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Home » Film » Recensioni film » Man of Tai Chi, recensione: combattimenti all’ultimo sangue

Man of Tai Chi, recensione: combattimenti all’ultimo sangue

La recensione di Man of Tai Chi, l’esordio da regista di Keanu Reeves, un action adrenalinico e ricco di spettacolari combattimenti.
Andrea VenutiDi Andrea Venuti16 Novembre 2022
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Man of Tai Chi
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Il film: Man of Tai Chi, 2013. Regia di: Keanu Reeves. Cast: Tiger Hu Chen, Keanu Reeves, Karen Mok, Simon Yam, Sam Lee, Iko Uwais. Genere: Azione. Durata: 105 minuti. Dove l’abbiamo visto: in anteprima su Netflix.

Trama: Il misterioso miliardario Donaka Mark (Keanu Reeves) organizza in gran segreto combattimenti all’ultimo sangue. Il suo intento è scovare l’atleta perfetto e forse l’ha trovato: Tiger Chen.


Keanu Reeves fin dai tempi di Matrix ha sempre praticato svariate arti marziali, allenato guarda caso dal suo mentore e amico Tiger Hu Chen, qui protagonista tra calci rotanti e pugni frustati. Reeves nel corso degli anni, in particolare modo durante la preparazione per i vari John Wick (di cui è appena uscito il trailer del quarto capitolo della saga), si è impegnato con costanza e sacrificio nel judo, ju-jitsu, krav maga e addirittura nella boxe. Il suo amore verso le arti marziali è incontestabile, amore riversato con cuore e dedizione nel 2013 in Man of Tai Chi, il suo esordio dietro la macchina da presa.
Man of Tai Chi, co-produzione tra Stati Uniti e Cina costata la bellezza di 25 milioni di dollari, è essenzialmente un gongfupian urbano dalle leggere tinte noir, dove i combattimenti sono l’attrattiva principale del film. Aspetto confermato più volte dal celebre regista: «nel film saranno presenti diciotto combattimenti, per un totale di 40 minuti di kung fu», così aveva dichiarato Reeves in un’intervista di presentazione del progetto.

Ad ogni modo, nonostante le discrete aspettative è passato subito in sordina e dimenticato troppo in fretta dai fan. Sicuramente l’opera presenta delle ingenuità di fondo evidenti, ma non merita l’oblio a cui è stata destinata: riscopriamola nella nostra recensione di Man of Tai Chi.

La Trama: Tiger Chen, l’enfant prodige del Tai Chi

una scena di Man of Tai Chi

Il misterioso miliardario Donaka Mark (Keanu Reeves), CEO di una nota società privata specializzata in sistemi di sicurezza, in privato e lontano da occhi indiscreti realizza combattimenti clandestini all’ultimo sangue. Mark è ossessionato dal kung fu e sta cercando il combattente perfetto; combattente forse trovato in una città remota della Cina continentale. Il giovane sventurato è Tiger Chen, ragazzo di provincia che si divide tra il suo lavoro di fattorino e gli allenamenti di Tai Chi in un vecchio tempio di periferia. Chen è il classico bravo ragazzo, intento ad aiutare tutti. Peccato però che la società non sia altrettanto ben disposta nei suoi confronti, ed è pronta a portargli via qualsiasi cosa.

Annebbiato dalla rabbia, con evidenti problemi economici, accetta le lusinghe di Donaka Mark e inizia a combattere in circuiti clandestini altamente pericolosi.
Tiger Chen è un portento del Tai Chi, conosce alla perfezione qualsiasi tecnica e variante di codesto stile marziale al punto da sconfiggere con facilità qualsiasi avversario.
Contemporaneamente l’agente speciale hongkonghese Sun-Jing Shi sta provando a incastrare Donaka Mark ma le difficoltà sono tangibili, al punto da chiedere aiuto proprio a Tiger Chen. Lo scontro tra Chen e il suo nuovo datore di lavoro è alle porte.

Combattimenti carnali e spumeggianti

una scena di Man of Tai Chi

Man of Tai Chi è un film dove i combattimenti sono al centro di tutto. Keanu Reeves ha la fortuna di avere come protagonista Tiger Hu Chen, uno degli artisti marziali più bravi del mondo, ex allievo di punta della prestigiosa Sichuan Wushu Team nonché vincitore del National Youth Martial Arts Competition.
Inoltre non vuole rischiare nulla, pertanto sceglie come coreografo marziale una leggenda vivente: Yuen Wo Ping, attivo dal 1978 e celeberrimo per essersi occupato delle scene di lotta in blockbuster come dei film Matrix e La tigre e il dragone.
Il trio Keanu Reeves, Tiger Hu Chen e Yuen Wo Ping partorisce scene magistrali, laddove diversi stili marziali si amalgamano alla perfezione: dal kickboxing al Tai Chi, passando per il Pencak Silat oppure il famosissimo Jeet Kune Do (Bruce Lee vi ricorda qualcosa?).

