precisione registica. Il furgone di Vahid diventa un vero teatro mobile, mentre il deserto si fa scenario dell’incertezza morale. Le inquadrature, spesso claustrofobiche, rendono palpabile il senso di prigionia vissuto dai personaggi. Gli attori, per lo più non professionisti, offrono interpretazioni intense e credibili, tra cui spicca Maryam Afshari nei panni della fotografa Shiva. L’equilibrio tra satira e tensione è mantenuto con straordinaria maestria, evitando derive caricaturali anche nei momenti più assurdi, come quello in cui i funzionari corrottissimi accettano tangenti tramite POS portatili.

Tra umanità e ferocia: il dilemma della vendetta

Il sospetto — il padre di famiglia colpito dal caso — si dichiara innocente. E mentre il gruppo di ex detenuti cerca di trovare conferme, emergono dubbi, crepe, esitazioni. Panahi, pur dando voce a un legittimo desiderio di giustizia, invita a interrogarsi sul rischio di trasformare le vittime in carnefici. In un sistema che ha annullato ogni possibilità di verità, la vendetta rischia di essere l’unico linguaggio rimasto. Il film si chiude con un’immagine disturbante e ambigua, che più che dare risposte, lancia un ammonimento: quanto manca alla rivoluzione, e a quale prezzo?

L’ironia come arma di resistenza

Nonostante il suo contenuto feroce, A Simple Accident è anche un film sorprendentemente divertente. Panahi riesce a inserire momenti comici che alleggeriscono, ma non svuotano, il senso profondo dell’opera. Ridere, in questo contesto, diventa un gesto politico: un modo per affermare che l’essere umano sopravvive anche quando viene ridotto al silenzio. I personaggi che si muovono nel film — spesso in situazioni paradossali, come la coppia di sposi che spinge un furgone con dentro un presunto torturatore — incarnano l’assurdità di un sistema che ha perso ogni contatto con la giustizia e con la pietà. Panahi trasforma questa assurdità in cinema, e il cinema in un atto di resistenza collettiva.

La recensione in breve

8.5 Sovversivo

A Simple Accident è un’opera necessaria e destabilizzante, che denuncia la brutalità del regime iraniano con un linguaggio ricco di humour nero, tensione politica e potenza simbolica. Con la consueta lucidità, Jafar Panahi costruisce una riflessione sul dolore, sulla memoria e sull’ambiguità della giustizia, servendosi di personaggi vivi, dialoghi affilati e un registro stilistico che fonde realismo e assurdo. È un film che non si dimentica facilmente, perché sa trasformare il trauma in una richiesta urgente di cambiamento.

Pro
  1. Denuncia politica coraggiosa e diretta
  2. Ottima gestione del tono grottesco e del registro comico-drammatico
  3. Attori non professionisti di grande efficacia
  4. Narrazione sorprendente, mai scontata
  5. Regia ispirata nonostante i mezzi limitati
  6. Dialoghi intensi e simbolismo forte
Contro
  1. Alcuni sviluppi narrativi estremi possono risultare poco credibili
  2. Finale ambiguo che lascia volutamente lo spettatore senza certezze
  • Voto CinemaSerieTV 8.5
  • Voto utenti (0 voti) 0
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