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Home » Film » Recensioni film » Una stanza tutta per sé, la recensione del film di Matan Yair

Una stanza tutta per sé, la recensione del film di Matan Yair

La recensione di Una stanza tutta per sé, film del regista israeliano Matan Yair che riflette sui legami parentali.
Tiziana MorgantiDi Tiziana Morganti17 Agosto 2023
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Una scena del film Una stanza tutta per sé
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Il film: Una stanza tutta per sè, 2023. Regia: Matan Yair. Cast: Gilad Lederman, Yarden Bar-Kochba, Dror Keren, Israel Bright. Genere: Drammatic1. Durata: 82 minuti. Dove l’abbiamo visto: Anteprima stampa.

Trama: Avere diciassette anni non è certo un’impresa facile. E lo è ancora meno se si vive all’interno di un nucleo famigliare che ha perso il suo equilibrio. Il giovane Uri, infatti, deve fronteggiare la separazione dei suoi genitori e, in modo particolare, la crisi personale ed emotiva in cui è caduta la madre. La donna, infatti, sta vivendo in uno stato di rifiuto e solitudine che attutisce solo legandosi in modo stretto e morboso al figlio. Per questo motivo, infatti, ha deciso di dividere la stanza con lui, rifiutandosi di dormire in quella che aveva condiviso con il marito.

Una condizione che porta Uri ad una sorta di soffocamento e ad una instabilità che, aggiungendosi alle problematiche naturali della sua età, lo condanna ad uno stato d’indecisione perenne. Una condizione che riversa anche durante il suo colloquio con l’esercito, ammettendo in modo sincero e candido di non sentirsi pronto per quello stile di vita. Ma quale può essere il suo futuro? Pensarlo, scovarlo e definirlo sembra quasi impossibile. Il primo passo, forse, deve iniziare proprio dall’intimità della famiglia all’interno della quale Uri ha necessità di ritrovare una stanza tutta per sé, sia dal punto di vista materiale che emotivo.

Cos’hanno in comune un film israeliano ed uno dei libri più interessanti dell’inizio del ‘900? Ad un primo sguardo si direbbe solamente il titolo. La relazione in questione, infatti, è tra Una stanza tutta per sé, saggio femminista scritto da Virginia Wolfe, e il film diretto da Matan Yair. All’interno delle sue pagine la scrittrice s’interrogata sul ruolo della donna all’interno della società e su come i talenti artistici e creativi possano, in qualche modo, trovare il loro posto andando oltre le convenzioni sociali.

D’altronde il mondo in cui vive la Wolfe vuole il femminile relegato ai ruoli esclusivi di madre e moglie. Una tematica, dunque, che in apparenza sembra non avere nulla a che fare con il film omonimo che ha come protagonista un ragazzo israeliano diciassettenne. Andando a scavare oltre la forma, però, si trovano delle congruenze interessanti, com’è possibile vedere dalla recensione di Una stanza tutta per sé.

Proprio come la Wolfe, infatti, anche il giovane Uri è alla ricerca del proprio posto e si trova a sostenere il confronto con le aspettative di un mondo esterno che non facilitano certo il suo compito. A complicare la condizione, poi, anche l’ambito famigliare sempre più soffocante e manipolatorio da un punto di vista emotivo. Elementi che dimostrano come alcune problematiche sono ben lontane dall’essere risolte e, soprattutto, coinvolgono in modo trasversale i generi.

Trama: La difficoltà dell’equilibrio

Una scena del film Una stanza tutta per sé

Un nucleo famigliare composto da quattro persone definisce idealmente la forma di un quadrato. Perfettamente uniti ed uguali tra di loro, ogni membro contribuisce a delineare uno spazio intimo all’interno del quale tutti si sentono al sicuro e sembrano aderire perfettamente ai propri ruoli. Quando, però, uno di loro decide di allontanarsi e separarsi, l’insieme diventa improvvisamente disarmonico mostrando un’evidente vulnerabilità verso l’esterno. Oltre a questo, poi, le parti e gli spazi subiscono una rivoluzione evidente che tende al disordine. Unica soluzione, dunque, è assumere al più presto una nuova forma, andando a riempire il vuoto lasciato dall’elemento mancante.

Un’opzione più facile a dirsi che a farsi perché prevede il coraggio di ristabilire una nuova armonia con ruoli sempre diversi e circoscritti. Un coraggio che spesso manca perché è più facile cedere allo sconforto che adattarsi al nuovo. Questo, almeno, è la condizione che sta vivendo la famiglia del giovane Uri. Appena diciassettenne, infatti, si trova a dover affrontare la separazione dei propri genitori e, soprattutto, lo stato di prostrazione emotiva in cui è caduta la madre. Una condizione che ricade pesantemente sul figlio, visto che diventa la sua unica ragione di vita e la speranza per future soddisfazioni. Aderire alle sue pressanti aspettative e ad un affetto spesso ricattatori, però, non è assolutamente facile.

