Il grande uno rosso, war movie del 1980 di Samuel Fuller, è ispirato alla vera storia dello stesso regista e sceneggiatore, che durante la Seconda Guerra Mondiale fece parte di una squadra di soldati della Prima Divisione di fanteria americana. Una divisione dell’esercito, soprannominata appunto grande uno rosso per il numero rosso presente sul distintivo applicato sulle uniformi, che fu impiegata in tutti i principali eventi del conflitto sul fronte occidentale.
Fuller fu impegnato in prima linea, conquistando svariati riconoscimenti per il suo coraggio. Come molti altri colleghi di Hollywood, primo fra tutti John Ford, ha fatto della sua partecipazione alla guerra una sorta di vanto. Era un vero e proprio marchio di fabbrica, che gli valse il rispetto di tutti. Un gustoso aneddoto riguardava proprio Ford che, da bravo Marine, ogni anno, nel giorno dell’anniversario del D-Day, ovvero lo Sbarco in Normandia, era solito chiamare Fuller per dirgli “Fuck The Big Red One (fan… il grande uno rosso)”.
La questione guerra era particolarmente sentita dall’autore di Worcester che eliminò John Wayne dalla lista dei papabili protagonisti non solo perché non aveva alcuna intenzione di dirigere un film convenzionale. Ma soprattutto perché, in quanto padre di quattro figli, l’attore simbolo dell’eroismo americano non indossò mai la divisa. Guadagnandosi da Fuller l’epiteto di draft dodger (renitente alla leva). La scelta ricadde sullo straordinario Lee Marvin, che invece combatté nei Marines.

Nella sua autobiografia, A Third Face: My Tale of Writing, Fighting and Filmmaking, Fuller raccontò come dirigere Il grande uno rosso sia stato un modo per liberarsi dai fantasmi della guerra. Non è un caso che per arrivare al primo ciak ci vollero circa vent’anni. Nonostante l’intera partitura fosse già vivida nella sua mente. “Il film avrebbe catturato la verità dei combattimenti senza alcuna paccottiglia hollywoodiana. Avrebbe riguardato solo soldati che cercavano di sopravvivere. Speravo in cuor mio di dormire meglio alla fine del film“, ha spiegato.
“Un bagaglio pesante“, così Fuller stesso definiva la sua esperienza al fronte. In effetti, come detto dalla moglie Christa, il regista soffrì per tutta la vita di disturbo da stress post-traumatico, affrontando costantemente demoni terribili. Come tanti altri ragazzi dell’epoca, il regista si arruolò dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, il 7 dicembre del 1941. Avrebbe potuto scegliere un ruolo meno pericoloso, ad esempio nel giornale delle forze armate, ma non ebbe dubbi: voleva il fronte.
“Nulla avrebbe potuto fermarmi dall’essere testimone di uno dei più grandi crimini della storia”, ha poi detto. Nel film, e nell’omonimo romanzo scritto in contemporanea a esso, sono raccontate tutte le tappe della sua permanenza in Europa di Fuller. Dal Nord Africa alla Sicilia, fino alla Normandia e alla Cecoslovacchia. Dove per lui, di religione ebraica, si consumò il momento forse più doloroso ed emozionante: la liberazione del campo di concentramento di Falkenau. Che Fuller riprese in 16 mm.
