Quello che Miguel Gomes chiede allo spettatore con il suo Grand Tour, vincitore del premio per la miglior regia all’ultimo festival di Cannes, è di scendere a compromessi con un certo tipo di approccio registico radicalmente sperimentale. Di lasciarsi trasportare in un vortice narrativo completamente sospeso nel tempo, in un viaggio sensoriale talmente fittizio da risultare quasi reale. Per questo motivo l’ultima fatica del regista di Tabu e Le mille e una notte, dal 5 dicembre nelle sale italiane grazie a Lucky Red, risulta un prodotto veramente difficile da afferrare. Un film le cui premesse finiscono per sciogliersi in un flusso di immagini condensate in un’autorialità bizzarra e stranamente seducente.
Nel film del regista portoghese c’è un po’ di fascinazione romantica per tutto ciò di esotico, misterioso e accattivante. Quella stessa fascinazione che avvolgeva giovani aristocratici inglesi nei loro grand tour vittoriani attraverso la conoscenza delle meraviglie artistiche italiane, in preparazione al loro ingresso nella società. Grandi viaggi che hanno posto le basi per una conoscenza maggiore del mondo, spalancando le porte ad una globalizzazione sempre più imperante. E come mondo-film si configura proprio Grand Tour di Gomes, nel suo travalicare tessuti sociali internazionali per offrire un’esperienza cinematografica profondamente mistica.
A spasso per l’Asia

Perché il film di Gomes è esattamente un grande viaggio: quello di noi spettatori a spasso per il continente asiatico attraverso gli occhi stralunati di Edward, un funzionario pubblico dell’Impero Britannico recatosi in Asia in fuga dalla sua fidanzata, Molly, prima del matrimonio. La macchina da presa ci porta in Birmania, Thailandia, Cina, Vietnam, Singapore, Filippine, Giappone, Cina e Tibet. Territori in cui il nostro protagonista gironzola a vuoto senza un’apparente meta: uno spirito libero, disabilitato e vacante che contempla i suoi vuoti esistenziali.
Viene spacciato dalla gente del posto per una spia degli Stati Uniti, ma la verità è che si trova lì per lasciare spazio alla sua malinconia e chiedersi cosa n’è stato del suo passato, tra un’oppiaceo e l’altro (pare Noodles in C’era una in America). Nella seconda metà del film, invece, conosciamo Molly, una figura burlona con la risata a mo’ di pernacchia. Decisa a sposarsi e ossessivamente divertita dalla fuga del suo fidanzato, decide di seguirlo in questo suo Grand Tour.
Un black out temporale

Più nel corso del film ci vengono forniti dettagli, informazioni e suggestioni, più capiamo sempre meno dei personaggi e dei luoghi che li circondano. Forse va bene così, perché Grand Tour non ha e non vuole avere una struttura narratologica solida: tutto è rappresentato secondo un lungo flusso di coscienza completamente sospeso nel tempo, che non ha la pretesa di essere pienamente razionalizzato. Grand Tour sembra quasi fatto di materia grigia, di un tessuto inorganico dove si intrecciano suggestioni, immagini e memorie, in un evocativo bianco e nero 16mm.
Un dato chiaro e certo Gomes ce lo fornisce a inizio proiezione: siamo nel 1918. Ma col passare dei primi minuti, ci accorgiamo che quello di fronte a cui ci troviamo altro non è che il frutto di un vero e proprio sfasamento di linee e dimensioni temporali. In un contesto di inizio ‘900 vediamo anacronismi di ogni tipo: telefonini, mascherine da Covid, motorini che danzano sulle note di Strauss come se fossero navicelle futuristiche di 2001: Odissea nello spazio. Tutte le coordinate di partenza di Grand Tour si disfano in un conflitto di immaginari e immagini. Lingue che si intersecano, culture che si mischiano, documentario che entra dentro la finzione, passato che vive nel presente e presente che vive nel passato.
Confinato nei festival

Grand Tour è dunque un puro e ipnotizzante viaggio visivo, che prova a sfidare le concezioni del linguaggio cinematografico attraverso un alto livello di sperimentazione audiovisiva. Un’odissea nell’Asia che prova a interrogarsi, in un modo decisamente più estetico che intellettuale, sulla percezione del tempo e sulle contaminazioni culturali in un presente sempre più globalizzato. Il film del regista portoghese non ha una storia, non ha una densità e non ha alcun tipo di struttura. Quello che ha è solamente un genuino gusto per l’evocazione all’interno della composizione del quadro filmico. Un film dove l’immagine la fa pienamente da padrona.
C’è da chiedersi, però, quanto questo flusso immagini riesca a reggersi da solo senza delle solide fondamenta. E soprattutto quanto un’opera di questo tipo possa risultare accessibile anche al di fuori del contesto circoscritto in cui è stata presentata. Grand Tour è il classico cinema sperimentale allo stato puro, quello difficilmente esportabile oltre i confini festivalieri e quello facilmente riducibile ad un mero oggetto di uso e consumo per cinefilia e critica. Che sia un pregio o un difetto poco importa.
Ciò che invece il film di Gomes compie, è porre nuovamente una cesura netta tra cinema popolare e cinema arthouse, delineandosi come radicale esponente di quest’ultimo. E soprattutto di una certa intenzione da parte di Cannes di non scrollarsi completamente di dosso quella sua storica tendenza di creare delle voragini tra sé e il pubblico. Nonostante, dalla scorsa edizione che ha visto il portoghese guadagnarsi una delle onorificenze più importanti della kermesse, siano saltati fuori dei titoli (Emilia Perez e Anora su tutti) capaci di conciliare perfettamente il raffinato e il pop. Dei titoli che, della Cannes post Palma d’oro di Parasite, ne rispecchiano un progressivo e parziale tentativo di risaltare un cinema di qualità più da ampio raggio. Dei titoli che, proprio sulla scia del capolavoro assoluto di Bong Joon-ho, domineranno la prossima stagione dei premi.
