Nella notte tra domenica 2 e lunedì 3 marzo si è svolta la cerimonia di premiazione degli Oscar 2025, i più importanti riconoscimenti del cinema americano. In un’edizione che sulla carta sembrava più inaspettata ed incerta che mai, ha al contrario regnato una certa prevedibilità e prigriza nella scelta dei titoli e delle performance vincitrici del premio dell’Academy, dominati dallo strapotere di Anora di Sean Baker, che ha portato a casa ben 5 statuette.
Un risultato solo parzialmente pronosticabile quello del lungometraggio low-budget già vincitore lo scorso anno della Palma d’Oro al Festiva di Cannes, che invece si porta a casa cinque delle sei candidature che aveva, sbaragliando letteralmente la competizione (che pure, in alcune categorie, era veramente agguerrita) e segnando un nuovo record personale e per gli annali degli Oscar che ha come protagonista il pluripremiato regista e sceneggiatore Sean Baker. Ecco un commento a caldo dei 97° Oscar e dei vincitori che hanno costellato una cerimonia di premiazione che sembra, nonostante tutto, aver messo d’accordo un po’ tutti.
Sean Baker come Walt Disney

Iniziamo dal record storico stabilito da Anora: il film scritto, diretto, montato e co-prodotto da Sean Baker si porta a casa 5 Oscar, e quattro delle statuette vengono assegnate allo stesso cineasta nelle categorie del miglior film, la regia, la sceneggiatura originale, ed il montaggio. Nella storia degli Oscar, è solo la seconda volta che un singolo candidato riceve 4 statuette individuali nella stessa edizione: era accaduto soltanto a Walt Disney nel lontano 1954, quando gli vennero assegnati gli Oscar al miglior cortometraggio animato (Tà-tà Tì-ti Zin-zìn Bum!), al miglior cortometraggio (Il mio amico Beniamino), al miglior documentario (Il paese degli orsi) ed infine al miglior cortometraggio documentario (Cacciatori eschimesi). Secondo le regole dell’Academy vigenti in quegli anni, l’Oscar in quelle specifiche categorie veniva assegnto individualmente al produttore del lungometraggio o cortometraggio in questione.
Ma il record delle quattro statuette ottenute da Sean Baker, seppur numericamente equipollente a quello di Walt Disney nella stessa cerimonia di premiazione, è ancor più unico che raro, perché assegnate al medesimo cineasta per lo stesso film. Un record senza precedenti negli annali degli Academy Awards, che nemmeno cinque anni prima il sud-coreano Bong Joon-ho per Parasite riuscì a conquistare (nel 2020 ritirò le statuette al miglior film, regia, sceneggiatura originale e film internazionale, ma quest’ultima categoria non è assegnata individualmente al regista del film). E di certo non è una casualità che Anora e Parasite abbiano in comune il lancio internazionale sotto la buona stella del Festival di Cannes.
Il potere di Cannes

Difatti, entrambi i titoli pluripremiati agli Oscar non solo sono stati presentati in anteprima mondiale al Festival di Cannes, ma hanno ottenuto la prestigiosissima Palma d’Oro al miglior film. Un lusso che è valso in passato soltanto ad altri due lungometraggi, ovvero gli statunitensi Giorni perduti di Billy Wilder del 1945, e Marty, vita di un timido; come accadde per il capolavoro drammatico di Wilder nove anni prima,il film diretto da Delbert Mann e con un giovane Ernest Borgnine vinse il più alto riconoscimento di Cannes di quell’anno e, quello successivo, l’Oscar al miglior film. Una corrispondenza che è valsa nei decenni dopo soltanto a Parasite e, per l’appunto, ad Anora. Segnale ulteriore di un’edizione 2025 in cui gli Oscar hanno decantato la varietà della selezione ufficiale del Festival di Cannes dell’anno precedente non soltanto rappresentata del pluripremiato lungometraggio di Sean Baker.
Difatti, oltre alle 5 statuette vinte dal film con Mikey Madison, Cannes ha trovato spazio ai 97° Oscar con Emilia Pèrez (che viene considerevolmente ridimensionato dopo gli scandali e le innumerevoli polemiche con “soli” due Academy Awards assegnati a Zoe Saldana come interprete non protagonista e alla canzone originale “El Mal”) , con il film d’animazione lettone Flow – Un mondo da salvare (il primo in assoluto per il Paese baltico) e nella categoria del miglior trucco ed acconciatura per The Substance di Coralie Fargeat. Presenza ridotta per la Mostra del Cinema di Venezia con i 3 Oscar assegnati a The Brutalist di Brady Corbet (miglior attore a Adrien Brody, fotografia e colonna sonora) e al miglior film internazionale per il brasiliano Io sono ancora qui.
Delusione The Substance

