Diabolik chi sei? Questa è la domanda che Ginko rivolge al Re del Terrore nel terzo capitolo della saga cinematografica firmata dai Manetti Bros., dedicata al personaggio nato dalla fantasia delle sorelle Angela e Luciana Giussani nel 1962. Allo stesso tempo, però, è anche l’interrogativo migliore per iniziare un viaggio attraverso i 5 motivi che hanno reso Diabolik un’icona. Cinque aspetti del personaggio che vengono esplorati al meglio proprio in questo terzo capitolo cinematografico.
Diabolik, infatti, sembra letteralmente spuntare dal nulla con il suo sguardo glaciale, la jaguar nera, un incredibile talento per le reazioni chimiche e, ovviamente la bellissima ed algida Eva Kant al suo fianco. Tutti elementi, questi, che contribuiscono a definire l’immagine e raccontare le caratteristiche di un personaggio diventato simbolo e protagonista all’interno della cultura popolare. Per questo motivo, dunque, proviamo a tracciare la rotta di un viaggio attraverso le sue peculiarità provando a rispondere alla domanda iniziale: Diabolik, chi sei?
Diabolik, l’origine del nome
Quando si vuole conoscere meglio un personaggio dalla natura misteriosa è sempre bene iniziare proprio dal nome. Soprattutto se ha un’assonanza particolare e non facilmente riconducibile. In questo senso, dunque, le sorelle Giussani hanno immediatamente presentato il protagonista con il nome di Diabolik, senza, però, spiegarne le origini. Almeno fino al quinto albo del settimo anno intitolato, appunto, Diabolik, chi sei? In quel caso, infatti, viene narrata, per la prima ed ultima volta, l’evoluzione che lo ha portato ad essere il Re del Terrore e, soprattutto, le origini del suo nome.
Prima di diventare un terribile ladro e l’ossessione del commissario Ginko, dunque, Diabolik è stato un ragazzo senza nome. Dopo il naufragio in cui sono morti i suoi genitori, infatti, è cresciuto su di un’isola di malviventi nell’indifferenza generale ma acquisendo delle conoscenze importanti per il futuro. Qui ha dovuto attendere di confrontarsi con una maestosa pantera nera per trovare la propria identità. La belva, infatti, abitava sull’isola occupata dai briganti dominata da King, il criminale che li capeggiava. Uccisa da quest’ultimo, fa bella mostra di sè in un’ala privatissima della sua fortezza dove un giovanissimo Diabolik viene introdotto dall’uomo.
Sempre nello stesso luogo, poi, sarà costretto ad uccidere King con l’inganno per proteggere la propria vita. A quel punto, alzando gli occhi verso la pantera, decide di prendere il suo nome e di vestire un costume nero per ispirarsi alla sua forza ed agilità. Un racconto particolare che, come già evidenziato, non sarà mai più ripreso nella narrazione di Diabolik e che rende l’albo a fumetti dove è inserito una vera e propria rarità per tutti i collezionisti ed appassionati.
Gli occhi di ghiaccio

Se il passato di Diabolik è immerso nelle nebbie del mistero, la sua estetica è state definita con assoluta chiarezza. In modo particolare gli occhi di ghiaccio che hanno sempre avuto il compito di risaltare dal suo travestimento nero, rendendolo riconoscibile tra mille. Gli stessi che hanno fatto la loro comparsa nel logo originale creato da Remo Borselli e mai modificato nel corso degli anni.
Per quanto riguarda, invece, l’aspetto, sembra proprio che le sorelle Giussani lo abbiano modellato su quello dell’attore Robert Taylor, protagonista del cinema degli anni quaranta capace di dividersi tra ruoli romantici e avventurieri, rappresentando un’ideale di bellezza maschile dell’epoca. Dal punto di vista del fascino, però, Diabolik ha, dalla sua, un’attrattiva maggiore nata dalla freddezza emotiva e da un controllo inattaccabile che lo rendono quasi una creatura al di sopra di ogni umana debolezza. Tutto questo, abbinato al colore glaciale del suo sguardo, non fa che rendere gli occhi una sorta di arma aggiunta, un avvertimento capace di raccontare molto sulla natura dell’uomo e, soprattutto, sulle intenzioni che lo muovono.
La Jaguar, un simbolo di velocità e modernità eterna
Non può esistere eroe o antieroe senza un mezzo di locomozione che lo identifichi. Per questo motivo, la Jaguar sta a Diabolik esattamente come la Aston Martin a James Bond. Ma per quale motivo dalle sorelle Giussani è stato scelto proprio questo particolare modello? Sicuramente tutto nasce, inizialmente, da una tempistica ben precisa. La Jaguar E Type, infatti, viene presentata sul mercato nel 1961, ossia un anno prima della nascita editoriale di Diabolik. In quel momento rappresenta il sogno proibito per molti appassionati, portando un’aria di rinnovamento nell’ambiente automobilistico. A colpire la fantasia sono le linee allungate e scattanti che dovrebbero riprodurre quelle di un giaguaro nel momento del salto o della corsa. Per questo, dunque, non poteva esserci macchina migliore per un personaggio come quello di Diabolik.
