Superman è il supereroe archetipico, l’icona su cui si sono modellati tutti gli altri. È l’eroe che salva senza chiedere nulla in cambio, che rappresenta il meglio dell’umanità pur non essendo umano. Eppure, da almeno due decenni, Hollywood ha provato a reinventarlo con alterne fortune, cercando di capire come raccontare oggi un personaggio così puro senza farlo sembrare anacronistico.
Nel 2013, Zack Snyder provò a rispondere a questa sfida con Man of Steel, dando vita a un Superman epico e tormentato. Un dio caduto in mezzo agli uomini, incapace di comprendere fino in fondo la propria identità. Il film divise: da un lato chi apprezzò l’ambizione mitologica della visione, dall’altro chi ne criticò il tono eccessivamente cupo e la mancanza di umanità.
Nel 2025, James Gunn ha riportato in sala Kal-El con una proposta completamente diversa. Più colorata, più leggera, più emotiva. Ma soprattutto: più fedele allo spirito originario del personaggio. Ed è proprio qui che nasce la domanda: qual è il vero Superman?
Due visioni opposte dello stesso mito

Il Superman di Zack Snyder (interpretato da Henry Cavill) nasce come risposta diretta ai cinecomic dell’epoca post-Nolan: realistici, seriosi, cupi. La sua versione di Kal-El è tragica, quasi cristologica. È un alieno che vive la propria diversità come una condanna, un essere solitario destinato a portare sulle spalle il peso di un’umanità diffidente. Snyder lo racconta con una fotografia desaturata, toni gravi e musiche solenni: ogni gesto di Superman è carico di significati profondi, spesso schiaccianti.
James Gunn, al contrario, abbraccia con convinzione la dimensione pop del personaggio. Il suo Superman è sì potente, ma anche vulnerabile, emotivamente accessibile, a tratti goffo. David Corenswet lo interpreta con un misto di dolcezza, autoironia e idealismo che ricorda più da vicino il Superman dei fumetti Silver Age o la versione interpretata da Christopher Reeve. Gunn non rinnega la complessità, ma la dosa con equilibrio, lasciando spazio al divertimento, all’emozione e al senso di meraviglia.
Un Superman finalmente… umano

Una delle critiche storiche al Superman di Snyder è l’eccessiva freddezza emotiva. La sua umanità resta spesso sullo sfondo, sacrificata in nome dell’epica e della tragedia. Clark Kent è appena accennato, relegato a qualche flashback d’infanzia o alla scena finale al Daily Planet. La sua quotidianità è un dettaglio, non un valore.
Con Gunn, invece, Clark Kent torna a essere fondamentale. È goffo, impacciato, profondamente legato alla sua educazione in Kansas. Il rapporto con i genitori adottivi, Ma e Pa Kent, è tenero e realistico. Lontano dall’enfasi hollywoodiana vista con Kevin Costner e Diane Lane, qui i Kent sembrano davvero due persone normali, non due star travestite da contadini.
Corenswet interpreta Clark con leggerezza ma senza superficialità. È un uomo buono, ma non perfetto: si arrabbia, si sente insicuro, ha dubbi etici. È proprio in queste crepe che il personaggio acquista tridimensionalità. La sua umanità non è un ostacolo, ma la sua forza più grande.
Fedeltà allo spirito dei fumetti

Snyder ha sempre sostenuto di voler “modernizzare” Superman, liberandolo da ciò che riteneva datato o ingenuo. E in effetti il suo Man of Steel rifiuta molti degli elementi iconici del personaggio: il costume è scuro, la moralità sfumata, i valori tradizionali messi in discussione. In quella visione, Superman è un alieno che deve decidere se l’umanità merita davvero di essere salvata.
James Gunn, invece, parte dal presupposto opposto: Superman non va aggiornato, va ricordato. Il suo film è pieno di riferimenti visivi e narrativi ai fumetti classici: il costume con i mutandoni rossi, Krypto il super-cane, gli altri supereroi, le minacce extraterrestri, le città immaginarie. Ma non è nostalgia sterile: è un ritorno all’essenza, a ciò che ha sempre definito l’Uomo d’Acciaio.
Lo stesso Gunn ha spiegato di aver preso ispirazione da All-Star Superman di Grant Morrison e da Kingdom Come di Mark Waid, due opere che celebrano il personaggio nella sua forma più pura. E si vede: nel suo film, Superman non è un martire, ma un faro. Qualcuno che salva perché crede negli esseri umani, non nonostante loro.
Una politica diversa, ma non assente

