Il film: L’ultima volta che siamo stati bambini, 2023. Regia: Claudio Bisio. Cast: Alessio Di Domenicoantonio, Vincenzo Sebastiani, Carlotta De Leonardis, Lorenzo Mc Govern, Federico Cesari, Marianna Fontana, Antonello Fassari, Giancarlo Martini, Nikolai Selikovsky, Claudio Bisio. Genere: Drammatico. Durata: 106 minuti. Dove l’abbiamo visto: Anteprima stampa.
Trama: Nell’ottobre del 1943 quattro bambini giocano lungo le strade della città in modo quasi inconsapevole degli eventi drammatici che li circondano e che stanno per incombere su di loro. La guerra ha il sapore di un problema lontano da riprodurre nei loro giochi eppure, nonostante tutto, presto si troveranno al centro di uno degli eventi più drammatici di quell’anno. Il 16 ottobre, infatti, scompare il loro amico Riccardo. Il ragazzino è ebreo e la sua sorte è piuttosto chiara. Insieme alla sua famiglia e ad altre 1 259 persone viene prelevato dalla sua casa nel Ghetto di Roma e deportato verso i campi di concentramento. Per Italo, Cosimo e Vanda tutto questo non ha molto senso. Per questo motivo decidono di seguire le tracce del treno per riportarlo a casa.
Indiscusso padrone di casa di Zelig, attore votato al lato comico della recitazione e battutista nato, Claudio Bisio ha fatto il suo esordio alla regia con un film positivamente inaspettato che riunisce tutte le sue caratteristiche, com’è possibile notare dalla recensione di L’ultima volta che siamo stati bambini. Tra i diversi elementi che lo compongono come artista, in particolare, spicca la capacità di veicolare il drammatico attraverso la leggerezza di personaggi dotati d’innata innocenza, come l’indimenticabile Corrado Noventa di Mediterraneo.
Una visione che bene si abbina con il romanzo omonimo di Fabio Bartolomeo, trasformato nel materiale perfetto per il suo esordio. D’altronde tutta la narrazione è veicolata attraverso lo sguardo di quattro bambini, cui è affidato il compito di vivere, interpretare e dare un senso ad una delle pagine più drammatiche della storia contemporanea come la Seconda Guerra Mondiale e, in modo particolare, la persecuzione sistematica ai danni della comunità ebraica. Il metro utilizzato, dunque, è quello dell’innocenza che, un passo alla volta, si scontra con la realtà e che, nonostante tutto, non perde completamente la sua forza. Lo stesso tema al centro de La vita è bella di Roberto Benigni. In questo caso, però, la poetica lascia spazio alla prosa che giova nettamente alla naturalezza del racconto.
La trama: Diventare grandi

Roma, 1943. Italo, Vanda, Cosimo e Riccardo hanno un’idea vaga di cos’è la guerra. La città, infatti, non ha subito bombardamenti e per loro le battaglie o gli attacchi hanno il potere romanzato delle notizie ascoltate alla radio o viste nei cine giornali. I ragazzi, dunque, fingono di combattere, mentre Vanda è l’infermiera votata a curare le loro ferite. La realtà che gravita in torno a loro, però, è ben diversa e molto meno innocente.
Il 1943, infatti, è destinato ad essere ricordato come un anno cruciale per i destini della Seconda Guerra Mondiale ma conosce anche la ferocia dei rastrellamenti nel Ghetto di Roma. Come se non bastasse le famiglie da cui i ragazzi provengono hanno tutte un’estrazione profondamente diversa. Italo, ad esempio, è stato educato all’ombra della “cultura” fascista, Cosimo è molto povero con il padre al confino perché dissidente. Vanda, invece, è orfano ed è stata cresciuta dalle suore. Per questo motivo mostra una fede inattaccabile. Per finire, poi, c’è Riccardo che proviene da una famiglia ebrea di estrazione borghese.
Tutte queste differenze non hanno alcun significato per loro. E come potrebbero averle in un’età in cui il cuore e la mente ancora non è toccata dal preconcetto e dall’odio? Per loro, piuttosto, conta il patto di sputo attraverso il quale è stata stabilita una fratellanza affettiva ed una lealtà assoluta capace di andare oltre qualsiasi differenza sociale.
Una situazione che, però, potrebbe subire un contraccolpo quando, dopo il 16 ottobre, Riccardo scompare. Tenendo fede al loro giuramento, i tre amici decidono di fare di tutto per ritrovarlo. E a fornire le informazioni necessarie è proprio Italo. Così spiando le conversazioni del padre scopre che il loro amico, la famiglia e molti altri sono stati mandati in Germania per “lavorare”. Condivisa l’informazione con Cosimo e Vanda, dunque, decidono d’imbarcarsi nella prima vera missione della loro vita: riportare indietro Riccardo. Quello che non sanno, seguendo i binari sulle tracce del treno incriminato, è quanta amarezza verrà loro svelata da quest’avventura, destinata a proiettarli nel mondo degli adulti senza un passaggio intermedio.
Un racconto di formazione in tempo di guerra

