Robin Hood è uno di quei personaggi che il cinema ha trasformato in un archetipo: l’eroe fuorilegge, il ribelle che ruba ai ricchi per restituire ai poveri, l’uomo capace di opporsi al potere diventando leggenda. Robin Hood – Il prezzo del sangue (in originale The Death of Robin Hood), scritto e diretto da Michael Sarnoski, parte proprio da questa immagine per smontarla completamente. Qui non c’è spazio per il romanticismo della foresta di Sherwood, per l’avventura o per l’eroismo. Il Robin interpretato da Hugh Jackman è un uomo vecchio, stanco, violento e soprattutto consapevole che la storia raccontata su di lui non corrisponde alla verità.
Sarnoski sceglie quindi una strada radicalmente revisionista, molto più vicina per sensibilità a Pig che a un classico film d’avventura. Il suo Robin Hood non cerca più di diventare leggenda: vorrebbe soltanto capire se, alla fine di una vita costruita sulla violenza, esista ancora una possibilità di redenzione. È un’idea affascinante e coerente con il cinema del regista, anche se il risultato non riesce sempre a sostenere il peso della propria ambizione.
Robin Hood non è mai stato l’eroe che tutti raccontano

Il film si apre nel 1247 con un Robin ormai separato dai suoi uomini e ridotto a vagare da solo per un’Inghilterra sporca, fredda e attraversata dalla violenza. Le storie popolari continuano a celebrarlo come un giustiziere, ma lui conosce la verità: non ha passato la vita a distribuire ricchezze ai poveri. Ha rubato, ucciso e lasciato dietro di sé persone desiderose di vendetta.
Il ritorno di Little John, interpretato da un quasi irriconoscibile Bill Skarsgård, lo trascina in un ultimo scontro legato alle conseguenze delle loro vecchie azioni. È qui che Sarnoski mostra inizialmente un film molto diverso da quello che diventerà in seguito. La violenza è brutale, fisica, sporca, con corpi trascinati nel fango, lame incandescenti e combattimenti che ricordano per ferocia The Northman.
Quando Robin rimane gravemente ferito, però, il racconto cambia completamente. L’uomo viene accolto in un remoto priorato guidato da Sorella Brigid, interpretata da Jodie Comer, e da quel momento l’azione lascia quasi completamente spazio a un dramma intimo sul rimorso, la morte e la possibilità di fare pace con ciò che si è stati.
Un film sulla distanza tra l’uomo e la leggenda

L’idea più interessante di Robin Hood – Il prezzo del sangue è proprio il contrasto tra ciò che Robin è diventato nell’immaginario collettivo e ciò che pensa di essere realmente.
Gli altri continuano a vedere un eroe. Lui vede invece un assassino che ha trascorso la propria esistenza giustificando la violenza con motivazioni ormai impossibili da distinguere dall’egoismo. Il mito è diventato più grande dell’uomo, e Robin non può più correggerlo.
Sarnoski costruisce così un film sulla memoria e sul modo in cui le storie finiscono per trasformare le persone reali in qualcosa che non sono mai state. Il Robin Hood che resterà nei racconti potrebbe non essere mai esistito, ma proprio quella versione idealizzata continua ad avere un valore per chi ha bisogno di credere in essa.
Il problema è che il film lascia il protagonista volutamente distante. Conosciamo il suo rimorso, ma molto meno l’uomo che lo ha generato. Il passato viene suggerito più che mostrato e, proprio perché Robin rimane a lungo chiuso nel proprio silenzio, il percorso emotivo rischia di essere più interessante sul piano teorico che realmente coinvolgente.
Hugh Jackman è un Robin Hood consumato dal rimorso

Hugh Jackman porta nel personaggio una fisicità completamente diversa rispetto alla tradizione. Capelli grigi, barba incolta e un corpo segnato dalle ferite trasformano Robin in ciò che resta di un uomo che ha trascorso troppo tempo a sopravvivere.
È inevitabile ritrovare qualcosa del Logan più stanco e tormentato interpretato dall’attore, ma Jackman evita di ridurre il personaggio a quella stessa figura. Il suo Robin possiede una durezza quasi sgradevole e Sarnoski non cerca mai di renderlo immediatamente simpatico.
Il film gli permette soprattutto di lavorare sul silenzio. Il peso delle colpe emerge negli sguardi e nei piccoli gesti più che nei grandi monologhi. È una prova intensa e volutamente trattenuta, anche se l’impenetrabilità del personaggio finisce talvolta per creare una distanza emotiva che nemmeno Jackman riesce completamente a colmare.
Jodie Comer sceglie invece una recitazione ancora più misurata. La sua Brigid non rappresenta un interesse romantico e il rapporto con Robin rimane fortunatamente lontano da qualsiasi prevedibile storia d’amore. È una figura di compassione, qualcuno capace di offrire all’uomo una forma di cura senza pretendere di cancellarne le colpe. Comer è eccellente, ma il personaggio avrebbe meritato maggiore spazio e profondità.
La redenzione passa attraverso chi rimane