Il Superman di Snyder si prende molto sul serio anche sul piano politico. Affronta temi come la sorveglianza, la religione, la reazione dei governi a una minaccia sovrumana. Ma lo fa in modo pesante, a tratti didascalico, spesso riducendo Superman a un simbolo più che a un personaggio.
Gunn, pur mantenendo uno stile più leggero, non rinuncia al sottotesto. Il suo Superman è consapevole delle conseguenze delle sue azioni, interviene in scenari geopolitici (come il conflitto tra Boravia e Jarhanpur), viene criticato dalla stampa, osservato con sospetto dai cittadini e persino deriso sui social. È un Superman che legge gli hashtag su di sé e si fa ferire dalle opinioni altrui. In altre parole: un eroe che vive nel nostro mondo, non sopra di esso.
L’idea di Superman come immigrato, tanto contestata da una certa destra americana, è in realtà presente nei fumetti fin dagli anni ‘40. Gunn non fa che riportarla in primo piano, collegandola al presente senza mai essere ideologico. Il messaggio, in fondo, è semplice: Superman è uno di noi, e questo è il suo potere più grande.
Lois Lane, Lex Luthor e un mondo già vivo

Un altro punto di forza del film di Gunn è la coralità. Il mondo attorno a Superman non è un fondale, ma una realtà complessa e ricca. Lois Lane, interpretata con intelligenza da Rachel Brosnahan, è una giornalista moderna, brillante, ironica e con una forte etica professionale. Il rapporto con Clark è fatto di complicità ma anche di confronto, soprattutto sul piano morale.
Lex Luthor, nella versione di Nicholas Hoult, è un villain credibile e attuale. Non è solo un miliardario pazzo, ma una caricatura azzeccata dell’élite tecnologica del nostro tempo: arrogante, manipolatore, convinto di poter riscrivere il mondo a sua immagine. Gunn lo racconta con ironia ma anche con un sincero disprezzo.
In più, il film non è un origin story. Superman esiste già, e l’universo attorno a lui è già popolato di altri supereroi. Questo permette al racconto di essere dinamico, pieno di eventi, e di concentrarsi sul chi è Superman, non da dove viene.
Un film che parla a tutti

Il Superman di Gunn riesce in qualcosa che sembrava impossibile: parlare a tutti, senza snaturare se stesso. È un film accessibile ai bambini e ricco di sottotesti per gli adulti, pieno di momenti teneri, di azione divertente e di riflessioni sottili. Non è perfetto — alcune scelte visive dividono, l’umorismo non sempre funziona, e la CGI è a tratti eccessiva — ma è personale, sentito, vero.
E soprattutto, è speranzoso. Dopo anni di supereroi cinici, depressi, traumatizzati, Gunn ci ricorda che la forza più grande di Superman non è volare o sollevare palazzi. È sorridere mentre lo fa.
Il Superman che ci serviva, non quello che ci aspettavamo

Non si tratta di dire che uno sia “migliore” dell’altro. Il Superman di Zack Snyder ha avuto una sua dignità, un suo peso. Ha parlato a un pubblico disilluso, in un momento storico difficile. Ma forse, proprio oggi, avevamo bisogno di qualcosa di diverso.
Il Superman di James Gunn non è solo più fedele ai fumetti. È più fedele all’umanità. È un Superman che non chiede di essere adorato, ma di essere compreso. Che non si sacrifica per senso di colpa, ma per amore. E forse, dopo tutto questo tempo, è davvero il Superman che aspettavamo.
