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Home » Film » Scappa – Get Out, la spiegazione del finale del film di Jordan Peele

Scappa – Get Out, la spiegazione del finale del film di Jordan Peele

La spiegazione del finale di Scappa - Get Out, il folgorante esordio registico di Jordan Peele che parla di razzismo in chiave horror.
Max BorgDi Max Borg14 Aprile 2023
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Scappa - Get out, una scena del film (fonte: Universal Pictures)
Scappa - Get out, una scena del film (fonte: Universal Pictures)
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Dopo anni di attività soprattutto in ambito comico, in particolare al fianco del sodale e amico Keegan-Michael Key, nel 2017 Jordan Peele ha esordito come regista cambiando registro, dimostrando un’affinità per le varie declinazioni dell’horror che continua tuttora nella sua filmografia. Quell’esordio è Scappa – Get Out, un lungometraggio che è dotato di una certa ironia (già presente nel titolo, evidente rimando ai commenti che il pubblico è solito fare quando i personaggi negli horror si comportano in modo stupido), ma che nel complesso è una riflessione abbastanza agghiacciante su una realtà molto poco rassicurante. E inizialmente quel concetto di realtà doveva estendersi alla conclusione della pellicola, come approfondiremo in questa nostra spiegazione del finale di Scappa – Get Out. Ovviamente questo articolo contiene spoiler.

Il segreto degli Armitage

Una scena di Scappa - Get Out

Per l’intera durata del film, il giovane afroamericano Chris si è sentito un po’ a disagio a casa dei genitori della compagna bianca Rose: sono tutti educati, ma c’è un che di strano nell’aria, soprattutto dopo una festa dove lui è stato costretto a conoscere vari amici di famiglia. E poi, arriva la spiegazione: gli Armitage hanno perfezionato una tecnica chirurgica che impianta il cervello dei loro amici bianchi (tutti affetti da patologie debilitanti o addirittura terminali) nei corpi di uomini di colore, le cui personalità originarie rimangono intrappolate in una sorta di limbo spirituale, dal quale possono uscire se esposte a luci come quelle del flash di una macchina fotografica.

Chris è l’ennesima cavia di un complotto le cui conseguenze sono vistose per chi conosce la verità: la domestica e il giardiniere degli Armitage – cognome che fa pensare a Lovecraft, forse non a caso dato il suo pallino per le associazioni segrete e i riti occulti, nonché il suo tutt’altro che velato razzismo – sono in realtà i genitori del patriarca Dean, il quale sta per mutilare il giovane. Chris riesce però a salvarsi, bruciando la casa e lasciando la perfida Rose a morire dissanguata per strada, mentre il suo amico Rod lo porta a casa dopo averlo rintracciato.

La strada verso il lieto fine

Una scena di Scappa - Get Out

Data la vena comica del lavoro di Jordan Peele, e la componente satirica di Scappa – Get Out che mette alla berlina il finto altruismo di sedicenti liberali che sotto sotto mantengono tracce di bigottismo (emblematico Dean Armitage, organizzatore di una vera e propria asta simile a quelle che si tenevano per la tratta degli schiavi, che per ingraziarsi Chris dice che avrebbe votato per Obama una terza volta qualora possibile), è a suo modo logico che il film abbia una specie di happy end, con Chris, traumatizzato ma tutto sommato incolume, che può tornare a Brooklyn con l’aiuto di Rod, il quale si fa portavoce del pubblico con la battuta “Te l’avevo detto di non entrare in quella casa!”. Ma questo è solo uno di tanti finali che Peele aveva in mente prima di scegliere quello definitivo. Alcuni di questi sono anche stati girati, e sono disponibili in rete e in home video. Data l’ispirazione di pellicole come La fabbrica delle mogli, non sorprende che fra le conclusioni possibili ci fosse quella più beffarda possibile, con Rod che rintraccia Chris mesi dopo gli eventi del film e si sente dire “Ti assicuro che non ho idea di cosa tu stia parlando”, lasciando intendere che il trionfo del ragazzo fosse provvisorio e che l’intervento possa essere stato completato.

La dura realtà

Una scena di Scappa - Get Out

Ma non è quello il finale più duro che aveva in mente il regista, il quale ha iniziato a pensare al soggetto circa dieci anni prima dell’uscita. Nelle intenzioni di Peele, infatti, fino a un certo punto il film era identico a quello che abbiamo visto in sala, ma quando arriva la macchina alla fine non è Rod, bensì la polizia, che arresta Chris per l’uccisione degli Armitage e la distruzione della loro casa. Solo a questo punto arriva Rod per farsi dare informazioni e indagare sugli antagonisti, e Chris, consapevole del fatto che molto probabilmente passerà il resto della vita in prigione in quanto uomo di colore che ha sterminato una famiglia bianca, dice semplicemente, rassegnato, che non potranno più fare danni.

Un finale poco catartico ma molto verosimile, basato su varie testimonianze di afroamericani arrestati e condannati semplicemente per il loro colore della pelle, a prescindere da prove e/o circostanze attenuanti. Poi, arrivato al 2016 quando è stato effettivamente possibile portare la storia sullo schermo, Peele si è reso conto che il pubblico era divenuto maggiormente cosciente delle ingiustizie razziali in seno alle forze dell’ordine, ed era giusto ricompensare gli spettatori con una conclusione meno triste. Ma non senza quel breve momento di tensione, quando Chris e Rose sentono la sirena e pensano che il carcere per lui sia inevitabile. Solo allora è lecito svelare che si tratta di Rod, generando applausi – questa la reazione alle proiezioni pubbliche a cui ha assistito Peele – e consentendo alla pellicola di essere, a suo modo, una divertente e terrificante fuga dalla realtà.

Max Borg
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Finlandese di nascita, italiano e svizzero d'adozione, si innamora del cinema e della televisione nel periodo adolescenziale, e durante gli studi universitari trasforma gradualmente questo amore in lavoro. Scrive per varie testate in Italia e all'estero, soprattutto quando si tratta di supereroi, cinema nordico e svizzero, streaming e festival.

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