La sesta stagione di Black Mirror, come vi abbiamo raccontato nella nostra recensione, ci ha molto deluso. Come noi anche molti fan della serie hanno fatto fatica a ritrovarsi in questo nuovo ciclo di racconti. Ma dove risiedono le origini dei problemi? In molti hanno prontamente puntato il dito contro Netflix, che curiosamente continua a vedere il proprio ruolo mutare: ora quello della carnefice, ora quello della salvatrice. Ma le cose stanno davvero così? Il fallimento della sesta stagione di Black Mirror è davvero colpa di Netflix? A noi sembra che la situazione sia un poco più complessa.
Come Black Mirror è arrivata da Netflix

A seguito dell’episodio speciale Bianco Natale, il creatore di Black Mirror Brooker si reca negli studi di Channel 4, l’emittente televisiva britannica della serie, per discutere della produzione di nuove puntate. I dirigenti all’incontro gli comunicano di essere interessati a proseguire il rapporto di lavoro ma che, vista la restrizione del budget a disposizione, è necessario trovare nuovi partner economici. Brooker porta successivamente alcune proposte al tavolo di Channel 4, ma trova dall’altra parte un comportamento evasivo.
Si cambia idea, cercando di trovare un accordo senza alcuna co-produzione ma l’emittente pone una condizione: fornire in anticipo i temi che sarebbero stati trattati negli episodi. L’autore rimane molto scontento della proposta, visti i rifiuti avuti in precedenza ad alcune idee da lui proposte. A quel punto decide di fare marcia indietro e di recarsi da Netflix – con cui aveva avuto già interlocuzioni in merito – e di stringere un accordo per la produzione di 12 nuovi episodi, divisi poi in due stagioni distinte.
Netflix ha limitato la libertà di Brooker e di Black Mirror?

Come abbiamo appena visto nel resoconto, ricostruito in più interviste dallo stesso Brooker, l’autore di Black Mirror ha deciso di separarsi da Channel 4 proprio per una questione legata alla propria libertà creativa. E ha deciso lui stesso di lavorare con Netflix. I motivi davanti a questa decisione sono molti e intuibili. Da una parte un budget decisamente più alto, dall’altra la possibilità di arrivare nelle case di tutti. Netflix è ancora oggi la piattaforma streaming con la diffusione più capillare a livello internazionale, figurarsi tra il 2014 e il 2015 quando di competitor non se ne vedeva traccia.
Ultimo, ma più importante, è proprio quel tipo di libertà creativa che Brooker andava cercando. La piattaforma streaming fin dall’inizio della produzione dei propri contenuti Originals ha cercato di accaparrarsi autori noti, promettendo libertà assoluta e spesso budget molto importanti. In sostanza una serie di investimenti per fare branding. Basti pensare a casi come The Irishman di Scorsese, Bardo di Iñárritu (e molti altri) per rendersi conto che mettere paletti a processi creativi a determinati progetti non è interesse aziendale. Lo stesso discorso è valido per Charlie Brooker e le stagioni di Black Mirror prodotte da Netflix.
Risposte semplici a domande complesse

Nella stessa ultima stagione l’ultima cosa che sembra mancare è la libertà. Un ciclo di puntate in cui l’autore ha scelto liberamente di uscire dal tema, variando a piacimento e scimmiottando, là dove lo ha ritenuto necessario, la stessa casa di produzione. Senza contare che voler dare tutta la colpa del declino di Black Mirror a Netflix vorrebbe dire non tener conto di alcuni grandi episodi presenti nelle stagioni prodotte dalla piattaforma. San Junipero, Caduta Libera, Zitto e Balla, sono tra le puntate più belle di Black Mirror e fanno tutte parte del “periodo streaming”. Un’altra accusa comune è che Brooker e Black Mirror sono diventate parte del sistema che criticavano. Come se le prime due stagioni fossero delle web-series indipendenti.
Il mondo è cambiato, noi siamo cambiati e probabilmente lo stesso Charlie Brooker lo è. Dopo oltre dieci anni dall’esordio dovremmo essere in grado di accettare che un autore e una serie possano essersi esauriti. Perché il problema di questa sesta stagione non è neanche la poca attinenza al tema che ha sempre contraddistinto Black Mirror. È proprio una questione qualitativa, una stanchezza e una pigrizia generalizzata e traversale. Ma allora chi è il colpevole? Una domanda complessa a cui cerchiamo tutti quanti di dare una facile risposta che sia in grado di nascondere la nostra paura più grande: tutto, prima o poi, finisce.
