Alberto Angela è tornato a parlare di quando fu rapito in Niger, nel 2002, insieme ad altre persone, e lo ha fatto attraverso un’intervista al Corriere della Sera. Quel rapimento, ha spiegato, è stato “il bivio della sua vita”. “In una notte ho tirato il bilancio della mia esistenza, ho pensato che sarei morto in quella pietraia – sembrava di stare su Marte – e che non avrei mai visto i miei figli da adulti”
L’episodio risale al febbraio del 2002, quando Alberto e sei operatori televisivi di Ulisse – il piacere della scoperta, si trovavano nel deserto del Sahara, tra Algeria e Niger e furono sequestrati, rapinati e picchiati da tre banditi armati. Nel 2020, come riporta Repubblica, raccontò a DiPiù che era stata un’esperienza degna del film Arancia Meccanica:
“Quindici ore da Arancia meccanica, da condannati a morte. Siamo stati picchiati, minacciati, derubati di tutto: attrezzature, soldi, fedi nuziali, orologi, cellulari, bagagli. Sempre sul filo di una tortura psicologica”
Angela, che all’epoca era già sposato da anni con sua moglie Monica e aveva avuto due dei suoi tre figli, spiegò che non avevano sconfinato:
“Eravamo su un percorso ben noto, che ci era stato assicurato tranquillo, frequentato fino al giorno prima da turisti, tra Algeria e Niger; appena in territorio nigerino, dopo una cinquantina di chilometri in pieno deserto, si è materializzato un veicolo velocissimo da cui sono scesi tre individui, con turbante e occhiali da sole, kalashnikov e pistole alla mano, intimandoci di arrestarci”
Quelli che inizialmente sembravano militari, si rivelarono banditi e li tennero in ostaggio fino al mattino seguente
“Dopo l’assalto sono seguite quindici ore di terrore: sotto tiro, calci nel costato, pugni alla tempia, schiaffi a mano aperta per sfondarti i timpani, interrogatori con urla e violenze psicologiche, uno alla volta, senza capire cosa volessero. Prima ci chiedevano hashish, poi alcol, soldi, ci domandavano se fossimo spie. Giocavano con noi, terrorizzandoci”.
Questa settimana, al Corriere della Sera, ha spiegato come riuscì ad uscire da quell’incubo:
“Da una parte c’era il buio, l’idea della sofferenza di essere ucciso nel mezzo del deserto; dall’altra la luce, la lucidità di tirar fuori le migliori capacità diplomatiche. Avevamo di fronte un gruppo di uomini, in realtà tre “scorpioni bipedi”, era una partita a scacchi nella quale non puoi vincere ma non devi assolutamente perdere. La via d’uscita è stata non dare loro un appiglio perché premessero il grilletto: devi farti vedere sicuro, deciso, devi essere un antagonista valido, paradossalmente devi far emergere in loro la stima nei tuoi confronti“
Nonostante le sue paure, alla fine Alberto è riuscito a vedere crescere i suoi figli e oggi, che sono giovani adulti e non vivono più con lui, gli ha dedicato il suo ultimo libro su Cesare. “Trovo molto bello l’insegnamento di Cesare. Molti ragazzi hanno paura del futuro, si sentono inadeguati perché viviamo in un mondo che non aiuta i giovani: Cesare ti fa capire che bisogna credere in sé stessi, che non bisogna abbattersi di fronte alle intemperie e alle difficoltà, anche se non arriva subito un buon risultato”
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