Per Uri, poi, le cose non migliorano al di fuori delle mura domestiche. La società in cui vive, infatti, lo sta pressando per fare al più presto delle scelte di vita importanti. Ma per un ragazzo destabilizzato e con scarsi spazi personali non è certo semplice comprendere chi diventare. Per questo motivo, dunque, inizia un’inevitabile percorso di scoperta che comprende forme di ribellioni, confronti con il padre e, soprattutto, il rischio di non aderire all’immagine creata da una madre diventata troppo ossessiva. Unico faro in questa condizione confusa e nebulosa può essere la presenza di una sorella sicuramente più risolta e indipendente che, mettendo in evidenza i limiti di un rapporto madre/figlio fin troppo ossessivo, spinge il fratello a rivendicare uno spazio proprio, fisico ed emotivo, dove scoprire finalmente se stesso.

L’amore malato

Una scena del film Una stanza tutta per sé “Chi amo io e chi ami tu?” Questo è il breve dialogo che, quasi ogni sera, avviene tra Uri e sua madre. Uno scambio che apparentemente ha la forma di un linguaggio d’amore ma che, in sostanza, cela le caratteristiche di un ossessivo legame parentale destinato a diventare limitazione e condizionamento. Attraverso il rapporto tra Uri e la madre, infatti, il regista mette in scena un aspetto che si tende facilmente a negare. Si tratta dell’amore malato che può essere trasmesso anche e soprattutto all’interno di un nucleo famigliare disarmonico. In questo caso, infatti, l’affettività viene chiaramente utilizzata come trasmissione di un insieme d’insicurezze e pesi emotivi.

Invece che offrire forza, autonomia ed indipendenza, infatti, l’elemento materno diventa fagocitante e condizionante, utilizzando il proprio figlio come una sorta di riscatto nei confronti delle delusioni personali. In questo caso, infatti, Uri viene percepito come un prolungamento quasi naturale e fisico della madre. E per questo motivo ha il “dovere” di aderire alle sue aspettative diventando a sua volta elemento consolatorio. Il risultato finale, però, è un rapporto assolutamente distorto dove il senso di possesso da parte del genitore si fa ossessivo tanto da voler dividere con il proprio figlio uno spazio privato come la camera da letto. Matan Yair, dunque, costruisce un luogo domestico tutt’altro che rassicurante dove l’amore diventa una prigione all’interno della quale è impossibile riuscire a trovare una voce personale, uno spazio intimo dal quale osservare il mondo e se stessi in una misteriosa interazione.

Quando la società soffoca l’individuo

Una scena del film Una stanza tutta per sé
Il film di Matan Yair ha, senza alcun dubbio, le caratteristiche di un racconto di formazione che assume degli aspetti peculiari grazie all’ambiente privato e alla società in cui è ambientato. Al di là di questo, però, ha degli elementi universali che lo rendono facilmente comprensibile a qualsiasi latitudine e in gran parte delle diverse culture. Il suo protagonista, infatti, riassume tutte le insicurezze e le fragilità dell’adolescenza che vengono accentuate dall’ambiente interno ed esterno con cui si relazione. Così, se la famiglia non si contraddistingue come un luogo rassicurante, l’esterno lo spinge a vestire velocemente dei ruoli preconfezionati e non discutibili.
Aspetti che risaltano alla perfezione durante il suo fallimentare colloquio con l’esercito in cui l’onesta di Uri e i suoi dubbi riguardo l’adeguatezza personale alla divisa, lo rendono drammaticamente diverso. Un’unicità che non viene certo interpretata in modo positivo all’interno di una società che tende a tracciare il percorso dei suoi componenti per un “bene” comune che pone in secondo piano quello individuale. Un condizionamento, dunque, che può essere tradotto in molte e diverse forme e che rende ancora più impervio il percorso di chi sente dentro di sé di dover rispondere ad esigenze proprie. Anche se non è ancora molto chiaro quali siano.

La recensione in breve

7.0 Coinvolgente

Con una regia priva di manierismi in cui il focus essenziale sono i personaggio e i loro stati emotivi, Matan Yair consegna un racconto di crescita ed evoluzione incastonato alla perfezione nell'ambito della società israelita. Nonostante questa caratterizzazione così forte, però, il film racchiude in sé tutte le caratteristiche di una narrazione universale sulle difficoltà della gioventù nel rintracciare uno spazio personale, cercando di sopravvivere ai condizionamenti della famiglia e delle aspettative sociali.

  • Voto CinemaSerieTV 7.0
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