Il finale della seconda stagione di The Last of Us ha fomentato un acceso dibattito tra spettatori, fan del videogioco e critici. Su IMDb l’episodio conclusivo si attesta su un modesto 6.6/10, un netto calo rispetto al 9/10 con cui si era chiusa la prima stagione. Sui social si alternano elogi, delusione, confusione e rabbia. Ma perché questa frattura così netta? Le ragioni sono molteplici: dai cambiamenti rispetto al videogioco alla struttura narrativa non lineare, fino alla scelta coraggiosa (e controversa) di concludere la stagione con un cliffhanger aperto.
Un cliffhanger difficile da digerire

Il colpo di scena finale — con Abby che punta una pistola su Ellie, seguito da uno sparo fuori campo e un taglio netto al nero — ha lasciato molti spettatori spiazzati. Chi conosce il gioco sapeva che si sarebbe arrivati a questa scena, ma il mezzo televisivo impone tempi molto più dilatati: lo spettatore dovrà attendere presumibilmente due anni prima di sapere cosa è successo davvero. A peggiorare l’attesa, il fatto che la prossima stagione ripartirà con la prospettiva di Abby, rimandando ancora di più la risoluzione di questo punto cruciale.
Secondo gli showrunner Neil Druckmann e Craig Mazin, questo era sempre stato l’unico finale possibile per la stagione: un punto di rottura netto, capace di generare shock, riflessione e divisione. “Abbiamo già ucciso Pedro Pascal, il pubblico sa che ogni stagione sarà diversa dalla precedente”, ha dichiarato Mazin, sottolineando quanto The Last of Us sia pensato per sorprendere e disorientare.
Una stagione costruita per lo shock finale

L’intera seconda stagione si è mossa come un meccanismo a orologeria per condurre lo spettatore fino a quel momento. Dopo la brutale morte di Joel per mano di Abby, Ellie inizia un cammino di vendetta che la porta a diventare sempre più simile alla sua nemica. I due ultimi episodi ne segnano la discesa morale: Ellie tortura Nora, uccide Owen e Mel, e rimane profondamente scossa nello scoprire che quest’ultima era incinta. Quando sembra pronta a rinunciare alla vendetta, Abby la raggiunge. Il cerchio si chiude. Ma invece di offrire risposte, la serie ci fa ripartire da capo: “Seattle – Giorno Uno”.
Il problema della prospettiva (e dei tempi televisivi)

Nel videogioco, il cambio di prospettiva da Ellie ad Abby avviene in modo repentino ma immersivo: il giocatore è costretto a diventare Abby, a vivere con lei le stesse giornate appena viste dal punto di vista opposto. Questo provoca empatia e dissonanza morale. In TV, però, questo effetto è più difficile da replicare. Non possiamo “essere” Abby, e l’attesa di due anni tra una stagione e l’altra rischia di spegnere l’impatto emotivo. Come ha scritto Nicholas Quah, il meccanismo è efficace nel gioco, ma in televisione rischia di essere percepito come una forzatura.
Le libertà creative che dividono

Molti fan hanno reagito con perplessità ad alcune modifiche narrative. Ellie che confessa a Dina il segreto dei Fireflies, o l’impiccagione vissuta da Ellie invece che da Abby, sono esempi che hanno spiazzato chi conosceva la storia. Altri cambiamenti, come l’esclusione della morte del cane Alice, sono stati motivati dagli showrunner per motivi etici e drammaturgici: in live action, certi momenti rischiano di risultare eccessivamente disturbanti.
Una delle aggiunte più discusse è il personaggio di Gail, la terapeuta di Jackson che affronta Joel sul piano psicologico. Questo momento offre un raro scorcio sulla psiche del protagonista e sul peso delle sue azioni, ma alcuni fan lo hanno percepito come troppo esplicativo.
Il vuoto lasciato da Joel

Pedro Pascal, nei panni di Joel, era uno dei cardini emotivi della serie. La sua morte precoce ha lasciato un vuoto narrativo e affettivo difficile da colmare. Bella Ramsey regge con forza il ruolo di protagonista, ma l’assenza di Joel ha trasformato radicalmente il tono della serie. Inoltre, la modifica della cronologia della riconciliazione tra Ellie e Joel ha ridotto l’intensità drammatica di quel momento: nella serie avviene subito, nel gioco solo dopo molti anni di silenzio.
Ellie prende l’iniziativa, Tommy resta sullo sfondo

Un altro cambiamento significativo è il ruolo di Tommy. Nel gioco parte subito per Seattle, spinto dal desiderio di vendetta. Nella serie resta a Jackson, rendendo Ellie la prima ad agire. Questo conferisce a Ellie più agency, ma rende Tommy un personaggio più passivo, meno centrale nella dinamica narrativa della vendetta. Druckmann e Mazin hanno motivato la scelta con il desiderio di dare più spazio a Ellie e Dina come motori dell’azione.
Un linguaggio narrativo frammentario e ostico

La seconda stagione frammenta costantemente la narrazione. Tra flashback, salti temporali e titoli enigmatici come “Seattle – Giorno Due”, lo spettatore non esperto del gioco rischia di perdersi. I Serafiti, il conflitto con il WLF, la figura di Isaac: elementi introdotti ma mai spiegati davvero. Tutto ciò crea un senso di spaesamento che potrebbe essere voluto, ma che rischia anche di allontanare chi guarda senza riferimenti pregressi.
Abby: protagonista designata, ma non accettata da tutti

Kaitlyn Dever ha portato intensità e complessità al ruolo di Abby, ma resta una figura divisiva. Alcuni fan non accettano la sua centralità, altri criticano il suo aspetto fisico, giudicato poco fedele alla versione del videogioco. Per Druckmann e Mazin, ciò che conta è la sua determinazione, la sua vulnerabilità e la sua sete di giustizia. Tuttavia, il timore di perdere Ellie come protagonista ha generato un senso di tradimento tra parte del pubblico.
Un futuro narrativo pieno di incognite

Il cliffhanger non è solo una trovata narrativa, ma un test di fedeltà per il pubblico. Mazin e Druckmann sanno di chiedere molto: che gli spettatori accettino un’altra morte traumatica, un altro cambio di prospettiva, e forse un lungo periodo senza Bella Ramsey sullo schermo. La struttura duale del gioco funziona perché consente al giocatore di entrare nel corpo e nella mente di entrambi i personaggi. In TV, quel passaggio è più complesso e richiede tempo, empatia e una narrazione impeccabile.
Una serie coraggiosa, ma sempre più divisiva

The Last of Us continua a correre rischi narrativi significativi, a costo di perdere parte del pubblico lungo la strada. Il finale della stagione 2 non offre risposte, ma rilancia la posta: possiamo empatizzare con Abby come lo abbiamo fatto con Joel ed Ellie? Siamo disposti a seguire una storia che ci toglie continuamente ciò a cui ci eravamo affezionati?
Forse la risposta dipenderà da quanto è forte il legame con il mondo creato da Druckmann e Mazin. Perché se Abby ha tolto Joel a Ellie, ora sembra pronta a toglierci anche lei. E in una storia di zombie, non sono solo i morti a tornare: anche i traumi, i dubbi e i fantasmi delle scelte passate ci inseguono. Sempre.
