Con Disclosure Day, Steven Spielberg torna alla fantascienza che lo ha reso uno dei registi più influenti della storia del cinema, ma lo fa con un’opera che guarda meno all’invasione aliena e più all’umanità stessa. Dietro la storia di un gigantesco insabbiamento governativo, di misteriose tecnologie extraterrestri e di un imminente primo contatto si nasconde infatti una riflessione sorprendentemente intima sul valore della verità, sulla paura dell’ignoto e sulla capacità di comprendere chi è diverso da noi.
Il finale del film è volutamente enigmatico. Dopo oltre due ore passate a inseguire risposte, Spielberg sceglie di non spiegare tutto. Lo spettatore assiste alla rivelazione dell’esistenza degli alieni, scopre il ruolo di Margaret e Daniel nella vicenda e osserva il primo contatto pubblico tra umanità ed extraterrestri, ma viene lasciato all’oscuro dell’elemento più importante: il messaggio che l’alieno In Vivo 17 comunica ai protagonisti negli ultimi istanti della storia.
Eppure è proprio in quella scelta che si nasconde il significato più profondo di Disclosure Day.
Come si arriva alla rivelazione finale

Per gran parte del film, Margaret Fairchild e Daniel Kellner sembrano essere due persone accomunate soltanto dal fatto di essere finite nel mirino della Wardex Corporation. Da una parte c’è Margaret, una meteorologa di Kansas City che improvvisamente sviluppa capacità inspiegabili dopo uno strano episodio legato a un cardinale apparso davanti a lei. Dall’altra c’è Daniel, un brillante matematico in possesso di prove capaci di dimostrare l’esistenza di una cospirazione lunga quasi ottant’anni.
Man mano che la storia procede emerge però una verità molto più sorprendente. Entrambi, da bambini, sono stati visitati dagli alieni. Quell’incontro ha lasciato in loro qualcosa che è rimasto nascosto per decenni, fino al momento in cui gli eventi del presente lo hanno riportato alla luce. Daniel possiede una straordinaria capacità di comprendere linguaggi matematici e schemi complessi, mentre Margaret sviluppa una forma di empatia quasi sovrumana che le consente di percepire emozioni, pensieri e stati d’animo delle persone che la circondano.
La rivelazione assume un significato ancora più importante quando scopriamo che non si è trattato di un evento casuale. Gli alieni hanno scelto Margaret e Daniel molto tempo prima, preparandoli inconsapevolmente a svolgere un ruolo preciso nel momento in cui la verità sarebbe stata finalmente resa pubblica.
Nel frattempo Daniel riesce a recuperare decenni di documentazione segreta che dimostra come il governo statunitense e Wardex abbiano nascosto l’esistenza della vita extraterrestre fin dai tempi di Roswell. Non si tratta soltanto di fotografie o rapporti classificati. I filmati mostrano navicelle, corpi alieni, esperimenti e persino esseri viventi tenuti prigionieri per anni. Quella che fino a quel momento sembrava una teoria del complotto si rivela il più grande insabbiamento della storia moderna.
Quando Margaret e Daniel riescono infine a raggiungere lo studio televisivo di Kansas City e a trasmettere quei materiali in tutto il mondo, il Disclosure Day del titolo diventa realtà. Per la prima volta l’umanità vede con i propri occhi ciò che per decenni è stato nascosto dietro segreti militari e interessi politici.
Chi sono davvero gli alieni di Disclosure Day?

Una delle scelte più interessanti di Spielberg consiste nel non trasformare gli extraterrestri nei veri protagonisti della storia. Pur essendo il motore dell’intera vicenda, gli alieni rimangono quasi sempre sullo sfondo, avvolti dal mistero.
Sappiamo che sono presenti sulla Terra da molto tempo e che il celebre incidente di Roswell rappresenta soltanto uno degli episodi di una relazione molto più lunga tra la loro specie e l’umanità. Il film suggerisce inoltre che queste visite possano risalire addirittura a migliaia di anni fa. Alcuni dialoghi e diverse immagini disseminate lungo la narrazione lasciano intendere che numerosi eventi storici e religiosi potrebbero essere stati influenzati dall’incontro tra gli esseri umani e questi visitatori provenienti dalle stelle.
Tuttavia Spielberg evita accuratamente di fornire una risposta definitiva. Gli alieni non vengono presentati come divinità, né come invasori. Non sono conquistatori e nemmeno salvatori. Sembrano piuttosto osservatori silenziosi, interessati all’evoluzione della nostra specie e particolarmente colpiti da una caratteristica che considerano unica: l’empatia.
Questa idea attraversa l’intero film e trova espressione nelle parole di Hugo Wakefield, secondo cui gli extraterrestri vedrebbero proprio nella capacità di comprendere gli altri il più importante vantaggio evolutivo dell’umanità. È una visione che si contrappone direttamente alla filosofia di Noah Scanlon, convinto invece che paura, controllo e segretezza siano necessari per garantire la sopravvivenza della società.
In questo senso, gli alieni non rappresentano tanto una civiltà da scoprire quanto uno specchio attraverso cui osservare noi stessi.
Cosa sussurra In Vivo 17 a Daniel?