Addentrandoci nell’analisi stilistica dei combattimenti vi citiamo subito una particolare esibizione sportiva del protagonista, durante una specie di campionato regionale di kung fu. Il protagonista Tiger Chen deve vedersela con un combattente sulla carta molto forte, asso del cosiddetto Nanquan, una sorta di pugilato praticato nelle zone meridionali dello Yangtze.
Il combattimento è molto curato: le carrellate laterali, con ambedue i partecipanti intenti a lottare, sono sicuramente d’impatto. Carrellate corredate da zoomate selettive ben calcolate, da svariati particolari su pose e movenze (qui si vuole quasi richiamare il maestro Chang Cheh), passando a una camera spesso molto vicina all’azione.

Sequenza a conti fatti sì ben diretta, ma abbastanza nella norma. Tuttavia tranquilli, il film presenta quasi una logica videoludica e più avanza più i combattimenti diventano elaborati e cruenti. Nello scontro/colloquio, laddove il protagonista deve mostrare le sue abilità a Donaka Mark, la regia cambia totalmente e veniamo catapultati in uno spumeggiante scontro all’ultimo sangue. Qui veniamo catturati da inebrianti long take distinti da contre-plongée (asse della camera rivolto dal basso verso l’alto); presenti poi le consuete carrellate laterali, caratterizzate però da una posizione anomala della macchina da presa: camera in alcuni frangenti poggiata quasi a terra, ad altezza “tatami”.
A circa metà film abbiamo poi uno scontro psichedelico assai avanguardista. Il protagonista deve sfidare due atleti cinesi in un ring totalmente buio, circondato da una platea di ricchi uomini pronti a godersi lo spettacolo di morte. Il regista opta inizialmente per un gioco di luci on/off con una camera spasmodica che gira a tratti a 360°, senza soluzione di continuità, in fast motion oppure inquadra i soggetti in scena con fulminee silhouette. Nel finale poi l’illuminazione vira su un verde metallizzato alquanto glamour.

Difetti evidenti ma tanto cuore

una scena di Man of Tai Chi

Man of Tai Chi, come abbiamo in parte visto, può vantare su un apparato action mastodontico. La stessa cosa, però, non può essere detta per la struttura narrativa e la gestione del cast.
Certo gli eventi in scena, sulla carta, sono assai accattivanti; l’organizzazione clandestina che pianifica combattimenti per ricchi uomini d’affari richiama svariati cult, tra cui Fight Club. Addirittura all’inizio del film, Keanu Reeves si presenta come una sorta di frontman con una maschera enigmatica sul volto; maschera che anticipa una delle figure più criptiche del futuro Squid Game.
Tuttavia, questa organizzazione non viene ben sviluppata e non presenta elementi caratterizzanti tali da rimanere impressa nella mente dello spettatore; quindi, siamo lontani anni luce dal fascino emesso dal lussuosissimo Continental, ammirato nel franchise di John Wick.
Anche gli eventi narrativi scorrono assai velocemente e spesso sono privi del pathos drammatico idoneo a tali film.

Ad ogni modo, se visto con attenzione, dal film emergono aspetti interessanti. Keanu Reeves vuole altresì criticare un certo atteggiamento capitalista presente anche in Cina, laddove la corsa all’obiettivo lavorativo è di primaria importanza.
Interessante poi anche il veloce contrasto tra le città ultra moderne e una serie di paesi rurali, zone magiche dove si nasconde una storia millenaria che rischia di perdersi in progetti di riqualificazione.
Ritornando invece sulle note dolenti, abbiamo un protagonista poco incisivo a livello attoriale e alcuni segmenti comici (il cameramen di Donaka Mark) non ben integrati e alquanto superflui.

Un’ode allo star system di Hong Kong

una scena di Man of Tai Chi

Man of Tai Chi presenta, in ruoli secondari, una serie di personaggi iconici dello star system hongkokghese. Mondo cinematografico molto amato da Keanu Reeves.
Ed ecco che il sovrintendente Wong è interpretato dal mega divo Simon Yam, ammirato in capolavori come Bullet in the Head del maestro John Woo oppure in tanti noir, neri come la pece, del grandissimo Johnnie To: Da Exiled a Vendicami. La detective Sun Jingshi è Karen Mok, ammirata in tutto il suo splendore in Angeli perduti di Wong Kar wai oppure in tante commedie cult di Stephen Chow.
Il poliziotto “informatico” Tak Ming è invece Sam Lee, altro volto iconico di Hong Kong stimato per la sua interpretazione di Made in Hong Kong di Fruit Chan.
Nel finale trova spazio, in un cameo, anche l’indonesiano Iko Uwais (The Raid – Redenzione).

La recensione in breve

7.0 Accattivante

Man of Tai Chi è l'esordio alla regia di Keanu Reeves; un film con alcuni difetti evidenti in fase di scrittura, ma che può vantare su dei combattimenti spumeggianti grazie alle doti marziali di Tiger Hu Chen e alle coreografie di Yuen Wo Ping. Combattimenti molto carnali, distinti da una messa in scena accattivante e virtuosistica.

  • Voto cinemaSerieTV.it 7.0
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