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Home » Film » Recensioni film » Frankenstein, la recensione: bellezza scolpita nel sangue e nel rimpianto

Frankenstein, la recensione: bellezza scolpita nel sangue e nel rimpianto

La recensione di Frankenstein di Guillermo del Toro: un’opera sontuosa e poetica, tra estetica impeccabile, dolore e redenzione.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana30 Agosto 2025
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Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
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Il film: Frankenstein (2025) Regia: Guillermo del Toro Genere: Horror gotico, Drammatico Cast: Oscar Isaac, Jacob Elordi, Christoph Waltz, Mia Goth, Felix Kammerer, Charles Dance, David Bradley, Lars Mikkelsen, Christian Convery
Durata: 149 minuti
Dove l’abbiamo visto: Proiezione stampa alla Mostra del Cinema di Venezia (versione originale sottotitolata)

Trama: Dall’immortale romanzo di Mary Shelley, la storia di Victor Frankenstein, scienziato brillante e arrogante che dà vita a una creatura in un esperimento senza precedenti. Tra ossessioni, dolore e ambizione, il legame tra il creatore e il suo “figlio” diventa un dramma di rifiuto, violenza e disperata ricerca di redenzione.

A chi è consigliato? Frankenstein è imperdibile per chi ama l’horror gotico, le rivisitazioni d’autore dei grandi classici e il cinema visionario di Del Toro. Consigliato a chi apprezza storie di mostri con profondità emotiva e un’estetica curata in ogni dettaglio. Da evitare per chi cerca un horror convenzionale o non tollera i ritmi contemplativi e il gusto barocco del regista.


Con il suo Frankenstein, presentato in concorso all’82ª Mostra del Cinema di Venezia, Guillermo del Toro firma una dichiarazione d’amore al romanzo di Mary Shelley e a tutto il cinema gotico che quel mito ha generato. Il film, frutto di decenni di sogni e ossessioni, non è una semplice trasposizione, ma una rilettura personale e colta, dove il mostro diventa specchio delle nostre paure e del nostro desiderio di redenzione. In 149 minuti, Del Toro costruisce un universo estetico straordinario, coerente con il suo stile barocco e visionario, in cui ogni elemento – dalla scenografia di Tamara Deverell ai costumi di Kate Hawley – contribuisce a una dimensione sospesa tra favola e tragedia.

La purezza della creatura e la caduta di Victor

Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)

Uno degli elementi più potenti di questa versione è l’inversione dei ruoli morali: Victor Frankenstein, interpretato con spavalderia e oscurità da Oscar Isaac, è un uomo divorato dal dolore e dalla superbia, capace di gesti crudeli e infantili, mentre la creatura – a cui Jacob Elordi presta un’umanità sorprendente – incarna innocenza e curiosità. Del Toro non cerca giustificazioni per Victor, ne mostra il trauma (la morte della madre, gli abusi di un padre anaffettivo) ma lo espone come un villain tragico, incapace di amare davvero ciò che ha creato. La creatura, invece, è un’anima pura, un figlio non voluto ma affamato di senso, destinato a portare sulle spalle il peso del rifiuto.

Il design della creatura: un’opera d’arte vivente

Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)

Il lavoro sul design della creatura è uno dei gesti più audaci e poetici del film. Del Toro abbandona completamente l’immaginario classico fatto di punti di sutura, cicatrici e bulloni per creare un corpo che sembra scolpito nel marmo, levigato e armonioso pur nelle sue imperfezioni. È un essere che porta i segni della creazione, ma con un’eleganza che lo rende quasi sovrannaturale. Questa scelta estetica non è solo un esercizio di stile: sottolinea il lato artistico di Victor, che non è soltanto uno scienziato, ma anche un demiurgo convinto di poter plasmare la bellezza assoluta.
La creatura diventa così un’opera d’arte vivente, un Prometeo moderno che porta dentro di sé tanto la gloria della creazione quanto la condanna dell’abbandono.

Le figure femminili: luce in un mondo oscuro

Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)

Tra i personaggi più affascinanti del film ci sono senza dubbio le figure femminili. Elizabeth, interpretata da una magnetica Mia Goth, e la madre di Victor sono presenze luminose in un universo dominato dalla violenza e dall’ego maschile. Sono angeli colorati, avvolti in abiti che li elevano (e a tratti isolano) dal resto del mondo, portatrici di compassione ed empatia in una storia che parla di solitudine, rifiuto e dolore.

Le loro apparizioni sono rare ma incisive: quando entrano in scena, il film si colora di sfumature emotive più calde, come se la macchina da presa volesse ricordarci che, al di là del caos, esiste ancora spazio per una tenerezza (tutta femminile). Del Toro le tratta con una reverenza evidente, trasformandole in figure simboliche, quasi archetipiche, capaci di dare profondità e respiro alla narrazione.

