Parasite di Bon Joon-ho ha un finale spiazzante, perfettamente in linea con la densità della storia raccontata. Una sorta di commedia nerissima che riflette in maniera intelligente sulle differenze di classe e sulla violenza umana. Quella dell’autore coreano è stata una delle opere più importanti della stagione 2019, premiata con la Palma d’Oro al 72.mo Festival di Cannes. Nonché con gli Oscar al miglior film straniero, miglior regia, migliore sceneggiatura originale e soprattutto, miglior film nell’edizione 2020.
Non era mai accaduto, fino a quel momento, che un tale riconoscimento andasse a un film non in lingua inglese. Insomma, in poche parole Parasite è la punta di diamante di una scuola cinematografica sempre ricca e del mondo culturale di una nazione ormai lanciata dal punto di vista produttivo. Ecco allora la spiegazione del finale di Parasite.
Brutti, sporchi e cattivi

Siamo a Seoul, capitale della Corea del Sud. In un seminterrato in condizioni pietose vivono Ki-taek (Song Kang-ho) e la sua famiglia. Composta dalla madre Chung-sook, dal figlio Ki-woo e dalla figlia Ki-jung. Brutta, sporca e cattiva, per riprendere il titolo del capolavoro di Ettore Scola, la famiglia Kim si sostiene col sussidio di disoccupazione, tra espedienti di ogni genere.
La svolta arriva quando Ki-woo, grazie all’intercessione dell’amico Min-Hyuk, che una sera si presenta a casa Kim con una pietra suseok in regalo, si fa assumere dalla ricca famiglia Park. Il ragazzo falsifica i documenti e diventa così insegnante d’inglese della figlia Da-hye. Complice una certa faciloneria dei Park, riesce a far ottenere un lavoro anche alla sorella Ki-jung, spacciandola per pittrice specializzata in arte terapia. E facendola diventare insegnante del piccolo Da-song, un ragazzino con gravi problemi di salute.
L’attacco

Uno dopo l’altro i Kim riescono a insinuarsi in casa Park. Anche il padre viene proditoriamente fatto assumere come autista, dopo che la figlia ha provocato il licenziamento del primo chauffeur. Ultima a entrare nella splendida villa è la madre Chung-sook, chiamata a sostituire la governante Moon-gwang, diffondendo la falsa notizia di una sua malattia. Il piano è compiuto e Ki-woo intreccia anche una relazione con Da-hye.
Quando i Park si allontanano, i Kim finalmente si appropriano della casa, trattandola come fosse la loro. L’arrivo di Moon-gwang turba la serenità del momento. La donna, infatti, insiste per entrare e recuperare qualcosa che ha dimenticato nella cantina, una specie di bunker. L’oggetto da recuperare è in realtà il marito della donna, che da anni è nascosto lì dentro per fuggire agli usurai. Il confronto tra loro non è amichevole. La donna minaccia di rivelare il segreto dei Kim e nasce una rissa.
Il finale di Parasite

Quando i Park stanno per rientrare a causa di un nubifragio, i Kim imprigionano marito e moglie nel bunker, cercando di mettere in ordine casa. La donna fugge ma cade e si fa male alla testa fino a morire. La signora Park rivela a Chung-sook l’apprensione legata alla salute del figlio epilettico, ancora spaventato dalla visione, tempo prima di un fantasma (il marito della governante). I Kim tornano nel loro scantinato, completamente distrutto dal nubifragio. L’indomani in casa Park si celebra la festa di compleanno del figlio e i Kim sono tutti al lavoro regolarmente. Ki-woo decide di uccidere i prigionieri nel bunker con la pietra del suo amico.
Ma viene colpito da Geun-sae, distrutto dalla morte della moglie. Si libera e con un coltello pugnala la figlia dei Kim. Da-song, riconoscendolo, ha una crisi epilettica. Chiedono aiuto a Ki-taek che sta soccorrendo la figlia, gravemente ferita. Chung-sook uccide Geun-sae. E Ki-taek, disturbato dall’atteggiamento indisponente del padrone di casa, lo uccide, dileguandosi. Mesi dopo, Ki-woo e la madre sono in libertà vigilata. Ki-jung è morta, mentre del capofamiglia non si sa più nulla. In realtà è tornato nella villa, ora di proprietà di una famiglia tedesca e comunica con il figlio attraverso il linguaggio Morse, accendendo e spegnendo un lampadario. Il figlio scrive al padre promettendogli di comprare, un giorno, quella casa.
