Il film: Presence, 2025. Regia: Steven Soderbergh. Cast: Lucy Liu, Chris Sullivan, Callina Liang, Eddy Maday. Genere: Horror, Thriller. Durata: 1 h e 25 minuti. Dove l’abbiamo visto: al cinema.
Trama: Una famiglia si trasferisce in una nuova casa, ignara di essere osservata da una presenza invisibile. Il film si svolge interamente dal punto di vista di questo spettro, che interagisce silenziosamente con l’ambiente e i suoi abitanti.
A chi è consigliato? : A chi apprezza il cinema d’autore che gioca con i generi, e ama i thriller psicologici costruiti con pochi elementi ma grande precisione. Ideale per spettatori curiosi di un’esperienza immersiva e fuori dagli schemi.
Parlavamo, nelle nostre considerazioni su Black Bag – Doppio gioco, del fortunato sodalizio tra il regista Steven Soderbergh e lo sceneggiatore David Koepp. Una collaborazione che ha preso varie forme, spaziando tra i generi come lo fa da sempre la filmografia di Soderbergh, capace di passare nell’arco di due anni da un thriller sul narcotraffico (Traffic) a una commedia crime ambientata in un casinò (Ocean’s Eleven) a una satira su Hollywood volutamente girata con pochissimi mezzi e senza particolari ambizioni commerciali (Full Frontal). Caratteristica che emerge anche in questa nuova uscita, poiché a pochi mesi di distanza da quello che era uno spy movie sulla falsariga dei romanzi di John Le Carré arriva nelle sale un esercizio di minimalismo mischiato con il cinema di genere, un esercizio di cui parliamo nella nostra recensione di Presence.
Presenti e assenti

La presenza del titolo è esplicita sin dalla prima inquadratura, anche se non si vede: per l’intera durata del film, infatti, il suo punto di vista coinciderà con il nostro, e tramite essa scopriremo tutti gli angoli di una casa in cui si sta per trasferire una famiglia composta da due coniugi e i loro figli adolescenti. La figlia femmina, Chloe, è particolarmente sensibile alla presenza dello spettro, convinta che sia il fantasma della sua amica Nadia, recentemente deceduta in circostanze tragiche, e l’entità interviene talvolta nelle attività di tutti i giorni dell’intera famiglia. Tra i quattro non c’è l’unanimità sull’effettiva esistenza del paranormale, e nemmeno l’intervento di una sedicente esperta in materia fornisce risposte definitive. Rimane soprattutto un dubbio: quali sono le intenzioni di questo osservatore non corporeo? Vuole vendicare un torto passato? Scongiurare pericoli futuri? Semplicemente rompere le scatole a chiunque viva nella casa? L’importante è capirlo prima che sia troppo tardi…
Quattro più uno

Coerentemente con la visione di Soderbergh, il minimalismo si estende al casting, con un quartetto di attori dove anche il nome più famoso – Lucy Liu nei panni della madre – è un ingrediente perfettamente mischiato con gli altri e non la star che domina a tutti i costi (anzi, in termini di recitazione la presenza più importante è la giovane Callina Liang, interprete di Chloe, qui alla seconda prova cinematografica e già molto matura con un ruolo delicato). Ma il vero protagonista è lo stesso Soderbergh che, come da tradizione nei suoi film, è anche il direttore della fotografia (con lo pseudonimo Pete Andrews) e l’operatore della macchina da presa, e quindi “interprete” dello spettro dall’inizio alla fine mentre firma i talvolta complicati piani-sequenza che costituiscono l’intero lungometraggio (e che in almeno un caso hanno richiesto una preparazione più meticolosa del solito, dato che in determinate sequenza il fantasma sale o scende rapidamente le scale).
L’occhio che (non) uccide

Il cinema come atto di voyeurismo non è un concetto nuovo, ma Soderbergh lo prende, adottando la classica tecnica della soggettiva, per sottolineare la partecipazione passiva del pubblico che in questo caso è come lo spirito che aleggia nella casa: una presenza non corporea rispetto al film stesso, incapace di intervenire direttamente (anche se sullo schermo qualche oggetto svolazzante ci scappa), costretto a osservare e basta mentre la tensione sale fino a raggiungere un drammatico, catartico apice che ricontestualizza tutta la riflessione sull’unità famigliare e aggiunge ulteriori strati al ruolo dell’entità esterna come strumento per elaborare un trauma. Non si può far altro che guardare, inizialmente, per poi arrivare a vedere il discorso nel suo insieme, un ragionamento sul cinema come dispositivo che è anche ingannevolmente modesto esercizio di intrattenimento di genere.
La recensione in breve
Steven Soderbergh si serve del paranormale per riflettere sul dispositivo cinematografico, firmando un racconto di genere folgorante nel suo minimalismo.
Pro
- La soggettiva come metafora del voyeurismo è usata in modo efficace
- I piani-sequenza sono tutti ben congegnati e mai ostentazione di stile
- Gli attori sono tutti perfettamente in parte
Contro
- Chi ama le storie di fantasmi più tradizionali potrebbe rimanere un po' deluso
- Voto CinemaSerieTV
