A Cannes 2024 aveva fatto parlare di sé per la sua audacia, il suo coraggio, la sua messa in scena assurda ed inclassificabile; un esperimento cinematografico che, in occasione della kermesse cinematografica francese, si portò a casa premi importanti: quello della giuria e il riconoscimento ex-aequo alle quattro protagoniste femminili. Poi, sono arrivate le vagonate di candidature, non ultime le 10 ottenute agli ultimissimi Golden Globe 2025, di cui ne ha vinti 4. Stiamo parlando di Emilia Pèrez, atipico musical scritto e diretto da Jacques Audiard che è finalmente arrivato nelle sale italiane da giovedì 9 gennaio con la distribuzione di Lucky Red.
Un film unico nel suo genere, difficilmente incasellabile, che si presenta all’ignaro spettatore in sala come un mélange irresistibile e senza precedenti tra genere musicale classico, melodramma latinoamericano e gangster movie puro e duro. Il nuovo lungometraggio del cineasta francese è tutto questo assieme e molto, molto di più. Qui di seguito vi spieghiamo alcuni dei motivi per i quali Emilia Pèrez è probabilmente uno dei film più assurdi che vedrete al cinema nel corso di questo 2025 appena iniziato.
Di cosa parla Emilia Pèrez?

Rita (Zoe Saldana), una praticante di uno studio legale di Città del Messico, è insoddisfatta dello scarso riconoscimento che riceve dal suo capo. Un giorno, i suoi servizi vengono richiesti da niente meno che il più temuto boss dei cartelli della droga, Manitas Del Monte (Karla Sofìa Gascòn). Titubante, alla fine Rita decide di accettare il suo invito, spinta dal desiderio di rivalsa, ma non può immaginare cosa l’aspetti: il boss le chiede infatti di aiutarlo a inscenare la propria morte e poi di procurargli una delle migliori chirurgie di riassegnazione del sesso che lo renda la donna che ha sempre voluto essere, la bella Emilia Pérez. La situazione si complica ulteriormente quando Emilia, resasi conto di non poter vivere senza la sua famiglia, coinvolge Rita in un piano con cui riabbracciare sua moglie Jessi (Selena Gomez) e i loro figli senza che questi smettano di crederlo morto: fingersi una ricca parente di Manitas e invitarli a vivere a casa sua. Nel frattempo, però, Jessi sta progettando di fuggire col suo spasimante Gustavo (Edgar Ramirez), che a tal proposito ha adocchiato i soldi di Emilia.
Ma lo sapevate che inizialmente Emilia Pèrez era stato ideato come libretto per un’opera lirica rivoluzionaria ed innovativa? Lo ha rivelato lo stesso Jacques Audiard, che dopo però aver accantonato l’idea puramente teatrale, ha deciso di portare sul grande schermo la sua scommessa dietro la macchina da presa. Audiard riscrive così il libretto teatrale e lo trasforma in sceneggiatura cinematografica, poi si fa autore dei testi delle canzoni del film affidandosi alla composizione musicale di Clément Ducol nella parte strumentale e al talento della cantautrice Camille nella parte delle interpretazioni canore. Il risultato? Una delle opere più radicali del maestro del cinema francese ed un atto politico ed artistico di rara efficacia ed originalità.
Un film di transizione