A far crescere la fama di questa automobile, poi, sono subentrati tutti gli accessori che, di volta in volta, il protagonista aggiunge alla versione fumettistica. Gli stessi che, in molte occasioni, contribuiranno a tirarlo fuori dai guai. Attraverso le oltre seicento avventure di cui è protagonista, Diabolik l’ha trasformata in un mezzo di trasporto capace di andare sott’acqua, di volare, di correre su rotaie e di arrampicarsi in verticale. Oltre a questo, poi, l’auto è dotata di congegni di autodistruzione o di difesa nell’eventualità che qualcuno si possa impossessare della macchina.
Nonostante questo, però, Diabolik non dimostra nei suoi confronti un attaccamento eccessivo od ossessivo. Anzi, spesso non esita a sacrificarla per portare a termine il suo colpo e seminare, ancora una volta, l’ispettore Ginko. Con lei, dunque, ha un rapporto basato essenzialmente sull’utilizzo e la sua opportunità, veicolando il tutto con la proverbiale freddezza d’animo che lo contraddistingue. Nonostante questo, però, il pubblico di lettori non ha potuto fare a meno d’identificarlo proprio con una Jaguar, sognando di essere al suo volante per sentirsi, almeno una volta, come Diabolik.
Eva Kant, l’alter ego femminile
Nonostante l’epica sia solita indulgere molto sull’archetipo dell’eroe solitario, Diabolik ha accanto a se un vero e proprio partner in crime. Si tratta, ovviamente, della figura di Eva Kant, bionda, longilinea, intelligente ed ardita, citata all’interno del fumetto come una delle donne più belle del pianeta. Le sorelle Giussani decidono di affiancarla al loro protagonista nell’albo numero tre del 1963, L’arresto di Diabolik, pensandola come un elemento essenziale per creare la mitologia di Diabolik e prendendo spunto dal filosofo Immanuel Kant di cui era appassionata Angela.
La presenza di Eva, però, è andata ben oltre le aspettative iniziali. Figura femminile autonoma, pensante ed indipendente, non solo partecipa attivamente ad ogni singolo colpo ma, con il suo immancabile chignon e completo nero, è diventata un’icona di stile lei stessa. Ma quale sono le origini di questo personaggio che condivide la scena con Diabolik, creando con lui anche una naturale contrapposizione di luci ed oscurità dal punto di vista cromatico e caratteriale?
A raccontarle sono stati Sandrone Dazieri e Tito Faraci in Ricordi del passato, poi riadattato in Eva Kant. Quando Diabolik non c’era, edito da Mondadori nel 2019. Qui viene narrato come Eva sia la figlia illegittima di lord Rodolfo Kant, rampollo di una famiglia ricca e illustre. Proprio a causa delle sue origini, l’uomo ha celato la paternità tanto che la ragazza lo ha sempre ritenuto uno zio molto generoso. Per sbarazzarsi della presenza scandalosa di questa famiglia, però, l’uomo organizza un piano con la complicità del cugino Anthony. La madre di Eva, infatti, viene accusata di aver rubato il pregiato diamante rosa e la ragazza mandata in orfanotrofio. Una storia drammatica che sembra finire con la fuga di Eva dal collegio, la morte della madre e l’avvertimento di non fidarsi mai degli uomini.
Con ben impresso questo consiglio, però, la ragazza cambia completamente vita trasferendosi in Africa dove inizia a trafficare con malviventi locali. Nella sua mente c’è sempre viva l’intenzione di vendicarsi. E questa arriva quando lo zio, dopo aver ucciso Lord Kant, si ritrova in Africa per partecipare alla caccia grossa. Qui, dopo averlo sedotto ed averlo sposato, Eva gli rivela le sue vere origini, rischiando ancora una volta la vita. L’uomo, infatti, la getta in una fossa con una pantera. L’animale, però, si ribella all’uomo sbranandolo. Così, miracolosamente salva, la donna fa ritorno a Clerville per il suo primo incontro con un altro tipo di pantera: Diabolik.
Le maschere di Diabolik
Oltre alla freddezza e alla spietatezza, il personaggio di Diabolik è caratterizzato da un elemento tecnico molto importante: la capacità di realizzare delle maschere così simili alla pelle naturale da risultare indistinguibili. Si tratta di un talento e una conoscenza acquisita da ragazzo durante i suoi anni sull’isola di King. Qui, infatti, ha seguito gli studi e gli esperimenti di un talentuoso chimico al servizio del terribile King. Come spesso accade, però, l’allievo è riuscito a perfezionare il maestro, utilizzando una resina modellabile che, una volta solidificata, diventa sottile e trasparente come la pelle umana.
Una scoperta che, all’inizio fa guadagnare al giovane Diabolik la stima e l’interesse di King. Successivamente, però, la brama d’impossessarsi di una tecnica così preziosa mette in pericolo la sua vita. Il boss, infatti, vuole ottenere la formula per poi ucciderlo. Un piano che Diabolik riesce a conoscere in modo fortuito, sventandolo attraverso l’assassinio dello stesso King. Un momento particolarmente drammatico e catartico il cui ultimo atto è indossare proprio la maschera dell’uomo per fuggire indisturbato ed impossessarsi delle sue ricchezze.
Da quel momento, dunque, le maschere diventano un segno distintivo nei colpi di Diabolik, tanto che l’uomo insegnerà anche ad Eva Kant la tecnica per realizzarle attraverso una resina chimica prodotta in laboratorio.
