Il film: The Dark Nightmare, 2025. Creato da: Kjersti Helen Rasmussen. Genere: Horror psicologico, Folklore, Drammatico. Cast: Eili Harboe, Herman Tømmeraas, Dennis Storhøi. Durata: 100 minuti. Dove l’abbiamo visto: In sala, versione originale con sottotitoli italiani.
Trama: Dopo essersi trasferita con il compagno in un appartamento dove è morta una donna incinta, Mona comincia a soffrire di incubi e paralisi del sonno. Le sue visioni sono popolate da una presenza maligna che assume le sembianze del fidanzato e la perseguita notte dopo notte. Mentre la linea tra sogno e realtà si dissolve, Mona scopre di essere incinta e si ritrova a combattere non solo contro un demone del folklore nordico, ma contro un intero sistema che sembra volerle negare la libertà di decidere sul proprio corpo.
A chi è consigliato? The Dark Nightmare è consigliato agli amanti dell’horror psicologico con sottotesto sociale e simbolico. Ideale per chi ha apprezzato film come Rosemary’s Baby, The Babadook o Mother!, e per chi cerca storie che intrecciano incubo e disagio esistenziale, esplorando temi come maternità, autonomia femminile e paura del cambiamento.
The Dark Nightmare segna l’esordio registico di Kjersti Helen Rasmussen, sceneggiatrice norvegese che decide di affrontare uno dei temi più profondi e disturbanti dell’esperienza femminile: la maternità come trauma, come minaccia, come risveglio dell’inconscio. Il film si presenta come un horror psicologico a basso budget, ma dotato di un’ambizione chiara: immergere lo spettatore in una lenta discesa nell’incubo, dove le paure ancestrali si intrecciano con la realtà quotidiana. Al centro della storia c’è Mona (interpretata da Eili Harboe), una giovane donna in una fase di instabilità personale, che si trasferisce con il compagno Robby (Herman Tømmeraas) in un vecchio appartamento acquistato a prezzo stracciato, in cui si scopre che è morta una donna incinta. Da quel momento, la vita di Mona cambia drasticamente.
L’appartamento infestato dal rimosso

Come già accaduto in film come The Tenant, Mother! o The Babadook, la casa è ben più di un semplice luogo fisico: è un organismo vivente, uno specchio delle nevrosi e dei desideri repressi dei suoi abitanti. L’appartamento in cui si trasferiscono Mona e Robby diventa da subito un luogo ostile, impregnato di presagi sinistri, rumori inquietanti e strane presenze. Rasmussen costruisce una messinscena claustrofobica, quasi interamente ambientata in interni, con luci basse e un senso costante di pressione visiva e sonora. La scelta di negare l’esterno contribuisce a far sentire lo spettatore prigioniero insieme a Mona, come se la realtà stessa si stesse restringendo.
Il demone del sonno: tra folklore nordico e trauma personale

Il cuore dell’incubo ha un nome: Mare, una creatura della mitologia nordica che si manifesta durante il sonno paralizzando il corpo del dormiente. Questo elemento folkloristico, finora poco esplorato nel cinema, diventa una chiave simbolica del racconto. Mona soffre di episodi sempre più violenti di sonnambulismo, allucinazioni notturne e sogni in cui viene aggredita da una versione demoniaca del suo compagno. La figura del Mare – incarnata visivamente in un Robby spettrale e minaccioso – si lega a una gravidanza indesiderata che Mona scopre di avere poco dopo il trasferimento. Il confine tra trauma psicologico, possessione e desiderio di fuga dalla realtà si fa sempre più sottile.
Il corpo femminile come campo di battaglia

