Quando un film arriva agli Oscar con un titolo così riconoscibile, un progetto produttivo enorme e un fandom già pronto a difenderlo, l’assenza totale di nomination diventa subito un caso. Wicked: For Good non è sparito perché “nessuno se ne è accorto”: è sparito perché, nel sistema degli Oscar, non è riuscito a trasformare la sua popolarità in prestigio, e la sua spettacolarità in un racconto convincente per i votanti.
È un dettaglio che spesso si sottovaluta: agli Oscar non vince solo il film “migliore”, vince il film che riesce a imporsi come necessario in quella stagione. E For Good, pur avendo mezzi e ambizione, è apparso a molti come un grande epilogo più che come un’opera capace di aprire una conversazione nuova.
L’eredità del primo film: aspettative altissime e confronto inevitabile

Il primo Wicked aveva un vantaggio enorme: era l’inizio. Portava con sé la promessa dell’evento, la curiosità di vedere come un musical amatissimo potesse diventare cinema, e soprattutto la forza di un arco narrativo che culmina in un climax emotivo quasi perfetto. In altre parole: aveva già “la storia” dentro di sé, ed era facile costruirci attorno un entusiasmo condiviso.
Un secondo capitolo, invece, viene guardato con un metro diverso. Non basta replicare la qualità o l’impatto: deve offrire qualcosa in più, un salto, una trasformazione. E quando non lo fa, scatta un meccanismo crudele ma comune: il film viene percepito come “quello che chiude”, non come “quello che reinventa”. Questo tipo di percezione conta tantissimo negli Oscar, perché i votanti – spesso – premiano ciò che inaugura, non ciò che completa.
Il nodo del secondo atto: il punto debole storico che il film non ribalta

Qui entriamo nel merito del racconto. Nel musical teatrale, la sproporzione tra primo e secondo atto è nota da sempre. Il primo è compatto, in crescita continua, pieno di snodi emotivi chiarissimi. Il secondo è più stratificato, più denso di eventi e meno elegante nel modo in cui li distribuisce. Non è un difetto “fatale”, ma è un limite strutturale che, sul piano cinematografico, diventa più visibile.
Il film ci prova: aggiusta, rifinisce, rende tutto più grandioso, lavora molto sulla messa in scena e sui dettagli. Ma non trova quella soluzione narrativa che avrebbe potuto trasformare una parte tradizionalmente più debole in un atto conclusivo davvero irresistibile. E agli Oscar spesso succede questo: puoi essere impeccabile dal punto di vista produttivo, ma se la storia non si chiude con una sensazione di necessità e pienezza, l’entusiasmo si raffredda.
Recensioni positive, sì. Ma non da “corsa agli Oscar”

C’è una differenza enorme tra un film che riceve buone recensioni e un film che viene percepito come “da Oscar”. Il secondo, di solito, produce un’energia precisa: frasi ricorrenti, superlativi, consenso trasversale, discussioni accese. Serve una specie di accelerazione emotiva del discorso pubblico.
For Good ha ottenuto una promozione corretta, spesso apprezzamenti puntuali, ma non quel tipo di slancio collettivo. E quando il film è “solo” buono, o “molto buono” ma senza diventare inevitabile, in una stagione affollata può scivolare via rapidamente. È un paradosso: la bontà senza eccessi è spesso più pericolosa della polarizzazione, perché non crea una narrativa forte.
Il limite invisibile dei sequel: non è pregiudizio, è dinamica di voto

Dire “l’Academy odia i sequel” è troppo semplice, e spesso è anche falso. Il punto è un altro: i sequel devono fare uno sforzo doppio per dimostrare di non essere una coda, un’appendice, una versione “seconda” del discorso già fatto.
Nel caso di Wicked, molti votanti possono aver percepito che il primo film aveva già rappresentato l’evento, e che il secondo fosse più vicino a un completamento obbligato, per quanto ben realizzato. Quando una parte dell’Academy “archivia” un titolo come già premiato nella percezione pubblica, diventa molto più difficile rientrare in gioco.
Il box office conta, ma solo se diventa fenomeno culturale

Il successo commerciale aiuta, ma non basta. Agli Oscar funziona quando si accompagna a un effetto di inevitabilità: il film che domina conversazioni, meme, citazioni, dibattiti, che diventa qualcosa di più della somma dei suoi incassi.
For Good ha avuto una presenza forte, ma non ha saturato lo spazio culturale. Non è diventato “il film dell’anno” nel senso in cui gli Oscar spesso amano raccontarlo. E senza quella sensazione di evento travolgente, il box office smette di essere un’arma e diventa solo un dato.
Il problema della “memoria”: un musical deve vivere anche dopo la sala

Questo è un punto fondamentale e spesso trascurato. Un musical non compete solo con gli altri film: compete anche con la propria capacità di esistere oltre la visione.
Il primo capitolo aveva numeri che sembravano destinati a rimanere. Qui le nuove canzoni possono funzionare benissimo nella scena, ma non hanno generato un’eco lunga: brani che entrano davvero nella quotidianità delle persone, che diventano citazione, trend, performance. Quando questo non accade, anche l’idea del musical come “evento” perde forza, e con essa la spinta nelle categorie più visibili.
Anche la tecnica non basta, se non c’è una narrativa di prestigio

A questo punto arriva la domanda più scomoda: com’è possibile che un film così grande non compaia nemmeno nelle categorie tecniche? La risposta, spesso, è che la tecnica viene premiata quando è “agganciata” a una narrativa di prestigio complessiva. Se un film non entra nel discorso principale, rischia di non entrare nemmeno in quello laterale.
Gli Oscar non sono solo una somma di reparti: sono un sistema di percezioni. Quando un titolo viene percepito come “meno centrale” nella stagione, molte categorie diventano automaticamente più difficili, anche per opere oggettivamente solide.
Essere ignorati non significa essere irrilevanti

Zero nomination non è una condanna e non dice “film brutto”. Dice un’altra cosa: Wicked: For Good non è riuscito a diventare un titolo inevitabile per l’Academy. È rimasto sospeso in una zona complicata: enorme e curato, ma non abbastanza urgente; popolare, ma non abbastanza “prestigioso” nell’immaginario dei votanti; atteso, ma non abbastanza sorprendente.
Ed è forse qui la vera chiave: agli Oscar, la sorpresa conta. E For Good – per molti – era già scritto.