Se a dispetto delle 13 nomination da record ottenute de Emilia Pèrez si può parlare di parziale (ma ampiamente) preventivata delusione, lo stesso non si può dire di The Substance. Il fenomenale body horror scritto e diretto dalla francese Coralie Fargeat e con protagonista un’eccezionale Demi Moore si porta a casa solamente la statuetta al miglior trucco ed acconciatura, mentre si lascia “sfuggire” quella assegnata alla miglior attrice protagonista. Se difatti Mikey Madison si accaparra l’Oscar al femminile con solo un Bafta, Demi Moore era forte di un Golden Globe, un Critics’ Choice Award e un SAG: come è possibile che per il ruolo iconico di Elizabeth Sparkle abbia potuto perdere il prestigioso riconoscimento che tanto agognava?
Difficile dirlo, ma chiaramente l’ha spuntata con una manciata di voti la giovane protagonista del lungometraggio meglio posizionato nella categoria principale, seppur con un bagaglio di statuette e riconoscimenti personali minore rispetto a quello di Moore. Una grande delusione per il volto di uno dei fenomeni cinematografici più radicali e perforanti del 2024, particolarmente amato non soltanto da una larga fetta di critica statunitense ed internazionale di settore, ma anche da un foltissimo gruppo di spettatori cinefili di tutto il mondo. Un risultato sfavorevole, quello riferito a Demi Moore, che di certo ha generato ondate di risentimento e frustrazione verso quello che molti ritenevano un Oscar attoriale “sacrosanto”.
Il messaggio di Anora

A perdurare dunque, alla fine di questo lunghissimo carosello che è stata, che è e che sarà sempre la stagione dei premi, è il messaggio finale del film trionfatore dell’edizione 2025. Che oltre ad aver segnato un record personale per il regista e sceneggiatore Sean Baker, è anche una delle pellicole con il budget produttivo più basso per un titolo vincitore degli Academy Awards. A fronte di un costo complessivo di soli 6 milioni di dollari (e il magniloquente The Brutalist, ne è tutto sommato costati soltanto 10), è la rivalsa definitiva del cinema indipendente sull’industria hollywoodiana e i suoi meccanismi, la vittoria a tutto tondo di una idea alternativa di fare cinema davanti e dietro la macchina da presa con tante idee, finanziamenti ridotti all’osso, ed una particolare cura per le grandi storie di umanità.
Un’umanità che traspare proprio in Anora, che attraverso le peripezie della spogliarellista e sex worker interpretata da Mikey Madison si tramuta in acuta ed intelligentissima riflessione sul rovesciamento dell’american dream, e sui sogni infranti dei reietti e degli emarginati della società statunitense, quelli stessi che da sempre hanno popolato la poetica e i lungometraggi passati di Sean Baker. E che con i 5 Oscar assegnati al vincitore della Palma d’Oro di Cannes 2024 vengono così validati una volta per tutte, non solo come protagonisti di un prodotto cinematografico vendibile e di successo trasversale, ma soprattutto come feticci di un’America di ieri e di oggi che ancora sta facendo i conti con il suo passato, il suo presente e (forse), il suo futuro incerto.
