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Home » Film » Recensioni film » Sly, la recensione del documentario Netflix dedicato a Sylvester Stallone

Sly, la recensione del documentario Netflix dedicato a Sylvester Stallone

Ecco la nostra recensione di Sly, il documentario di Thom Zimny dedicato a Sylvester Stallone, disponibile su Netflix.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino3 Novembre 2023
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Una scena di Sly
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Il film: Sly, 2023. Regia: Thom Zimny. Genere: Documentario. Cast: Sylvester Stallone, Talia Shire, Quentin Tarantino, Arnold Schwarzenegger. Durata: 96 minuti. Dove l’abbiamo visto: Netflix.

Trama: L’eroe di Rocky e Rambo apre il suo cuore raccontando i momenti belli e difficili della sua carriera di star di Hollywood.


Quanti attori al mondo possono dire di essere diventati celebri in tre saghe cinematografiche? Pochissimi. Anzi, forse solo uno, Sylvester Stallone. Una faccia unica che ha portato al successo le epopee di Rocky e Rambo. E che nella parte finale della carriera si è tolto lo sfizio di rinverdire i fasti degli action movie con I mercenari. Sly, documentario di Netflix dedicato a Mr. Stallone, allora, è un piccolo grande omaggio a un interprete originale. Unico per la sua capacità di scrivere i suoi personaggi e non solo per quel viso sbilenco. Come vedremo nella nostra recensione di Sly, Stallone rappresenta un unicum di Hollywood con la sua personalità artistica poliedrica, quasi da uomo rinascimentale. Segnata da profondissimi dolori e da un grande e genuino amore popolare.

La trama: una vita nelle scatole

Una scena di Sly

Sylvester Stallone sta per lasciare Los Angeles per trasferirsi a Est. A 77 anni, quindi, si appresta a fare il percorso inverso rispetto a quello fatto durante la sua giovinezza. Quando, ormai pronto al grande salto, si trasferì nella città degli angeli da New York a bordo di un’auto scassata che esplose proprio a Sunset Boulevard. Segno del destino? Sicuramente sì, perché di lì in avanti le cose si sarebbero fatte belle per quel ragazzo di Hell’s Kitchen, cresciuto quasi completamente da solo. Con tutta la caparbietà del mondo, Stallone creò Rocky, mescolando Mean Streets di Martin Scorsese e Fronte del porto di Elia Kazan. Poi Rambo, che da antieroe diventò uno dei simboli del cinema muscolare anni ’80. In un modo o nell’altro, Stallone ha lasciato la sua zampata in ogni decennio, senza mai tradire sé stesso. E mentre gli operai impacchettano mobili e suppellettili, Sly e i suoi amici raccontano tanti pezzi di una vita sempre sotto i riflettori.

Davanti allo specchio

Una scena di Sly

Dovessimo dire qual è stato il merito più grande di Stallone, il suo contributo a quella macchina dei sogni che è il cinema, diremmo senza dubbio la capacità di creare/trovare dei personaggi credibili nel suo corpo. Rocky non avrebbe potuto interpretarlo nessun altro. E così Rambo. C’è stata in Stallone un’abilità assoluta nello scrivere attraverso il suo corpo (e per il suo corpo), dando vita a delle maschere che si sono fuse in tutto e per tutto con lui. Questo elemento emerge con chiarezza nel documentario di Thom Zimny che volutamente resta sempre un passo indietro per permettere al suo protagonista di risplendere di luce propria.

Non fatichiamo a immaginare che a un certo punto delle riprese Stallone abbia preso il comando delle operazioni con una regia occulta. Al di là di questa illazione, Sly è un’opera genuina, autentica, in cui Stallone si mette a nudo raccontando come abbia costruito la sua carriera, cosa l’abbia spinto. Un ruolo chiave lo ha avuto il padre Frank, un barbiere di origine pugliese che ha sempre brillato per anaffettività. In una sorta di reazione all’indifferenza paterna (che a volte sfociava nella vera e propria violenza), Sylvester aveva scelto la recitazione come arte che lo aiutasse a canalizzare quella miriade di sentimenti che aveva dentro di sé.

L’uomo che visse svariate volte

Una scena di Sly

Così, tra giornate passate al cinema a venerare un eroe come Ercole e tanta gavetta fatta soprattutto nella scrittura dei personaggi, Sly arriva a Los Angeles e pian piano costruisce una nuova vita. Il documentario di Zimny a volte ha toni crepuscolari, ma non è certo il racconto di un artista al tramonto, anzi. Stallone appare in tutta la caparbietà di uomo che non si accontenta, che non vuole appassire, che vuole, al contrario, ottenere il massimo a livello artistico anche ora. E questo è l’altro aspetto che notiamo in questo lavoro, la bravura di Stallone a restare a galla sempre, anche quando era palesemente fuori moda, perché comunque rimaneva fedele a sé stesso, alla sua personalità.

The hope business

Una scena di Sly

Zero gossip, niente colpi di scena clamorosi, questo doc è solo il racconto di un’icona che non vuole smettere di essere tale. Un marito innamorato, padre di tre figlie che lo rendono felice e triste assieme, figlio di un uomo che è riuscito a perdonare in punto di morte. E che in qualche modo è sempre comparso nei suoi film come nemico da combattere o, viceversa, in figure paterne affettive (il Mickey di Rocky o il colonnello Trautman di Rambo). Al termine del film restiamo soddisfatte dalla visione, anche se serpeggia la sensazione che il vero Sly si sia un po’ nascosto.

Le ombre, i dolori (come quello indicibile per la morte del figlio Sage), ci sono, ma sono messi in secondo piano. O mostrati in modo tale da far emergere solo la forza di Stallone. Una scelta che, pur limitante, possiamo comprendere. Vista pure la necessità di condensare una carriera lunghissima in un film di un’ora e mezza, ma che lascia un po’ a bocca asciutta. Per fortuna, però, il cuore del documentario è salvo: il cinema è l’arte della speranza, una lingua che una volta imparata, permette di raccontare e trasformare tutto. Anche le ferite che fanno ancora male.

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