Scoprire che il proprio nonno era uno dei criminali più tristemente noti della storia americana. È quanto accaduto a Sophia Maddox, regista e attrice di 26 anni che ha trasformato una rivelazione sconvolgente in My Grandfather Charles Manson, documentario da lei diretto insieme ad Alexandra Orton e disponibile su Hulu negli Stati Uniti e su Disney+ a livello internazionale.
Per gran parte della sua vita, Maddox non aveva avuto alcun legame particolare con la figura di Charles Manson, mandante della strage di Cielo Drive, nella quale fu uccisa l’attrice Sharon Tate. Da adolescente si era imbattuta nel suo nome cercando online il significato di Helter Skelter dei Beatles, mentre solo in seguito, dopo aver visto il film C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino, aveva compreso pienamente la portata dei crimini legati alla cosiddetta Manson Family.
La verità sulla sua famiglia è emersa circa quattro anni fa. Suo padre, Daniel Arguelles, non aveva mai conosciuto l’identità del proprio genitore biologico. Un riscontro ottenuto attraverso un sito genealogico e successivi accertamenti genetici avrebbero collegato Arguelles a Charles Manson, rendendo Sophia sua nipote biologica. L’uomo, spiega The Guardian, rimase talmente sconvolto da non riuscire a parlarne alla figlia per circa due mesi.

La scoperta precipitò Maddox in una profonda crisi personale: nel documentario la giovane si domanda come sia possibile accettare di condividere il sangue con un uomo responsabile di crimini tanto efferati e confessa di aver temuto che quella discendenza potesse definire per sempre la sua identità.
“Vengo da un assassino. Chi potrebbe mai accettarmi?“, afferma nelle prime scene del film. Un pensiero che l’ha spinta a interrogarsi non soltanto su Manson, ma anche sulla possibilità che la violenza o il male potessero essere trasmessi da una generazione all’altra. Per trovare delle risposte, Sophia ha ricostruito la vita del nonno attraverso documenti d’archivio e interviste a studiosi, persone che lo avevano conosciuto, ex componenti della sua comunità e Stephen Kay, uno dei pubblici ministeri coinvolti nel processo per gli omicidi Tate-LaBianca.
Il documentario ripercorre così anche i fatti dell’agosto 1969, quando alcuni seguaci di Manson uccisero l’attrice Sharon Tate, incinta di otto mesi e mezzo, e altre sei persone nel corso di due notti. Manson, che non partecipò materialmente agli omicidi ma ne fu riconosciuto come mandante, venne condannato per omicidio e associazione a delinquere e morì in carcere nel 2017, all’età di 83 anni.

Al centro del racconto, tuttavia, non c’è soltanto la figura del criminale. La parte più dolorosa riguarda il rapporto tra Sophia e suo padre, già segnato da difficoltà familiari e problemi di salute mentale. Anche Daniel avrebbe faticato ad accettare la propria origine, sviluppando un’ossessione per teorie e coincidenze legate a Manson. Le tensioni tra padre e figlia sono aumentate durante la realizzazione del film, fino a culminare in una violenta discussione ripresa dalle telecamere. Maddox ha raccontato di non aver più parlato con lui da quel momento, pur lasciando aperta la possibilità di una futura riconciliazione.
Grazie alla terapia e al lavoro sul documentario, Sophia dice però di aver compreso una distinzione fondamentale: il male non si eredita, mentre i traumi familiari possono attraversare le generazioni se non vengono riconosciuti e affrontati. “Ora vivo la mia vita e non mi sento più legata a lui“, ha spiegato. Il messaggio con cui spera di raggiungere il pubblico è che conoscere la propria storia non significa essere condannati a ripeterla: le origini possono influenzarci, ma non determinano necessariamente ciò che scegliamo di diventare.
A proposito, sapete che Angela Lansbury, la Signora in Giallo, salvò sua figlia dalla setta di Manson?
