Ci sono film horror che si concludono con una spiegazione chiara e definitiva. Backrooms, invece, sceglie la strada opposta. Il film diretto da Kane Parsons – nato dall’universo che il regista aveva già sviluppato nei suoi celebri cortometraggi virali su YouTube – costruisce un finale volutamente ambiguo, che lascia lo spettatore con più domande che risposte.
D’altra parte, è proprio questa l’essenza delle Backrooms. Fin dalla loro nascita come leggenda urbana di Internet, questi spazi infiniti e apparentemente impossibili sono sempre stati definiti dall’incertezza. Non esistono mappe affidabili, non esistono regole chiare e, soprattutto, non esiste la certezza di poter distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è.
Il finale del film porta questa idea alle sue estreme conseguenze, trasformando la conclusione della storia in una riflessione sull’identità, sulla memoria e sulla paura di perdere sé stessi.
Cosa succede nel finale di Backrooms?

Negli ultimi minuti del film Mary riesce finalmente a raggiungere Clark all’interno delle Backrooms.
Per tutta la storia il suo obiettivo è stato quello di ritrovare l’uomo che ama e riportarlo a casa. Quando però lo trova, capisce immediatamente che qualcosa non va. Clark è ancora vivo, ma non è più davvero sé stesso.
Il tempo trascorso all’interno delle Backrooms sembra averlo cambiato profondamente. La sua mente appare frammentata, il suo comportamento instabile e la sua identità sempre più difficile da riconoscere. È come se il luogo lo avesse lentamente consumato, cancellando pezzo dopo pezzo la persona che era un tempo.
La situazione precipita quando entra in scena la versione mostruosa di Clark, una presenza che rappresenta una delle rivelazioni più inquietanti dell’intero film. Lo scontro che segue non è soltanto una sequenza horror, ma assume il significato di una vera e propria battaglia tra l’uomo e la sua copia corrotta.
Alla fine Clark muore e con lui scompare ogni possibilità di tornare alla vita che aveva lasciato alle spalle.
Le Backrooms non sono solo un luogo: sono una macchina che replica la realtà

Per comprendere il finale è necessario capire una delle idee centrali del film.
Le Backrooms non sembrano essere semplicemente una dimensione parallela o un labirinto infinito. Nel corso della storia emerge invece il sospetto che funzionino come una gigantesca macchina capace di imitare la realtà.
Le stanze che vediamo ricordano luoghi familiari, ma non sono mai identiche agli originali. Corridoi, uffici, abitazioni e spazi quotidiani vengono riprodotti in modo imperfetto, come se qualcosa stesse cercando di copiare il mondo senza comprenderlo davvero.
La stessa logica sembra applicarsi agli esseri umani. Il Clark mostruoso che compare nel finale suggerisce che le Backrooms siano in grado di creare versioni alterate delle persone che vi entrano. Non semplici mostri, ma copie deformate, prive di qualcosa di fondamentale.
È proprio questa idea a rendere il film così inquietante. La minaccia non consiste soltanto nel morire all’interno del labirinto, ma nel rischio di essere sostituiti da qualcosa che ci assomiglia.
Mary è davvero riuscita a tornare nel mondo reale?

Dopo la morte di Clark, il film sembra offrire a Mary una possibilità di salvezza. La giovane viene recuperata dagli uomini di Async e portata all’interno di una struttura governativa. Qui incontra Phil, figura che rappresenta il collegamento tra gli eventi vissuti dai protagonisti e le ricerche che Async conduce da anni sui Backrooms.
A prima vista sembra il classico finale in cui il sopravvissuto viene finalmente tratto in salvo.
Eppure il film semina immediatamente il dubbio.
L’ambiente in cui si trova Mary appare freddo, sterile e artificiale. Le stanze sono spoglie, impersonali e producono la stessa sensazione di disagio che aveva caratterizzato gran parte delle Backrooms. Nulla trasmette davvero l’idea di un ritorno alla normalità.
Per questo molti spettatori hanno iniziato a chiedersi se Mary sia realmente uscita dal labirinto oppure se si trovi semplicemente in una nuova sezione del sistema, una parte più sofisticata e convincente costruita per sembrare il mondo reale. Il film non offre alcuna conferma, lasciando entrambe le interpretazioni aperte.
L’ultima scena e il mistero della seconda Mary

Il vero colpo di scena arriva però negli ultimi istanti.
Vediamo infatti una figura che assomiglia a Mary all’interno di una versione distorta della sua casa d’infanzia. È un’immagine breve, quasi fugace, ma sufficiente a cambiare completamente la prospettiva sul finale.
Se quella è davvero una copia di Mary, allora chi è la donna che abbiamo appena visto parlare con Phil? La vera Mary? Una replica creata dalle Backrooms? Entrambe le versioni esistono contemporaneamente?
Kane Parsons non risponde mai a queste domande e probabilmente non ha intenzione di farlo. L’obiettivo della scena sembra essere quello di insinuare un dubbio impossibile da eliminare.
Se Clark è stato sostituito da una copia corrotta, perché la stessa cosa non potrebbe essere accaduta anche a Mary?
Il significato del finale: la paura di perdere la propria identità

Al di là della trama, il finale di Backrooms può essere interpretato come una riflessione sulla perdita dell’identità. Per tutto il film i personaggi attraversano luoghi che sembrano reali ma che, osservati più attentamente, rivelano piccole anomalie. Sono copie imperfette del mondo che conoscono.
Lo stesso processo sembra coinvolgere anche gli esseri umani. Le Backrooms non distruggono soltanto il corpo delle persone che vi rimangono intrappolate. Consumano i loro ricordi, la loro personalità e tutto ciò che le rende uniche. Alla fine ciò che resta è una versione incompleta dell’originale.
Da questo punto di vista il destino di Clark assume un significato profondamente tragico. L’uomo non viene semplicemente ucciso. Viene cancellato.
Mary, invece, rappresenta l’ultimo tentativo di resistere a questo processo. Tuttavia il finale lascia intendere che nessuno possa attraversare i Backrooms senza subirne le conseguenze.
Un finale aperto che prepara il futuro della saga

La conclusione lascia volutamente irrisolti molti interrogativi. Non sappiamo con certezza cosa siano le Backrooms. Non sappiamo chi o cosa li abbia creati. Non sappiamo se Async sia davvero in grado di controllarli e non sappiamo nemmeno se Mary sia riuscita a uscirne.
Questa ambiguità non è un difetto della narrazione, ma una scelta precisa. Kane Parsons costruisce il suo film attorno all’idea che alcuni misteri debbano rimanere tali. Per questo l’ultima scena risulta così efficace. Anche quando sembra che la storia sia finita, resta la sensazione che qualcosa non sia al posto giusto.
E forse è proprio questo il vero significato del finale di Backrooms: una volta entrati nel labirinto, non si può più essere certi di nulla. Nemmeno della propria identità.
