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Home » Film » Glenn Close in Attrazione fatale: eros e nemesi

Glenn Close in Attrazione fatale: eros e nemesi

In Attrazione fatale, thriller di culto del 1987, una superba Glenn Close disegna l’indimenticabile ritratto della psicopatica Alex Forrest.
Stefano Lo VermeDi Stefano Lo Verme18 Settembre 2022
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Quando attira per la prima volta l’attenzione dell’avvocato Dan Gallagher e del suo amico Jimmy, Alex Forrest è ancora fuori scena; è lo sguardo voluttuoso dei due uomini ad anticipare quello del pubblico prima dell’inquadratura successiva, in cui la donna nel mirino del loro interesse si staglia tra la folla di invitati di un party letterario. Ancora non sappiamo di chi si tratti, ma la sua comparsa in Attrazione fatale già ci offre una prospettiva ben precisa del personaggio: la cascata di riccioli biondi a incorniciare un viso dai tratti spigolosi; l’espressione glaciale con cui fulmina Jimmy, salvo poi addolcirsi in un sorriso nel momento in cui si ritrova accanto a Dan. Una figura altera, ma illuminata da lampi di spavalda sensualità: è il nostro primo contatto con la femme fatale del film di Adrian Lyne, in cui la quarantenne Glenn Close avrebbe disegnato il ritratto di una dei più grandi villain del cinema americano.

È il 18 settembre 1987 quando Attrazione fatale, rivisitazione del mediometraggio televisivo Diversion ad opera dello sceneggiatore James Dearden, fa il suo debutto negli Stati Uniti, imponendosi in breve tempo come un autentico fenomeno di massa. La storia della liaison clandestina fra il Dan Gallagher di Michael Douglas e la Alex Forrest di Glenn Close, uno spensierato weekend di passione che per il marito fedifrago si trasformerà in un incubo a occhi aperti, è il caso cinematografico dell’anno: Attrazione fatale registra infatti cifre record, si rivela il massimo campione d’incassi mondiale del 1987 con più di ottanta milioni di spettatori, riceve sei nomination agli Oscar (tra cui miglior film) e sarà a lungo argomento di analisi, dibattiti e polemiche. A segnalare il suo impatto sull’immaginario collettivo basterebbe ricordare che la scena più famigerata della pellicola farà entrare nell’uso comune il termine bunny boiler, associato da allora alla sua spaventosa protagonista.

Glenn Close: la prima volta da ‘cattiva’

Una scena di attrazione fatale

Ed è appunto Alex Forrest, l’amante delusa che non ha alcuna intenzione di rinunciare al proprio rapporto con Dan, a proporre un nuovo modello di dark lady, il cui sex appeal si intreccia a un quid di minaccia e di follia (l’American Film Institute la inserirà al settimo posto nella classifica dei migliori ‘cattivi’ cinematografici di sempre). Per questo ruolo, all’inizio la Paramount prende in considerazione Debra Winger, Barbara Hershey ed Elisabeth Shue, mentre accoglie con freddezza il nome di Glenn Close; ma per capire tale scetticismo è necessario ripercorrere i primi passi nella carriera dell’attrice originaria del Connecticut. Dopo una lunga gavetta in palcoscenico, la Close esordisce sul grande schermo nel 1982 interpretando una grintosa infermiera femminista, madre del Garp di Robin Williams, ne Il mondo secondo Garp di George Roy Hill: è la prima dimostrazione delle sue doti e la sua prima candidatura all’Oscar, a cui seguiranno altre due nomination consecutive come miglior attrice supporter per il cult generazionale Il grande freddo di Lawrence Kasdan e il dramma sportivo Il migliore di Barry Levinson.

Alla metà degli anni Ottanta, insomma, Glenn Close viene già annoverata fra i nuovi talenti di Hollywood, ma è associata perlopiù a personaggi benevoli, affettuosi e materni; la sua prima incursione nel campo del thriller, nonché la sua ‘promozione’ al rango di protagonista, avviene nel 1985 con Doppio taglio di Richard Marquand, dove però veste i panni dell’eroina di turno. Nella parte di Alex, la Close sfodera invece un suo lato d’attrice che non aveva ancora avuto occasione di far emergere, dando vita a una donna provocante, ambigua e animata da una sotterranea ferocia. Il regista Adrian Lyne ricorderà così il suo provino: «Una straordinaria trasformazione erotica ha avuto luogo. In lei c’era un tragico, sconcertante mix di sessualità e rabbia». L’ingaggio di Glenn Close è una scommessa vinta su tutta la linea: Attrazione fatale le fa guadagnare la nomination all’Oscar come miglior attrice e le spianerà la strada verso una galleria di altre memorabili villainess, dalla Marchesa de Merteuil de Le relazioni pericolose alla Crudelia DeMon de La carica dei 101, passando per Norma Desmond nel musical teatrale Sunset Boulevard e per l’avvocata Patty Hewes nella serie televisiva Damages.

Un’implacabile erinni nel baratro della follia

Una scena di attrazione fatale

La sfida, con Alex Forrest, consiste nel dar volto a un’antagonista la cui profonda fragilità, a tratti perfino struggente, coesiste con una dimensione recisamente ‘oscura’: due aspetti amalgamati, nella performance di Glenn Close, in una sintesi tanto più inquietante quanto più ci risulta difficile incasellare un tale personaggio. L’imprevedibilità di Alex, la sua costante oscillazione fra i poli opposti di un attaccamento morboso e della furia vendicatrice (l’idiomatica frase «I’m not gonna be ignored»), si riflettono nelle scelte cromatiche del suo abbigliamento, imperniate sul dualismo fra il bianco e il nero. Sono pressoché gli unici colori indossati dalla donna, a ribadirne la natura estrema, in un senso o nell’altro: il bianco tende a sottolineare il suo fascino, l’apertura nei confronti di Dan (il completo indossato la sera della loro cena insieme), ma anche la solitudine e la vulnerabilità, laddove Alex scivola nel baratro della solitudine, dell’autolesionismo e della violenza.

Quando al contrario è vestita di nero, come nel primo incontro con Dan, il look ne mette in risalto la determinazione, gli atteggiamenti più aggressivi o scopertamente minacciosi, fino al temporaneo sequestro della piccola Ellen. Perché in fondo, Alex è anche (soprattutto?) questo: l’incarnazione delle angosce e dei sensi di colpa di un “uomo qualunque” che all’improvviso vede messo a repentaglio il suo idilliaco quadro di felicità borghese. L’epilogo del film, modificato e rigirato dopo i test screening per soddisfare le aspettative del pubblico, va proprio in tale direzione: Alex perde la sua identità di individuo psicologicamente disturbato per assurgere allo statuto di mostruosa e implacabile nemesi. Un’entità quasi metafisica (la sua ultima apparizione in casa dei Gallagher, armata di coltello, è puro cinema horror), a cui tuttavia Glenn Close non manca mai di conferire una nota di umanissima disperazione: l’elemento in grado di rendere la sua bionda erinni davvero indimenticabile.

Stefano Lo Verme
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Nato a Roma, classe 1985, è stato spinto dalla bulimica passione per la lettura sulla strada dell'insegnamento. Da adolescente scatta il colpo di fulmine per i film di Billy Wilder, Woody Allen e Robert Altman; da allora ama dedicarsi a cinema e dintorni (perlomeno quando non è impegnato a tormentare i propri alunni). La sua massima aspirazione: acquisire la compostezza e il savoir-faire dei personaggi di Isabelle Huppert.

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