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Home » Serie TV » Recensioni serie TV » Le maledizioni, la recensione: quando il potere si eredita come una colpa

Le maledizioni, la recensione: quando il potere si eredita come una colpa

La recensione di Le maledizioni: thriller politico argentino che racconta il potere come una maledizione di famiglia. Da non perdere su Netflix.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana12 Settembre 2025
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Una scena de Le maledizioni (fonte: Netflix)
Una scena de Le maledizioni (fonte: Netflix)
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La serie: Le maledizioni (2025)
Ideatore: Daniel Burman Genere: Thriller politico, Dramma familiare Cast: Leonardo Sbaraglia, Gustavo Bassani, Alejandra Flechner, Francesca Varela, Monna Antonopulos, Osmar Núñez, César Bordón Durata: 3 episodi da circa 40 minuti ciascuno Dove l’abbiamo visto: In streaming su Netflix (versione originale con sottotitoli)

Trama: Durante il voto decisivo su una legge per lo sfruttamento del litio, la figlia del governatore Fernando Rovira viene rapita dal suo collaboratore più fidato. Il sequestro innesca una catena di eventi che intreccia ambizione politica, segreti familiari e lotte di potere. Ambientata nel nord dell’Argentina, la serie fonde il linguaggio del thriller con elementi da western moderno e riflette sul potere come maledizione ereditaria.

A chi è consigliato? Le maledizioni è consigliata a chi ama i thriller politici d’autore, con una forte componente psicologica e un ritmo compatto. Ideale per chi apprezza le storie dove pubblico e privato si confondono. Sconsigliata a chi cerca azione frenetica o una narrazione lineare e prevedibile.


Le maledizioni, miniserie argentina disponibile su Netflix dal 12 settembre 2025, è un’opera che unisce la tensione del thriller politico al tono malinconico del dramma familiare, intrecciando segreti privati e strategie pubbliche in modo inestricabile. La storia si apre con un gesto clamoroso: durante il voto di una legge cruciale per lo sfruttamento del litio nella sua provincia, il governatore Fernando Rovira scopre che sua figlia è stata rapita da Román Sabaté, il suo collaboratore più fidato.

Ma questo non è un semplice atto di vendetta o ricatto personale: è la punta dell’iceberg di una storia torbida, che scava nel passato e svela legami compromessi, ambizioni velenose e alleanze fondate sulla menzogna. Il potere, in questa narrazione, non è solo una questione istituzionale: è un’eredità contaminata che si trasmette attraverso il sangue.

Un formato ibrido che privilegia la densità narrativa

Una scena de Le maledizioni (fonte: Netflix)
Una scena de Le maledizioni (fonte: Netflix)

Composta da tre episodi da circa 40 minuti, Le maledizioni gioca con i confini tra cinema e televisione. Pur avendo la struttura di una miniserie, si presenta come un film suddiviso in tre atti: ogni episodio ha un peso specifico all’interno dell’arco narrativo, senza riempitivi né deviazioni. Il secondo episodio, che si svolge interamente nel passato, funge da chiave di volta, svelando il momento esatto in cui il rapporto tra Rovira e Sabaté ha iniziato a corrompersi. Questa struttura compatta è una delle scelte più intelligenti della serie: elimina le distrazioni per concentrarsi sull’essenziale, regalando al pubblico un’esperienza intensa, senza pause né digressioni superflue. Ogni dialogo, ogni sguardo è carico di conseguenze. La tensione non nasce solo dagli eventi, ma dal non detto, dalle ferite lasciate aperte.

La serie prende il titolo da un’idea potente: che esistano “maledizioni” familiari, ossia cicli di silenzio, colpa e ambizione che si ripetono di generazione in generazione. Niente magia, solo politica, sangue e memoria. Rovira non è solo un politico corrotto o ambiguo: è un figlio che ripete gli errori della madre, una donna glaciale che ha cresciuto il figlio come una pedina per ottenere il potere. La recitazione di Leonardo Sbaraglia restituisce con efficacia questo peso interiore: è un uomo che ha perso il controllo, costretto a scegliere tra il futuro politico e la salvezza della figlia, tra la maschera e il volto. E mentre il sequestro sembra l’evento centrale, capiamo presto che è solo un detonatore: il vero conflitto è interno, emotivo, morale. La “maledizione” più grande è quella di chi ha barattato l’anima con l’ambizione.

