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Home » Film » Recensioni film » Il più bel secolo della mia vita, la recensione del film con Lundini e Castellitto

Il più bel secolo della mia vita, la recensione del film con Lundini e Castellitto

La recensione de Il più bel secolo della mia vita, diretto da Alessandro Bardani con Valerio Lundini e Sergio Castellitto.
Alessio ZuccariDi Alessio Zuccari7 Settembre 2023
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il più bel secolo della mia vita recensione
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Il film: Il più bel secolo della mia vita, 2023. Regia: Alessandro Bardani. Cast: Valerio Lundini, Sergio Castellitto, Carla Signoris. Genere: Commedia, drammatico. Durata: 90 minuti. Dove l’abbiamo visto: al cinema, in anteprima stampa.

Trama: Gustavo, un ultracentenario cresciuto orfano, e Giovanni, membro di un’associazione di figli adottati, intraprendono un viaggio on the road nel tentativo di far cambiare una legge obsoleta.


Ad alcuni film non serve fare le cose in grande per fare grandi cose. Prendiamo Il più bel secolo della mia vita. È uno di quei rari casi in cui si raccontano pochi eventi, ma con pulizia, con dovizia di andarli a mettere nel posto in cui devono stare e dove possono funzionare. Lo dirige Alessandro Bardani a partire dall’omonima pièce firmata dallo stesso regista e da Luigi Di Capua – uno degli esponenti del noto gruppo comico The Pills, che poi i due adattano per il cinema assieme anche a Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli. Come vedremo in questa recensione di Il più bel secolo della mia vita si tratta di un’opera che segue una traccia chiara, facilmente leggibile, sulla quale edifica un racconto molto genuino, ironico e a tratti anche commovente.

Il più bel secolo della mia vita, la trama del film

il più bel secolo della mia vita recensione

La legge 184 del 1983, meglio conosciuta come “la legge dei cent’anni”, impedisce a un figlio o una figlia adottati di risalire alle proprie origini fino al compimento del centesimo anno di età. Il più bel secolo della mia vita parte da questa premessa per introdurre il personaggio di Gustavo (Sergio Castellitto), ultracentenario che trascorre la sua vecchiaia nello stesso convento dov’è stato accudito durante l’infanzia. Sta attendendo l’arrivo di Giovanni (Valerio Lundini), un devoto membro dell’associazione FAeGN (Figli Adottivi e Genitori Naturali, che esiste davvero) che ha il compito di portarlo a un importante incontro con il Ministro degli Interni per discutere la possibilità di cambiare l’ordinamento della legge 184.

Ma Gustavo è un uomo tanto giocherellone quanto burbero, figura del tutto opposta alla rigidità del logorroico Giovanni. Da qui Il più bel secolo della mia vita si sviluppa seguendo le coordinate del più classico dei road movie, sfruttando l’idea del viaggio, delle sue peripezie e delle sue svolte come occasione di scoperta delle differenze che separano, e forse anche delle affinità che accomunano, i due.

Una sceneggiatura limpida che non vuole strafare

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Quello del film di Bardani e Di Capua è un racconto che ruota attorno al gioco delle parti, poste agli estremi di un polo centrale che fa da terreno di convergenza. Giovanni si dedica anima e corpo alla sua causa, convinto di poter arrivare con un pizzico di (poi disatteso) idealismo a un effettivo cambiamento delle cose. Gustavo la sua vita invece l’ha vissuta, tra gioie e dolori evocate nel bianco e nero dei flashback e del repertorio; di far parte di una battaglia che ha già combattuto e perduto non ha più voglia.

Chiaro che il contrasto tra questi due personaggi ha la forza di emergere quando una sceneggiatura lo permette e quando hai degli interpreti capaci di incarnare l’opposto l’uno dell’altro. Il primo requisito non manca, perché lo script è limpido, preciso nel rintoccare i giusti passaggi al momento opportuno e di non strafare con il voler affastellare più trama di quanto un film così potrebbe sostenere – dura un’ora e mezza scarsa, il tempo giusto.

Per una volta si scongiura anche il rischio dell’asfissia alla quale vanno incontro molte opere adattate dal teatro, che nel passaggio tradiscono l’evidente matrice originaria. Il più bel secolo della mia vita trova invece nel cinema un respiro naturale, forse a polmoni ancora più aperti di quanto non faccia il testo di partenza.

Un duo ispirato per un film di grande umiltà

il più bel secolo della mia vita recensione

Anche il secondo, di requisito, segna una spunta verde. Castellitto, nascosto sotto un pesante ma non invadente trucco prostetico, è in parte con grande trasporto. L’umorismo del suo Gustavo è caustico, segnato da stilettate di un umorismo talvolta spicciolo ma coerente, dove la scelta del dialetto e delle inflessioni romane sono l’arma in più per suscitare la risata.

Dall’altro lato c’è invece Lundini, pendolino comico alla prima performance attoriale vera e propria. Regge il ruolo, in apparenza più serioso rispetto a quello di Gustavo, con buona dignità e rispondendo alle frecciatine del suo compagno d’avventura con l’ironia asciutta, monocorde, alla quale ci ha abituato negli ultimi anni. In alcuni momenti subentra la sensazione che il Valerio Lundini de Una pezza di Lundini sia stato preso e traslato così com’è, ma sul lungo percorso il tono si assesta e incastra bene nel rimpallo con Castellitto.

Il più bel secolo della mia vita lavora con loro due per quasi tutto il tempo, facendo subentrare solo per alcuni momenti qualche altro volto (come quello di una malinconica Carla Signoris) per dare traiettoria a una trama comunque lineare, mai pretenziosa. Non si può quindi che rimanere piacevolmente coinvolti e divertiti da un film piccolo e consapevole di esserlo, orchestrato con solidi intenti e invidiabile umiltà.

 

La recensione in breve

7.0 Umile

Il più bel secolo della mia vita è un film dal carattere genuino. Diverte, coinvolge, commuove anche, con un duo di protagonisti ispirato ed azzeccato che on the road tracciano la linea di una storia piccola e umile ma con un grande cuore.

  • Voto CinemaSerieTV 7.0
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