Del resto, molta della forza di Emilia Pèrez sta nella sua idea di concezione, sia di contenuti che di forma. Anzi, forse la pellicola vincitrice di 4 Golden Globe è mirabilissimo esempio di quanto a volte la forma e lo stile, il linguaggio dietro e davanti la macchina da presa, possano non soltanto andare a braccetto con il contenuto, ma rappresentare tutto sommato il contenuto stesso, il messaggio finale ed intrinseco dell’opera. Emilia Pèrez è a tutti gli effetti, un film di transizione e sulla transizione; che sia quella corporea affrontata dal boss del narcotraffico messicano Manitas Del Monte o quella dei generi cinematografici che omaggia e abita, il lungometraggio pluripremiato è un’esperienza per grande schermo difficile da dimenticare, perché sapientemente capace di cambiare pelle nella superficie ed al contempo in profondità, così come fa la straordinaria protagonista del film interpretata dalla spagnola Karla Sofìa Gascòn, forse la prima attrice transgender a poter ottenere una candidatura all’Oscar femminile.
Così, nell’idea stessa in nuce di gender biologico e di genere cinematografico e narrativo, Emilia Pèrez si bea e si crogiola, facendo del mèlange assurdo ed idiosincratico dei toni e dei contenuti che porta sul grande schermo il suo punto di forza più prodigioso, la sua arma più congeniale. Come descrivere il nuovo film di Jacques Audiard? Semplicemente è impossibile etichettarlo, dargli definizioni, stabilirne confini che possano anche lontanamente abbracciare o accarezzare la rigidità classica dei generi fondanti del grande cinema di ieri e di oggi.
Cambiando corpo, cambia la società

Una divisione rigida e polverosa che il regista e sceneggiatore francese rifiuta categoricamente, realizzando dietro la macchina da presa un film-manifesto ambientato sì in Messico (ma cast e troupe non hanno mai messo piede in territorio latinoamericano per girare il film, scegliendo esterni e teatri di posa con sede a Parigi) ma con il cuore profondamente europeo. Un contrasto socio-culturale che ha fatto storcere i più puristi e molti degli spettatori della nazione del Centro America, indignati dalla scelta del cineasta francese di voler raccontare (sia chiaro, a modo suo), una delle pagine più nere della storia passata del Messico attraverso la figura redentrice di uno spietato boss del narcotraffico che decide di cambiare pelle, sesso ed identità per invertire la rotta delle sue malefatte del passato e regalare un futuro di luce e speranza ad una nazione intera in lutto.
Del resto, uno dei versi più potenti della colonna sonora del film recita letteralmente così: “Cambiando il corpo si cambia la società, cambiando la società si cambia l’anima, cambiando l’anima si cambia la società, e cambiando la società cambia finalmente tutto.” Lo dice la caparbia avvocatessa Rita Mora (una straordinaria Zoe Saldana in odore di premio Oscar immediato) davanti ad un allibito medico di fama internazionale, quando cerca di convincerlo ad approvare le procedure per la delicatissima operazione chirurgica che trasformerà il sanguinario Juan “Manitas” Del Monte nella premurosa e determinata Emilia Pèrez.
Cambiando la società, cambia tutto

Date una possibilità ad Emilia Pèrez. Il film scritto e diretto da Jacques Audiard, pur nella sua caparbietà e nella sua sfrontatezza nel voler affrontare tematiche sociali di indubbia delicatezza, si prende il rischio di poterlo fare con una vastissima gamma di registri e linguaggi cinematografici apparentemente gli uni lontanissimi ed inconciliabili dagli altri. Invece, l’autore di perle del cinema francese come Un sapore di ruggine ed ossa e Un profeta, decide di sparigliare le carte e dimostrare alla settima arte contemporanea quanto sia possibile una “terza via” narrativa, che inglobi e celebri generi e contenuti differenti all’interno della stessa, preziosissima cornice audiovisiva.
Un’opera di coraggio artistico e politico che, nonostante abbia diviso gli animi e i pareri del pubblico e di parte della critica statunitense, non potrà che continuare a risuonare nel cuore, nelle menti e nelle orecchie di tutti i cinespettatori che da giovedì 9 gennaio sceglieranno di riempire le sale cinematografiche nostrane per assistere ad un esperimento per grande schermo che, ad oggi, ha veramente pochi eguali. In definitiva, Emilia Pèrez è un’esperienza sconquassante e senza etichette, fluida e priva di confini, dove sicurezze e luoghi comuni della società contemporanea decadono felicemente a favore di una visione artistica alternativa senza paragoni. Farà incetta di candidature agli Oscar 2025, molto probabilmente.