L’uso dei colori e la potenza del rosso

Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)

Come in tutte le opere di Del Toro, il colore è un linguaggio narrativo. In Frankenstein, il rosso domina la tavolozza visiva: è il colore del sangue, della vita e della morte, ma anche della passione e del sacrificio. Si insinua nelle scenografie, nei costumi, nei dettagli degli ambienti, diventando un filo conduttore che unisce estetica e significato.

Accanto al rosso, i toni scuri e terrosi creano un mondo spesso freddo e ostile, contro cui risaltano le note più luminose dei personaggi femminili e i toni eterei della creatura. È un uso del colore che non è mai gratuito, ma sempre funzionale a raccontare emozioni e conflitti, a dare spessore psicologico ai personaggi e a trasformare ogni inquadratura in un dipinto.

Tra opulenza e freddezza

Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)

Nonostante la sua bellezza ipnotica, il film non è privo di ombre. L’opulenza formale, per quanto impeccabile, a volte schiaccia l’emotività del racconto, creando una sensazione di distanza che impedisce al film di vibrare con la stessa intensità di altre opere del regista. Ci sono momenti in cui il cuore sembra farsi da parte, lasciando spazio a un’eleganza forse eccessiva.

Anche la CGI, pur usata con parsimonia, mostra qualche incertezza: le sequenze più dinamiche – come l’attacco dei lupi – appaiono meno raffinate rispetto al resto dell’opera, stonando leggermente con la perfezione del comparto visivo.

Un cast al servizio della visione

Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)

Il cast è uno dei grandi punti di forza del film. Oscar Isaac offre un Victor carismatico e disturbante, capace di passare dall’onnipotenza all’abisso emotivo con naturalezza. Jacob Elordi è sorprendente: la sua creatura è dolente, curiosa, tragica, e riesce a comunicare più con gli sguardi che con le parole. Christoph Waltz, Felix Kammerer, Charles Dance e David Bradley arricchiscono il quadro con interpretazioni solide (seppur inevitabilmente poco approfondite), costruendo un contorno credibile e sfaccettato.

Mia Goth, purtroppo, ha meno spazio di quanto meriterebbe: la sua Elizabeth è magnetica e avrebbe potuto essere esplorata di più, ma ogni sua scena lascia il segno, testimoniando ancora una volta il talento di un’attrice capace di ipnotizzare lo spettatore anche con poche battute.

Il tema del perdono

Oscar Isaac in una scena di Frankenstein.

Sotto la superficie di tragedia e crudeltà, Frankenstein è un film sul perdono. Del Toro ci ricorda che anche negli universi più bui esiste la possibilità di accettare, comprendere e, infine, perdonare. È questo il cuore pulsante della storia: un percorso che unisce creatore e creatura, odio e amore, colpa e redenzione. Non è un messaggio urlato, ma un sussurro che attraversa il film e rimane nello spettatore, trasformando una tragedia gotica in una parabola universale.

Il Frankenstein di Guillermo del Toro è un’opera monumentale, frutto di un amore assoluto per il mito e per il cinema. È un film che incanta per estetica e regia, e lascia il segno per la sua capacità di reinventare un classico senza tradirne l’anima. Ma è anche un’opera imperfetta, che a tratti sacrifica la visceralità emotiva sull’altare della perfezione formale. Non è forse il Del Toro più potente, ma è sicuramente il più sincero: un regista che mette a nudo le proprie ossessioni e ci ricorda quanto il cinema possa ancora essere un luogo di meraviglia, dolore e, infine, redenzione.

La recensione in breve

7.0 Sontuoso

Il Frankenstein di Guillermo del Toro è un’opera sontuosa e personale, che omaggia il mito di Mary Shelley con un’estetica impeccabile e un’interpretazione profonda dei suoi temi universali. Tra scenografie straordinarie, un design innovativo della creatura e interpretazioni intense, il film riesce a emozionare e a sorprendere, pur con qualche freddezza narrativa e alcune sbavature tecniche. È un racconto di dolore, rifiuto e redenzione che, pur non essendo il miglior Del Toro di sempre, conferma la capacità del regista di trasformare il gotico in poesia visiva.

Pro
  1. Estetica straordinaria, con scenografie e costumi curati nei minimi dettagli
  2. Un design innovativo e poetico della creatura
  3. Cast di alto livello, con Jacob Elordi e Oscar Isaac in stato di grazia
  4. Uso narrativo e simbolico dei colori, in particolare del rosso
  5. Capacità di reinterpretare il mito senza tradirne l’essenza
Contro
  1. Una certa freddezza emotiva che limita il coinvolgimento
  2. Uso della CGI non sempre all’altezza, soprattutto nelle scene d’azione
  3. Personaggi femminili affascinanti ma con poco spazio narrativo
  • Voto CinemaSerieTV 7.0
  • Voto utenti (1 voti) 8.2
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