Nel priorato Robin incontra altre persone segnate dalla violenza. Tra loro ci sono Arthur, interpretato da Noah Jupe, Margaret, la giovane figlia di Little John, e un lebbroso interpretato da Murray Bartlett.
È soprattutto il rapporto con Margaret a consentire al film di mostrare una parte differente del protagonista. La bambina vuole imparare a usare l’arco e Robin, inizialmente riluttante, comincia a comportarsi con lei come un mentore. È un espediente narrativo piuttosto evidente, ma permette a Jackman di far emergere una tenerezza che il personaggio sembra aver dimenticato.
Sarnoski non costruisce però una redenzione semplice. Robin non può annullare ciò che ha fatto e il film non suggerisce mai che qualche gesto gentile possa cancellare una vita di violenza. La questione diventa piuttosto se un uomo possa scegliere di comportarsi diversamente quando ormai gli rimane pochissimo tempo.
Da questo punto di vista, The Death of Robin Hood trova alcuni dei suoi momenti migliori. Meno convincente è quando i dialoghi cercano apertamente una profondità filosofica che non sempre raggiungono, rendendo alcune conversazioni sul dolore, sull’anima e sulla morte più solenni che davvero incisive.
Michael Sarnoski costruisce un Medioevo bellissimo e terribile

Se la narrazione procede con una lentezza che può diventare pesante, sul piano visivo il film è impressionante. Sarnoski e il direttore della fotografia Pat Scola costruiscono un Medioevo fatto di fango, nebbia, legno, sangue e pietra.
Gli ambienti hanno una consistenza quasi tattile e la fotografia in 35mm restituisce un mondo che sembra realmente vissuto e consumato. Anche il sound design contribuisce in maniera decisiva: le lame, il vento, il fuoco e i rumori naturali vengono utilizzati per dare alla violenza un peso fisico difficile da ignorare.
La scelta di ridurre drasticamente l’azione dopo il primo atto è coraggiosa, ma produce anche il principale limite del film. Dopo un’apertura durissima e dinamica, Robin Hood – Il prezzo del sangue rallenta fino a diventare quasi un dramma da camera. È una scelta perfettamente coerente con il tema, ma non sempre altrettanto efficace sul piano del ritmo.
Un film affascinante che non raggiunge completamente la profondità cercata

Robin Hood – Il prezzo del sangue è probabilmente l’opposto del film che molti potrebbero aspettarsi leggendo il nome del protagonista. Non è un’avventura crepuscolare e non è nemmeno una decostruzione spettacolare del mito. È soprattutto un film sulla vecchiaia, sul rimorso e sulla possibilità di arrivare alla fine della propria vita senza riuscire davvero a riconciliarsi con ciò che si è fatto.
Michael Sarnoski affronta il materiale con grande serietà e costruisce un’opera visivamente splendida, sostenuta da un Hugh Jackman completamente immerso nel ruolo. Allo stesso tempo, però, il film rimane troppo distante e uniforme per trasformare tutte le sue riflessioni in autentica emozione.
La scelta di negare allo spettatore il Robin Hood eroico è interessante; quella di sostituirlo con un uomo così chiuso e quasi impenetrabile lo è un po’ meno. Resta comunque un esperimento coraggioso, cupo e molto personale, che preferisce interrogarsi su come muore una leggenda piuttosto che mostrarci ancora una volta come è nata.
La recensione in breve
Robin Hood - Il prezzo del sangue smonta la leggenda del celebre fuorilegge per raccontare un uomo ormai vecchio, violento e consumato dal rimorso. Hugh Jackman è eccellente e Michael Sarnoski costruisce un Medioevo magnificamente cupo, ma la lentezza e la distanza emotiva impediscono al film di raggiungere pienamente la profondità a cui aspira.
PRO
- Hugh Jackman offre una prova intensa e fisicamente impressionante.
- La fotografia e la ricostruzione medievale sono splendide.
- Interessante la decostruzione del mito di Robin Hood.
- Le prime sequenze di combattimento sono brutali e memorabili.
- Jodie Comer porta grande sensibilità a un ruolo molto trattenuto.
CONTRO
- Il ritmo diventa eccessivamente lento nella parte centrale.
- Robin rimane emotivamente troppo distante.
- Alcuni dialoghi cercano una profondità che non sempre raggiungono.
- Jodie Comer e altri comprimari avrebbero meritato maggiore sviluppo.
- Voto CinemaSerieTv
