La serie: The Paper (2025)
Titolo originale: The Paper
Ideatore: Greg Daniels, Michael Koman
Regia: Ken Kwapis, Paul Lieberstein, vari
Sceneggiatura: Greg Daniels, Michael Koman, vari
Genere: Commedia, Mockumentary
Cast: Domhnall Gleeson, Sabrina Impacciatore, Chelsea Frei, Ramona Young, Tim Key, Oscar Nuñez
Durata: 10 episodi (22-30 minuti)
Dove l’abbiamo visto: Sky/Now
Trama: La storica troupe di documentaristi che seguì i dipendenti della Dunder Mifflin torna in azione per raccontare il quotidiano del Toledo Truth Teller, un giornale locale dell’Ohio in piena crisi. Tra redazioni improvvisate, clickbait, sabotaggi interni e sogni di rinascita, un nuovo direttore prova a salvare il giornale e a dare un senso a un mestiere sempre più fragile.
A chi è consigliato? The Paper è consigliata a chi ama le commedie sul lavoro, il formato mockumentary e le serie da guardare con leggerezza. Ideale per chi ha apprezzato The Office ma è disposto a concedere tempo a nuovi personaggi e a una crescita graduale.
Con The Paper, Greg Daniels torna a esplorare un territorio che conosce molto bene, scegliendo di ambientare il suo nuovo mockumentary nello stesso universo di The Office, ma spostando l’attenzione da un’azienda produttrice di carta a un giornale locale sull’orlo del collasso. Il format è sempre quello del falso documentario, ormai ampiamente metabolizzato dal pubblico televisivo, e proprio per questo The Paper deve affrontare una doppia sfida: giustificare la propria esistenza come spin-off e dimostrare di avere qualcosa di nuovo da dire.
La serie è consapevole del peso della propria eredità e, almeno inizialmente, sembra quasi intimidita da quel confronto. I primi episodi arrancano, cercano un equilibrio, faticano a trovare una voce comica davvero incisiva. Ma sotto quella partenza esitante si intravede un’idea più interessante di quanto sembri a prima vista.
Un giornale che sopravvive per inerzia

Il Toledo Truth Teller è un giornale locale ridotto a riempire le pagine con notizie di agenzia e titoli sensazionalistici, mentre la sua sopravvivenza economica è garantita più dalla vendita di carta igienica che dal giornalismo vero e proprio. In questo contesto arriva Ned Sampson, interpretato da Domhnall Gleeson, nuovo direttore assunto più per entusiasmo che per competenze specifiche.
Ned è un protagonista anomalo per questo tipo di serie: non è narcisista, non è incompetente, non è apertamente ridicolo. È sinceramente convinto che il giornalismo locale abbia ancora un valore e che il Truth Teller possa tornare a essere qualcosa di più di un relitto. Questa scelta rende il personaggio umano e gradevole, ma allo stesso tempo ne limita l’impatto comico. Per buona parte della stagione, Ned resta troppo gentile, troppo corretto, troppo poco centrale nel caos che lo circonda.
Un ensemble ancora in cerca di equilibrio

Attorno a lui si muove una redazione composta da figure stanche, ciniche o semplicemente disilluse. C’è chi si occupa di abbonamenti in modo più che discutibile, chi spera di vedere il proprio nome stampato per la prima volta, chi è ormai una presenza puramente simbolica. Il problema, almeno nella prima metà della stagione, è che molti di questi personaggi restano abbozzati, come se la serie non avesse ancora deciso su chi puntare davvero.
Questa incertezza si riflette nel ritmo: le situazioni si susseguono senza sempre lasciare il segno, le battute a volte si fermano a metà strada e l’effetto generale è quello di una serie che che sta ancora cercando una propria identità narrativa.
Esmeralda cambia le regole del gioco

Il vero punto di svolta arriva quando la serie inizia a sfruttare fino in fondo il personaggio di Esmeralda Grand, interpretata da Sabrina Impacciatore. Online editor del giornale, Esmeralda è l’incarnazione del sensazionalismo, dell’istinto di sopravvivenza e di una visione del mondo radicalmente opposta a quella di Ned. Ogni sua scena alza il livello dell’energia comica, grazie a una recitazione volutamente sopra le righe ma mai casuale.
Esmeralda non è solo una macchietta: dietro l’eccesso c’è una lucidità feroce sul funzionamento dei media contemporanei. Accanto a lei, anche Ken, dirigente aziendale interpretato da Tim Key, contribuisce a spostare la serie verso un conflitto più chiaro tra idealismo e cinismo, tra giornalismo e profitto.
Quando la serie capisce cosa vuole essere

A metà stagione, in particolare con l’episodio incentrato su una truffa sentimentale online, The Paper dimostra finalmente di aver trovato una direzione. Qui la comicità si intreccia meglio con il contesto giornalistico, le dinamiche di gruppo diventano più fluide e i personaggi iniziano a reagire davvero gli uni agli altri, invece di limitarsi a occupare lo spazio scenico.
Da questo momento in poi, la serie smette di sembrare un esercizio derivativo e comincia a costruire una propria identità. Non è una satira feroce né una commedia rumorosa, ma un racconto ironico e malinconico su un settore in crisi, osservato con affetto e un certo disincanto.
Un comfort televisivo che chiede pazienza

The Paper non è una serie che conquista subito. Chiede tempo, chiede pazienza, e accetta il rischio di risultare inizialmente dimessa. Ma proprio come accadde con The Office o con Parks and Recreation, la prima stagione funziona soprattutto come una base: introduce un mondo, sperimenta equilibri, lascia intuire un potenziale che potrebbe esprimersi pienamente solo in seguito.
Non tutto funziona, e alcuni limiti restano evidenti: il protagonista è ancora troppo neutro, il commento sullo stato dei media rimane spesso in superficie. Eppure, quando la serie smette di preoccuparsi del confronto con il passato e si concentra sui propri personaggi, riesce a diventare esattamente ciò che promette: una commedia rassicurante, capace di accompagnare lo spettatore più che di stupirlo.
La recensione in breve
The Paper è uno spin-off che parte in salita ma cresce con pazienza, trovando una propria identità lontano dal confronto diretto con The Office. Non è una serie immediata, ma sa diventare accogliente.
PRO
- Sabrina Impacciatore domina la scena
- L’universo narrativo prende forma col passare degli episodi
- Alcune dinamiche di gruppo funzionano molto bene
- Tono da comfort televisivo riuscito
CONTRO
- Avvio lento e poco incisivo
- Protagonista troppo mite per reggere il centro della scena
- Satira sul giornalismo spesso solo abbozzata
- Voto CinemaSerieTV.it
