Ci sono film che costruiscono la propria tensione attraverso il mistero e altri che scelgono una strada molto più diretta: stabiliscono un obiettivo, fanno partire un conto alla rovescia e non permettono al protagonista – né allo spettatore – di fermarsi. The Runner appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. Il nuovo thriller diretto da Kevin Macdonald affida praticamente tutto alla corsa disperata di Gal Gadot attraverso Londra e a una premessa tanto immediata quanto familiare.
Disponibile su Prime Video, The Runner dura appena 84 minuti e sembra perfettamente consapevole della propria natura di B-movie. Macdonald, regista di L’ultimo re di Scozia, State of Play e The Mauritanian, rinuncia alle complessità dei suoi lavori più ambiziosi per costruire un thriller essenziale e frenetico. Il problema è che la velocità riesce spesso a nascondere le debolezze della sceneggiatura, ma non può cancellarle.
Una corsa attraverso Londra per salvare un figlio

Maia (Gal Gadot) è un’avvocata e madre single impegnata in un importante processo contro un boss criminale. La sua giornata dovrebbe iniziare come tante altre: accompagna a scuola il figlio Noah (Rory Wilmot) e parte per la consueta corsa mattutina. Poco dopo, però, riceve una telefonata dal cellulare del bambino. Dall’altra parte non c’è Noah, ma un uomo misterioso interpretato da Damian Lewis.
Suo figlio è stato rapito e Maia ha appena un’ora per salvarlo. L’uomo le ordina di raggiungere l’hotel nel quale si trova sotto protezione il testimone fondamentale del processo e di ucciderlo. Se non lo farà, Noah, diabetico e privato del controllo sulla propria insulina, morirà.
Da quel momento The Runner riduce al minimo qualsiasi pausa. Maia deve attraversare Londra a piedi, mentre il suo aguzzino controlla ogni movimento attraverso il telefono e continua a ricordarle che il tempo sta scadendo. Una struttura che guarda apertamente a quella tradizione di thriller costruiti intorno a un ricatto a distanza, da In linea con l’assassino a Red Eye, fino ai più recenti Carry-On e Drop.
La velocità è la vera arma del film

Kevin Macdonald comprende perfettamente che fermarsi significherebbe permettere allo spettatore di interrogarsi troppo sulla plausibilità di ciò che sta vedendo. Per questo The Runner corre esattamente quanto la sua protagonista. La macchina da presa segue Maia attraverso strade, parchi e stazioni della metropolitana, mentre il montaggio mantiene costantemente la sensazione di un tempo che si sta esaurendo.
Fondamentale è il lavoro del direttore della fotografia Anthony Dod Mantle, collaboratore storico di Danny Boyle e già dietro la macchina da presa di 28 anni dopo. La Londra del film è caotica, affollata e attraversata continuamente da corpi, mezzi e ostacoli. La città finisce così per diventare uno degli elementi più riconoscibili del film, anche quando l’insistenza della regia sui virtuosismi visivi rischia di trasformarla più in una vetrina che in uno spazio realmente minaccioso.
È proprio questa energia a rendere The Runner più efficace di quanto la sua sceneggiatura meriterebbe. Per buona parte degli 84 minuti Macdonald riesce a mantenere vivo il movimento e a evitare la noia, costruendo un prodotto immediato che chiede soprattutto di lasciarsi trascinare.
Una sceneggiatura che non regge quando rallenta
I problemi emergono quando The Runner prova a dare maggiore profondità alla propria protagonista. La sceneggiatura di Mark Gibson introduce progressivamente il passato di Maia: scopriamo che è stata una campionessa di pentathlon e che porta con sé un trauma infantile. Informazioni evidentemente pensate per giustificare sia le sue capacità fisiche sia la determinazione con cui affronta la situazione, ma inserite con una tale precisione funzionale da rendere ancora più evidente la costruzione artificiale del personaggio.
Lo stesso vale per il piano dell’antagonista. Più vengono spiegati i dettagli del ricatto, più diventa difficile non interrogarsi sulla sua logica. The Runner accumula sorveglianza digitale, intelligenza artificiale, controllo remoto e un piano criminale sempre più elaborato, fino a un ribaltamento conclusivo che vorrebbe costringere a reinterpretare ciò che abbiamo visto ma finisce soprattutto per mettere in evidenza le forzature della storia.
Il film funziona quindi meglio quando non cerca di essere più intelligente della propria premessa. Finché Maia corre e il tempo diminuisce, il meccanismo tiene. Quando deve spiegare perché tutto questo stia accadendo, comincia inevitabilmente a scricchiolare.
Gal Gadot ha il fisico del ruolo, meno la sua componente emotiva

The Runner è sostanzialmente costruito intorno a Gal Gadot. L’attrice trascorre gran parte del film da sola, correndo attraverso Londra e interagendo con Damian Lewis principalmente attraverso il telefono. Dal punto di vista fisico è una scelta perfettamente coerente: Gadot rende credibile la resistenza quasi sovrumana di Maia e possiede la presenza necessaria per sostenere una storia che raramente si allontana da lei.
Più debole è invece la componente emotiva. Maia dovrebbe attraversare paura, disperazione, senso di colpa e rabbia mentre viene costretta a scegliere tra la vita del figlio e quella di un’altra persona, ma Gadot fatica a restituire tutte le sfumature di questo conflitto. In un thriller che dipende quasi interamente dall’identificazione con la protagonista, questa distanza finisce inevitabilmente per ridurre il coinvolgimento.
Damian Lewis, relegato per gran parte del film a una voce minacciosa, svolge con mestiere il proprio compito, ma anche il suo antagonista rimane prigioniero di una scrittura piuttosto convenzionale. Il confronto tra i due non raggiunge mai quella tensione psicologica necessaria a trasformare il ricatto in qualcosa di più di un dispositivo narrativo.
Un thriller che arriva al traguardo grazie al ritmo
The Runner sa esattamente quale film vuole essere e, almeno sul piano dell’intrattenimento, riesce in parte nel proprio intento. Kevin Macdonald costruisce un thriller compatto, veloce e tecnicamente curato, sfruttando Londra e la fisicità di Gal Gadot per mantenere costantemente in movimento una storia che non potrebbe permettersi molte pause.
Ma sotto questa superficie c’è poco. La sceneggiatura recupera meccanismi già utilizzati molte volte, i tentativi di approfondire Maia risultano schematici e il grande ribaltamento finale non possiede la solidità necessaria per dare alla storia una nuova prospettiva. Ne esce un film che si lascia guardare senza particolare fatica e che probabilmente si dimentica con altrettanta facilità: corre abbastanza velocemente da arrivare al traguardo, ma non abbastanza da lasciarsi alle spalle i tanti thriller che hanno già percorso la stessa strada.
La recensione in breve
The Runner sfrutta il ritmo, Londra e la fisicità di Gal Gadot per costruire un thriller compatto che riesce a intrattenere finché non ci si interroga troppo sulla sua logica. Kevin Macdonald mantiene alta l'energia, ma una sceneggiatura prevedibile, personaggi poco approfonditi e un coinvolgimento emotivo limitato impediscono al film di distinguersi.
PRO
- Il ritmo sostenuto
- L'uso delle location londinesi
- La regia energica di Kevin Macdonald
- La fisicità di Gal Gadot
CONTRO
- Una storia fin troppo familiare
- Una sceneggiatura poco credibile
- Personaggi privi di reale profondità
- Una componente emotiva poco incisiva
- Voto CinemaSerieTV