Uno dei temi più forti e controversi del film è quello dell’autonomia del corpo femminile. La gravidanza di Mona è vissuta come un’intrusione, un’invasione ostile che mette a rischio la sua sanità mentale. Le sue paure prendono forma nei sogni, ma trovano ostacoli anche nella realtà: quando decide di interrompere la gravidanza, il medico cerca di dissuaderla, insinuando sensi di colpa e mostrando immagini dello sviluppo fetale. Questo passaggio, ambientato nella moderna e liberale Norvegia, risuona con forza, evidenziando quanto ancora oggi la libertà di scelta delle donne venga ostacolata, anche in contesti apparentemente progressisti. Il Mare, in quest’ottica, diventa la manifestazione più estrema di questa oppressione: un’entità che vuole costringerla a diventare madre contro la sua volontà.
Eili Harboe, già vista in Thelma di Joachim Trier, offre una performance credibile e intensa, tratteggiando una protagonista che si muove tra apatia, panico e lucida consapevolezza. È grazie alla sua interpretazione che il film riesce a mantenere una certa tensione emotiva, anche quando la sceneggiatura si inceppa o ripete situazioni simili. Mona non è una final girl in senso classico, ma un personaggio ambiguo e tormentato, spesso lasciata sola a combattere una battaglia interiore che nessuno sembra prendere sul serio. Di contro, il personaggio di Robby resta troppo indefinito: a tratti premuroso, a tratti assente, diventa fin troppo facilmente il volto del “mostro”, senza che il film approfondisca davvero il loro rapporto o i meccanismi di potere all’interno della coppia.
Scienza, mistero e spiegazioni mancate

L’arrivo del dottor Aksel (Dennis Storhøi), esperto in disturbi del sonno, introduce una componente quasi da thriller scientifico. Aksel prende a cuore il caso di Mona, ma le sue motivazioni restano nebulose. Perché conosce così bene il Mare? Perché ha fallito con le donne precedenti? La sua figura ricorda il Dr. Loomis di Halloween, ma senza lo stesso carisma o incisività narrativa. Alcuni spunti, come la possibilità di visualizzare i sogni su uno schermo tramite impulsi cerebrali, restano idee appena accennate, che avrebbero potuto arricchire il film se sviluppate a dovere. Invece, The Dark Nightmare preferisce restare in una zona grigia dove il mistero si accumula ma raramente trova un senso compiuto.
Il principale punto di forza del film è l’atmosfera, tesa e disturbante, con un uso efficace del sonoro e una fotografia cupa che riflette il disagio crescente della protagonista. Tuttavia, dal punto di vista narrativo, la struttura si rivela spesso ripetitiva: incubo, risveglio, panico, ambiguità. Questo schema, se non supportato da un crescendo drammaturgico, rischia di indebolire la tensione invece di alimentarla. Il film suggerisce molte cose – sul trauma, sulla genitorialità, sul rifiuto delle aspettative sociali – ma raramente le sviluppa fino in fondo. A spiccare, infine, è un finale coraggioso e disturbante, che lascia il segno proprio perché rompe bruscamente con l’andamento più blando della parte centrale.
La recensione in breve
The Dark Nightmare è un horror psicologico nordico che unisce folklore, disturbi del sonno e riflessioni sulla maternità indesiderata. Grazie all’atmosfera cupa e alla buona prova della protagonista Eili Harboe, riesce a trasmettere un senso costante di disagio, ma viene penalizzato da una sceneggiatura che accumula simbolismi e misteri senza dar loro piena coerenza. Un’opera ambiziosa, ma incompiuta
Pro
- Atmosfera claustrofobica e disturbante ben costruita
- Spunto originale legato alla mitologia del Mare
- Interpretazione intensa e credibile di Eili Harboe
- Finale potente e spiazzante
- Temi coraggiosi: maternità, aborto, libertà femminile
Contro
- Struttura narrativa ripetitiva
- Scarso sviluppo dei personaggi secondari
- Ambiguità non sempre funzionale alla storia
- dee interessanti poco sviluppate (es. visualizzazione dei sogni)
- Tensione altalenante, senza un vero crescendo
- Voto CinemaSerieTV.it
