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Home » Film » Ice Cold: il caso Jessica Wongso, recensione del documentario true crime Netflix

Ice Cold: il caso Jessica Wongso, recensione del documentario true crime Netflix

La nostra recensione del doc Ice Cold: il caso Jessica Wongso, dedicato alla storia vera dell'omicidio di Mirna Salihin.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino28 Settembre 2023
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Ice Cold: il caso Jessica Wongso, recension del documentario di Netflix
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Il film: Ice Cold: il caso Jessica Wongso, 2023. Regia: Rob Sixsmith. Genere: Documentario, crime. Cast: Otto Hasibuan, Edi Salihin, Mirna Salihin, Jessica Wongso. Durata: 86 minuti. Dove l’abbiamo visto: Netflix.

Trama: Questo documentario affronta i quesiti irrisolti che circondano il processo di Jessica Wongso anni dopo la morte della sua migliore amica Mirna Salihin.


Una donna uccide (forse) la sua migliore amica avvelenandola col cianuro. Viene per questo condannata a 20 anni di prigione. Eppure, tante, troppe sono le domande che ancora non conoscono una risposta nel caso di Jessica Wongso. Dubbi che prova a sciogliere il documentario di Netflix, Ice Cold: il caso Jessica Wongso, diretto da Rob Sixsmith. L’omicidio di Mirna Salihin per mano della Wongso è stato uno dei casi che ha appassionato di più (se di passione di può parlare) l’opinione pubblica indonesiana. Ma nonostante le evidenze che hanno portato in carcere la donna, di origine indonesiana appunto, ma residente in Australia, c’era ancora qualcosa da esplorare. Nella nostra recensione di Ice Cold: il caso Jessica Wongso cerchiamo di capire quali siano i motivi di interesse di questo lavoro e quali invece gli elementi che non hanno funzionato.

La trama: She Devil

6 gennaio 2016. Mirna Salihin è una bellissima ragazza, sposata e felice. Ha solo 27 anni quando, bevendo un caffè in uno chic centro commerciale di Giacarta, muore in pochi minuti per presunto avvelenamento da cianuro. La principale sospettata dell’omicidio è la sua migliore amica, Jessica Wongso, che viene arrestata il 30 gennaio. L’intero paese resta col fiato sospeso seguendo le indagini.

Addirittura, la sentenza di condanna viene trasmessa in diretta e vista da milioni di spettatrici e spettatori. Potremmo finire qui e discutere, semmai, di quanto certi casi di cronaca nera spingano all’eccesso il voyerismo del pubblico. Ma c’è una domanda che ronza in testa, che è poi il quid che rende interessante il doc di Rob Sixsmith: davvero la Wongso è colpevole o gli inquirenti sono stati veloci nel risolvere il caso? Jessica è davvero il diavolo come dice il padre di Mirna o il capro espiatorio perfetto?

Oltre ogni ragionevole dubbio?

Non avendo letto l’intero incartamento processuale non possiamo rispondere, tuttavia è curioso vedere come basti un solo piccolo dubbio ad accendere una storia. Qui, su questo irrisolto, Sixsmith costruisce una narrazione se vogliamo semplice, ma centrata, lasciando al pubblico il verdetto finale. Un verdetto che, nonostante la condanna, ormai inappellabile, resta per forza di cose avvolto dalle ombre.

Sixsmith è molto abile a tessere una trama attorno a una serie di ragionevoli supposizioni che qualsiasi amante di crime potrebbe fare. Per esempio, come si fa a stabilire con certezza la morte violenta di una persona senza autopsia?

Si tratta di un’analisi fondamentale per riuscire a comprendere il senso di un omicidio. Ed è mancata del tutto, per volere della famiglia della vittima che non voleva fosse profanato il corpo di Mirna. Da qui, è tutto un susseguirsi di ipotesi, prove indiziarie, che vengono però considerate schiaccianti dal gruppo dei pubblici ministeri. Che sono riusciti a far valere le ragioni davanti ai tre giudici. Ma se il caso giudiziario segue logiche a sé, il documentario  riesce abbastanza bene a seguire il doppio flusso di accusa e difesa. Ponendosi a metà, ma con intelligenza (e furbizia).

Cronache del ghiaccio

La glacialità della Wongso, che le cronache dei giornali indonesiani definirono impassibile al momento della lettura della condanna, appartiene al paradigma di ogni killer. Eppure si insiste molto su questa caratteristica della donna che, in effetti, non appare come l’essere umano più turbato al mondo dalla morte della sua cara amica. Le due si erano conosciute a Sydney, dove entrambe studiavano design, legando subito. Poi Mirna tornò a casa dove si sposò.

Secondo quanto rivelato dal padre della vittima, il noto imprenditore locale Edi Darmawan Salihin, Jessica sarebbe stata molto gelosa della figlia. Trasformando la gelosia in odio quando Mirna consigliò a Jessica di troncare la relazione con un uomo molto violento. Sarebbe stato quello il movente dell’omicidio. Tanto o poco? Diciamo che il castello accusatorio si è retto su un presupposto molto labile. Comprovato solo parzialmente dalle immagini delle telecamere di sicurezza e, come detto, dagli esami tossicologici. Che hanno rilevato una minima quantità di veleno nello stomaco di Mirna. E in dose non letale.

Sipario

Al termine della visione di Ice Cold: il caso Jessica Wongso sono tante le cose che restano impresse. La prima è senza dubbio la mancata completezza delle indagini che sono state condotte in maniera molto superficiale, con l’idea di arrivare in fretta al colpevole. La seconda, a sorpresa, è la descrizione sommaria ma efficace di una certa società indonesiana. Molto ricca e occidentalizzata, alla ricerca di griffe prestigiose e con talk show che potrebbero figurare nel palinsesto di un qualsiasi network americano.

Questo elemento in particolare è stato ben sfruttato da Sixsmith che lo ha utilizzato per colorare la storia con toni grotteschi. Anche se poi, alla fine della storia, il regista ha perso di vista l’obiettivo del suo lavoro. Ice Cold: il caso Jessica Wongso non è un documentario di denuncia. Non è un vero reportage su un caso di cronaca. E non è nemmeno l’omaggio a una giovane vittima. Il terzo e ultimo pensiero è quindi squisitamente etico: chissà qual è la verità. Non quella processuale, ovviamente. Purtroppo, non avremo risposte.

Francesca Fiorentino
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Giornalista professionista, podcaster e voice talent, si laurea nel 2000 in Storia e Critica del Cinema con una tesi su Full Metal Jacket di Stanley Kubrick. Per 10 anni lavora in radio dove si occupa prevalentemente di spettacoli e cultura, prima di approdare al web, nel 2010, dove continua a scrivere e parlare di cinema e televisione per diverse testate e webradio. Dal 2018 produce e realizza podcast di approfondimento su cinema, serie TV, cultura e lifestyle, dedicandosi anche all'insegnamento del podcasting.

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