Tra i molti meriti che possono essere attribuiti a questo esordio c’è, senza alcun dubbio, la chiarezza. Un elemento che si abbina anche alla semplicità per realizzare una struttura narrativa priva di inutili virtuosismi e capace di andare direttamente al punto della questione. In effetti Bisio dimostra immediatamente di avere una visione e di perseguirla con costanza, puntando sulla semplicità piuttosto che sulla complessità. Una scelta vincente perché la vicenda si dipana immediatamente davanti agli occhi dello spettatore portandolo all’interno di un’atmosfera ben precisa senza sospesi, evitando la roboante emotività che un evento storicamente drammatico potrebbe facilmente richiamare.
Così, aggrappandosi al romanzo di Bartolomeo come elemento guida, Bisio è riuscito a definire i tratti di un racconto di formazione utilizzando come incipit non solo la guerra ma, soprattutto, un’onta dolorosa come il rastrellamento degli ebrei romani. I riferimenti cinematografici cui fa riferimento, infatti, lo portano a muoversi all’interno di una zona non necessariamente definita che si divide tra le atmosfere alla Stand by Me e quelle più intense del già citato La vita è bella. Due racconti agli antipodi che, in questo film trovano una naturale e particolare via d’incontro grazie alla naturalezza dei giovani protagonisti.
Il Bisio regista, infatti, si lascia guidare da due intuizioni essenziali. Per prima cosa si chiede come un bambino può interpretare la guerra. In secondo luogo, poi, decide di trovare la risposta attraverso i suoi giovani interpreti. Grazie alla loro interpretazione naturale, spesso asciutta e completamente priva di orpelli attoriali, si viene catapultati in un universo possibile e condivisibile. In una narrativa che ha tutto lo spessore e la tangibilità della realtà, lasciandosi trasportare dall’avventura ed accettando di percorrere il lungo cammino attraverso i binari con loro.
Raccontare la società attraverso i bambini

Proprio in virtù della semplicità strutturale del racconto, poi, Bisio riesce ad enfatizzare un elemento già presente nelle pagine del romanzo. I quattro personaggi, infatti, hanno il compito funzionale di rappresentare la società dell’epoca. Quell’Italia divisa da conflitti interni, nemica dei suoi stessi cittadini, in disaccordo o ciecamente piegata alla cultura dittatoriale.
Un procedimento di ricostruzione che, però, è ancora più efficace perché veicolato attraverso i bambini e il background da cui provengono. In questo modo, infatti, ogni elemento è liberato da qualsiasi diatriba culturale o politica, apparendo spesso nella nuda assurdità della sua natura. In questo il personaggio di italo è un veicolo più importante. Dalla sua famiglia è stato cresciuto all’ombra del fascismo, credendo nell’inferiorità sociale degli ebrei. Si tratta di concetti astratti, che non comprende ed accetta solo perché li ha sentiti ripetere come delle verità assoluto. Una sorta di credo, di dogma politico dal quale non è concesso allontanarsi senza commettere “peccato”. Lo stesso indottrinamento che, a livelli più ampi, è stato imposto ad una nazione intera.
Nonostante questo, però, la sua innocenza di bambino, il guardare il mondo e le relazioni che lo compongono senza filtri, lo portano a preferire la conoscenza e l’esperienza personale. Per questo motivo condivide i suoi giochi con Riccardo e per le stesse motivazioni non mette il dubbio il patto di fratellanza stretto. Tutti e quattro insieme, poi, rappresentano un’idea utopica di società. Al suo interno le differenze non contano. Piuttosto si mantiene intatta la capacità di condividere e “giocare” alla costruzione di un domani. Peccato che per loro il mondo degli adulti abbia in serbo altro.
La recensione in breve
Claudio Bisio fa il suo esordio alla regia con un film assolutamente chiaro negli intenti e nelle atmosfere ricercate. Senza ricorrere a nessun tipo di manierismo stilistico od enfasi emotiva, riesce a gestire due tematiche come la fine dell'infanzia e la guerra seguendo i ritmi variabili di una commedia che riesce a sfociare nel dramma senza forzatura ma facendo leva sulla semplice naturalezza degli eventi e dei suoi protagonisti.
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