La scena più discussa del film arriva negli ultimi minuti. Mentre il mondo intero sta ancora elaborando la notizia dell’esistenza della vita extraterrestre, Hugo introduce nello studio televisivo una figura che cambia completamente la portata della rivelazione. Non si tratta più di filmati d’archivio o di documenti segreti. Davanti alle telecamere compare un alieno vivente.
È In Vivo 17, una creatura sopravvissuta per decenni nell’ombra e protetta dagli alleati di Hugo. Il suo aspetto fragile e segnato dal tempo contrasta con l’immagine tradizionale dell’alieno minaccioso che il cinema ha spesso proposto. Non c’è nulla di aggressivo nella sua presenza. Al contrario, il momento è costruito come un incontro quasi commovente tra due specie che finalmente possono guardarsi senza filtri.
L’alieno si avvicina a Daniel e comunica con lui attraverso un linguaggio composto da impulsi, suoni e schemi matematici che soltanto il protagonista è in grado di interpretare. Daniel ascolta, comprende e poi riferisce qualcosa a Margaret. Lo spettatore, però, non sente mai quella traduzione.
È una delle omissioni più importanti dell’intero film e una scelta che Spielberg difende fino all’ultimo fotogramma. Il contenuto preciso del messaggio rimane sconosciuto, trasformandosi immediatamente in uno dei grandi enigmi della storia.
In realtà, il film suggerisce che la frase pronunciata da In Vivo 17 sia molto meno importante delle conseguenze che produce. Daniel non appare sconvolto, terrorizzato o confuso. Sorride. Margaret ascolta e sembra comprendere immediatamente ciò che le viene riferito. La reazione dei due protagonisti suggerisce che il messaggio non contenga una minaccia o una rivelazione catastrofica, ma qualcosa di profondamente legato ai temi che il film ha sviluppato fino a quel momento.
Il significato di “Ascolta” spiegato da David Koepp


Subito dopo aver ascoltato la traduzione di Daniel, Margaret torna davanti alle telecamere. Milioni di persone la stanno osservando. L’intero pianeta è in attesa di una spiegazione.
Lei pronuncia una sola parola. “Listen.”, “Ascolta”.
Poi il film termina. Per molti spettatori si tratta di un finale frustrante. Dopo aver costruito un mistero così grande, Spielberg sembra sottrarre proprio la risposta che tutti stavano aspettando. In realtà accade l’esatto contrario.
David Koepp ha raccontato che quella battuta era presente già nella prima bozza della sceneggiatura. Secondo lo sceneggiatore, rappresentava fin dall’inizio il cuore dell’intero progetto. Margaret non sta invitando il mondo ad ascoltare semplicemente gli alieni. Sta invitando l’umanità ad ascoltare se stessa.
Nel corso della storia abbiamo visto governi mentire ai cittadini, corporation nascondere informazioni fondamentali e persone incapaci di fidarsi l’una dell’altra. Abbiamo assistito a conflitti politici, tensioni internazionali e divisioni ideologiche. Sullo sfondo del film incombe persino la possibilità di una nuova guerra mondiale.
Di fronte a tutto questo, il messaggio finale degli alieni non riguarda la tecnologia, l’universo o i segreti cosmici. Riguarda il modo in cui gli esseri umani si relazionano tra loro.
Margaret è la persona scelta per trasmettere quel messaggio perché il suo dono è proprio l’empatia. Mentre Daniel comprende il linguaggio degli alieni, lei comprende le persone. La sua evoluzione narrativa conduce inevitabilmente a questo momento. Fin dall’inizio del film il suo potere consiste nell’ascoltare gli altri in una maniera che nessun essere umano è normalmente in grado di fare.
L’ultima parola del film non è quindi una soluzione all’enigma. È la sintesi dell’enigma stesso.
Disclosure Day non parla davvero degli alieni
Come spesso accade nel cinema di Spielberg, la componente fantascientifica è soltanto la superficie del racconto.
Così come Incontri ravvicinati del terzo tipo parlava di ossessione e E.T. raccontava la solitudine e il bisogno di appartenenza, Disclosure Day utilizza gli extraterrestri per affrontare temi profondamente umani. Il vero conflitto non riguarda il rapporto tra due specie diverse, ma il modo in cui l’umanità gestisce la verità.
Noah Scanlon è convinto che le persone non siano pronte. Margaret, Daniel e Hugo sostengono il contrario. Alla fine del film non sono gli alieni a vincere. Vince l’idea che la conoscenza non debba essere monopolizzata da chi detiene il potere.
Per questo motivo Spielberg interrompe la storia nel momento esatto in cui la rivelazione diventa pubblica. Non gli interessa mostrare cosa accadrà il giorno dopo. Non vuole raccontare le conseguenze geopolitiche del primo contatto o immaginare il futuro delle relazioni tra esseri umani ed extraterrestri. Ciò che gli interessa è il momento in cui il mondo decide di aprire finalmente gli occhi.
In questo senso, Disclosure Day è molto più vicino a film come The Post di quanto possa sembrare. Entrambe le opere parlano di informazioni nascoste, di verità sepolte e del diritto delle persone di conoscere ciò che è stato tenuto loro nascosto.
Alla fine, quindi, il mistero più importante non è ciò che l’alieno ha detto a Daniel. Il vero interrogativo che Spielberg lascia al pubblico è un altro: siamo davvero pronti ad ascoltare?
