La serie: Chief of War (2025)
Regia: Justin Chon, Jason Momoa
Genere: Drammatico, Storico, Epico
Cast: Jason Momoa, Temuera Morrison, Luciane Buchanan, Cliff Curtis, Kaina Makua, Te Ao o Hinepehinga, Brandon Finn, Siua Ikale’o, Te Kohe Tuhaka, James Udom
Durata: 9 episodi da circa 60 minuti
Dove l’abbiamo vista: Apple TV+ (versione originale con sottotitoli)
Trama: Alla fine del XVIII secolo, le isole hawaiane sono divise da guerre tra regni rivali. Ka‘iana, ex guerriero del regno di Maui, cerca pace con la sua famiglia ma viene risucchiato in una nuova spirale di violenza e tradimenti. Mentre le forze colonizzatrici si avvicinano, Ka‘iana si ritrova combattuto tra la fedeltà alle sue radici e il desiderio di proteggere il suo popolo con ogni mezzo. La serie racconta con epica brutalità il processo di unificazione delle Hawai‘i, tra battaglie spettacolari, dilemmi morali e riflessioni sull’identità.
A chi è consigliata? Chief of War è ideale per chi ama i drammi storici epici, i racconti di resistenza culturale e le storie poco conosciute ma ricche di significato. Consigliata a chi ha apprezzato Shōgun, Vikings o Apocalypto. Meno adatta a chi cerca una narrazione lineare o una visione leggera: la serie richiede attenzione, pazienza e desiderio di scoperta.
Con Chief of War, Jason Momoa non firma solo una serie televisiva: firma un atto politico e culturale. In un panorama audiovisivo che ha storicamente ignorato la complessità del passato hawaiano, questo progetto ambizioso e personale vuole restituire dignità e voce a una storia fatta di lotte, conquiste e sopravvivenza. Ambientata nel tardo XVIII secolo, la serie racconta il difficile processo di unificazione delle isole hawaiane, ma lo fa da un punto di vista interno, orgogliosamente indigeno. È una narrazione che rifiuta lo sguardo coloniale, senza però sottrarsi alla complessità morale e alla violenza che attraversano le dinamiche del potere.
Jason Momoa, guerriero e autore

Momoa interpreta Ka‘iana, figura semistorica e mitica al tempo stesso: un uomo che si allontana dalla guerra per salvare la propria anima, ma è costretto a tornare a combattere quando il proprio popolo rischia l’annientamento. Il personaggio incarna tutte le contraddizioni del contatto tra culture: Ka‘iana è figlio della terra, ma finirà per maneggiare armi da fuoco; è uomo di fede, ma ne metterà in discussione le fondamenta; è un ribelle, ma lotta per l’unione. Momoa domina la scena con la sua fisicità, ma sorprende anche nei momenti più intimi e malinconici. La sua performance, che fonde rabbia e vulnerabilità, porta il personaggio ben oltre la maschera da eroe action.
Una messa in scena imponente ma irregolare

Dal punto di vista visivo, Chief of War è uno spettacolo impressionante: riprese mozzafiato tra Hawai‘i e Nuova Zelanda, paesaggi vulcanici che sembrano usciti da un sogno, e una fotografia che alterna luce abbagliante e ombre cariche di presagi. Le sequenze di battaglia sono coreografate con un senso del corpo e dello spazio raro in televisione. Tuttavia, la serie soffre di una discontinuità nel ritmo e nella scrittura. Alcuni episodi risultano dispersivi, mentre altri sono talmente densi da disorientare. La moltitudine di personaggi secondari, spesso appena abbozzati, appesantisce la narrazione e rende difficile legarsi emotivamente a loro.
L’identità contesa tra cultura e modernità

Uno dei punti più affascinanti di Chief of War è il suo discorso sulla trasformazione identitaria. Ka‘iana rappresenta un’intera nazione sull’orlo di un cambiamento irreversibile. L’introduzione delle armi occidentali, delle lingue straniere, delle usanze mercantili, costringe i protagonisti a interrogarsi su cosa valga la pena conservare e cosa si debba sacrificare. La serie riflette costantemente sulle conseguenze dell’apertura all’esterno: è un atto di sopravvivenza o una forma di sottomissione? È una riflessione non pacificata, che attraversa tutti i nove episodi lasciando volutamente domande aperte.
Lingua, cultura, autenticità

Grande merito di Chief of War è quello di utilizzare ampiamente la lingua hawaiana (ʻŌlelo Hawaiʻi), oggi in pericolo di estinzione. I primi episodi, quasi interamente sottotitolati, sono un’esperienza immersiva e culturalmente significativa. Purtroppo, nel prosieguo della serie, l’alternanza tra inglese e hawaiano risulta meno coerente, probabilmente per agevolare lo spettatore occidentale. Nonostante ciò, l’uso della lingua indigena e la presenza di attori nativi – molti dei quali Māori e Tongani – conferiscono al progetto una forza rappresentativa senza precedenti. Chief of War è, prima di tutto, una serie che appartiene a chi la racconta.
Un dramma storico che guarda al presente

Al di là della rievocazione storica, Chief of War parla del presente. Parla di autodeterminazione, di memoria, di resistenza alla cancellazione culturale. Affronta anche il dilemma della leadership: Ka‘iana non è mai un condottiero perfetto, ma un uomo spaccato tra il richiamo della violenza e il desiderio di pace. Come Shōgun, la serie usa il passato per riflettere sul valore del patrimonio identitario in un mondo globalizzato. Ma dove Shōgun rifiutava l’influenza esterna, Chief of War mostra cosa significa scegliere – e a volte subire – il compromesso.
Un risultato non perfetto, ma necessario

Chief of War non è una serie priva di difetti. I dialoghi sono talvolta troppo didascalici, alcune sottotrame non vengono portate a compimento, e i personaggi femminili, pur interpretati con intensità, restano spesso intrappolati in ruoli accessori. Eppure, il progetto ha una forza e una rilevanza che vanno oltre il puro intrattenimento. È una serie che rischia, che inciampa, ma che lascia un’impronta profonda. È un primo passo importante per riportare al centro storie dimenticate, raccontate da chi ne custodisce ancora l’eredità.
La recensione in breve
Chief of War è un’opera imperfetta ma potentissima, che usa la spettacolarità dell’epica storica per raccontare la ferita ancora aperta della colonizzazione hawaiana. Jason Momoa incarna con forza un personaggio tragico e controverso, in una narrazione che alterna esplosioni di violenza a momenti di grande intensità emotiva e culturale. Nonostante le sue debolezze, la serie si distingue per la sua autenticità e per l’ambizione di riscrivere la storia con uno sguardo finalmente decolonizzato.
Pro
- Jason Momoa al massimo della forma, fisica ed emotiva
- Rappresentazione indigena autentica e consapevole
- Uso coraggioso e diffuso della lingua hawaiana
- Sequenze d’azione visivamente spettacolari
- Temi politici e culturali trattati con profondità
Contro
- Ritmo narrativo disomogeneo
- Troppi personaggi secondari poco sviluppati
- Scrittura altalenante, con dialoghi a tratti superficiali
- Rappresentazione femminile limitata
- Alcune scelte linguistiche poco coerenti
- Voto CinemaSerieTV.it