Thriller politico, melodramma e western: una fusione riuscita

Una scena de Le maledizioni (fonte: Netflix)
Una scena de Le maledizioni (fonte: Netflix)

Una delle sorprese più riuscite di Le maledizioni è la capacità di mescolare codici narrativi molto diversi: il thriller politico, con i suoi ricatti, voti parlamentari e interessi economici, il melodramma familiare – fatto di traumi, incomprensioni, alleanze spezzate – e persino il western, grazie all’ambientazione nel nord dell’Argentina, aspra e desolata, dove ogni luogo diventa simbolico. I sentieri polverosi, i silenzi, le attese tese, i duelli emotivi tra i personaggi ricordano più il linguaggio del cinema classico americano che quello della serialità contemporanea. Ma è proprio in questa contaminazione che la serie trova la sua identità più autentica: un racconto radicato in un contesto politico molto specifico, ma narrato con strumenti universali.

La serie è tratta dal romanzo Las maldiciones di Claudia Piñeiro, una delle autrici più affermate della letteratura argentina contemporanea, già nota al pubblico televisivo per El Reino. L’adattamento però non è una trasposizione pedissequa. Daniel Burman e Martín Hodara scelgono di spostare il punto di vista principale: mentre nel libro era Román Sabaté a fungere da narratore e filtro della storia, nella serie è il governatore Rovira il centro emotivo e politico del racconto. Questa scelta non è solo estetica, ma strategica: permette di esplorare più a fondo il lato oscuro del potere, mettendo lo spettatore nei panni di chi prende le decisioni, non solo di chi le subisce. Anche il contesto è stato aggiornato: dalla politica elettorale alla battaglia sul litio, un tema attualissimo che dà al racconto un respiro globale.

Regia solida e stile visivo raffinato

Una scena de Le maledizioni (fonte: Netflix)
Una scena de Le maledizioni (fonte: Netflix)

Dal punto di vista tecnico, Le maledizioni è una produzione curata nei minimi dettagli. La fotografia di Rodrigo Pulpeiro e Javier Juliá sfrutta al meglio la luce naturale e i paesaggi del nord argentino per costruire un’atmosfera sospesa, quasi metafisica. Il montaggio alterna momenti di quiete a esplosioni improvvise di tensione, mantenendo sempre alta la soglia dell’attenzione. Anche la colonna sonora, firmata da Hernán Segret e Nico Cota, è funzionale al racconto: mai invasiva, accompagna le emozioni con discrezione. Il lavoro di scenografia e costumi contribuisce a creare un mondo realistico, credibile, dove ogni dettaglio sembra avere una storia da raccontare. Non si tratta solo di estetica: tutto è al servizio di una narrazione compatta, precisa, senza fronzoli.

Oltre a Sbaraglia, che regala una performance di grande complessità emotiva, il cast si distingue per coesione e profondità. Gustavo Bassani dà vita a un Román Sabaté ambiguo e umano, vittima e carnefice allo stesso tempo. Alejandra Flechner è monumentale nel ruolo della madre del governatore, una presenza magnetica che domina la scena con poche parole e molti sguardi. Francesca Varela, nei panni della giovane Zoe, riesce a trasmettere fragilità e determinazione con sorprendente maturità. Il resto del cast – da Monna Antonopoulos a Osmar Núñez – costruisce un mosaico umano credibile e sfaccettato, in cui anche i personaggi minori hanno un peso preciso. Le maledizioni non è una serie di protagonisti, ma di relazioni, dove ogni dinamica contribuisce alla tensione complessiva.

Un finale che corre troppo, ma lascia il segno

Una scena de Le maledizioni (fonte: Netflix)
Una scena de Le maledizioni (fonte: Netflix)

Il terzo episodio, che chiude la miniserie, ha un ritmo più frenetico rispetto ai precedenti

. Dopo due atti di costruzione paziente, la risoluzione sembra affrettata, quasi a voler chiudere tutti i fili narrativi in tempi stretti. Questo squilibrio non compromette il valore complessivo dell’opera, ma lascia la sensazione che alcuni snodi meritassero maggiore spazio. Eppure, anche in questa corsa finale, la serie mantiene coerenza e intensità, portando a compimento il suo discorso sul potere, la famiglia e le scelte che ci definiscono. La porta per una continuazione rimane socchiusa, ma la chiusura, per ora, è soddisfacente.

La recensione in breve

7.5 Coinvolgente

Le maledizioni è una miniserie argentina che racconta la corruzione politica come una maledizione ereditaria, mescolando thriller, dramma familiare e western. Con un cast eccellente, una regia curata e una narrazione compatta, offre un ritratto profondo e inquietante del potere. Il finale corre troppo, ma non intacca la forza dell’opera.

Pro
  1. Narrazione densa, senza momenti morti
  2. Scelte registiche intelligenti e coerenti
  3. Cast di grande qualità
  4. Ambientazione evocativa e significativa
  5. Fusione originale di generi e linguaggi
Contro
  1. Finale troppo rapido e poco approfondito
  2. Alcune dinamiche secondarie restano inesplorate
  3. Manca una vera provocazione politica
  • Voto CinemaSerieTV.it 7.5
  • Voto utenti (0 voti) 0
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