David Lynch, il regista surrealista che ha costruito un ponte tra il cinema convenzionale e l’avanguardia, esplorando gli angoli più oscuri della psiche umana e i misteri della classe media bianca americana con una inquietante miscela di malinconia, fantasia e orrore, ci ha lasciato il 16 gennaio, all’età di 78 anni. La notizia della sua dipartita fa così male perchè pensavamo che un regista che ci ha messo così tanto a confronto con la morte e si fosse addentrato così a fondo in quei territori, potesse in qualche modo sottrarsi all’inteluttabile destino dell’essere umano. O forse, pensavamo che vi fosse sempre appartenuto e che, proprio da quei luoghi, dalla vastità infinita dell’ignoto, ci abbia svelato molto di più sulla nostra condizione.
Nessuno ha aiutato le generazioni più recenti a vedere il mondo attraverso l’arte in una prospettiva obliqua, nascosta, segreta e profonda come David Lynch. Con la sua visione sempre originale e affascinante, espressa in una filmografia unica nel suo genere, e attraverso esperienze artistiche legate alla pittura, fotografia, animazione e suono, Lynch è riuscito ad andare oltre chiunque nella ricerca di una dimensione altra, nascosta dietro la realtà, colma di complesse e sfolgoranti visioni oniriche.
In film come Velluto blu (1986) e Mulholland Drive (2001), così come nella serie televisiva Twin Peaks, lanciata nel 1990, ha proiettato una luce inquietante sull’ipocrisia, la corruzione morale e la violenza sessuale, rivelando l’oscurità latente insita in paesini apparentemente idilliaci. Da piccolo, amava sedersi in una stanza buia con gli amici e il fratello per vedere chi si spaventava di più. Anni dopo, ha svelato, i due svilupparono un simil-stile narrativo ribattezzato “raccontare storie spaventose che avevano solo vagamente senso.” Queste diventarono poi 10 lungometraggi – o 11, se si considera la terza stagione di Twin Peaks del 2017 (che lui stesso ha descritto come un film lungo 18 ore) – quattro nomination agli Academy Awards e un Oscar onorario alla carriera nel 2019.
“Eraserhead” e l’affermazione di un genio surrealista

Il giovane David Lynch si trasferì a Los Angeles all’inizio degli anni ’70 per unirsi a un brillante gruppo (tra cui figuravano Paul Schrader e Terrence Malick) alla scuola di studi avanzati dell’American Film Institute. Qui, iniziò a sviluppare il suo primo lungometraggio, Eraserhead, incentrato sulla vita incubo di un uomo che vede nascere il suo bambino con orribili malformazioni e soffre da quel momento ogni sorta di alterazione nella sua coscienza e nel suo comportamento. Dopo una serie di cortometraggi tra animazione, immagini (sur)reali e sperimentali, conquistò un pubblico appassionato con questo delirante esperimento, diventato un film di culto per eccellenza.
Il film suscitò attrazione e repulsione in dosi simili quando uscì nel 1977. Il film divenne un successo di culto, proiettato a tarda notte e ammirato da Stanley Kubrick, che lo mostrò ai membri del cast prima di girare The Shining. Un recensore di New Times dichiarò che “c’è più paura in un qualsiasi fotogramma di Eraserhead che nell’intero film di L’Esorcista,” mentre Roger Ebert del Chicago Sun-Times liquidò il film come “il tipo di obbrobrio che potrebbe essere fischiato da una convention dei film trash.”
Il fan più inaspettato del film fu Mel Brooks: dopo averlo visto, non esitò un istante, e offrì a Lynch di produrre il suo progetto successivo, l’adattamento della fortunata opera teatrale The Elephant Man, dove sarebbe tornato al tema della mostruosità umana, ma in un contesto produttivo più “mainstream” e con star quali Anthony Hopkins e John Hurt: un melodramma vittoriano in squisito bianco e nero sull’alterità, un mostro che non lo è veramente e la società delle norme che invece lo è.
Cinema multiforme

Il cinema era solo la parte più prominente della vita artistica di Lynch. Compositore, incisore, scultore, fabbricante di mobili, caricaturista, drammaturgo e pittore, si dedicò alla Settima Arte mentre studiava discipline artistiche negli anni ’60, in un tentativo di creare un “quadro in movimento.” Sviluppò uno stile espressionista che evocava registi tanto diversi quanto Luis Buñuel, Jean Cocteau, Fritz Lang e Alfred Hitchcock, anche se dichiarò di essere più interessato a vedere programmi di automobili personalizzate in televisione che a studiare vecchi film.
Lynch fu forse “il primo surrealista populista, un Frank Capra della logica dei sogni”, scrisse Pauline Kael, critica cinematografica del New Yorker. Con Eraserhead, “reinventò effettivamente il movimento del cinema sperimentale”.
“Guardando questo film audacemente irrazionale, con il suo interesse per la logica dei sogni. Quasi si sente che si stia guardando un gotico d’avanguardia europeo degli anni ’20 o dei primi anni ’30… e, tuttavia, c’è una sensibilità completamente nuova in gioco.”
Come un mago che si rifiuta di rivelare i suoi trucchi, Lynch non discuteva mai il significato dei suoi film. “Mi piacciono le cose che lasciano spazio per sognare”, ha detto al New York Times nel 1995. “Molti misteri si risolvono alla fine, e questo uccide il sogno.”

Con il mondo ai suoi piedi, il cineasta rifiutò la proposta di George Lucas di dirigere Il ritorno dello Jedi e preferì rischiare l’impossibile in quello stesso mondo della fantascienza, dirigendo il primo adattamento di Dune (1984), che si rivelò un clamoroso fallimento di critica e pubblico. Anche Twin Peaks – Fuoco cammina con me, una sorta di complemento alla serie televisiva lanciato nel 1992, venne distrutto dalla critica, con Vincent Canby del Times che dichiarò: “Non è il peggior film mai realizzato; sembra solo tale.” Ma Lynch doveva abbandonare i drammi d’epoca e l’epica per trovare la sua voce definitiva. E così arrivò Velluto blu (1986).
Velluto blu: viaggio nell’incubo americano

Nonostante il fallimento di Dune, il potente produttore Dino De Laurentiis mantenne la fiducia in Lynch e sostenne il suo progetto successivo, quello che meglio avrebbe definito nel tempo il modo in cui il regista vedeva il mondo. Così nacque Velluto blu (1986), un affascinante e tortuoso collage di violenza, intrigo, erotismo, perversioni, pulsioni omicide e un famoso orecchio tagliato che sedusse il pubblico, incantò i critici e consegnò al pubblico alcune interpretazioni memorabili, come il folle villain interpretato interpretato da Dennis Hopper e l’intensa performance di Isabella Rossellini.
Colui che aveva attinto dalle acque dell’espressionismo tedesco e del surrealismo europeo, era più che pronto a diventare il cronista dell’incubo americano. Nutrendosi della tradizione autoctona del “film noir”, della “pulp fiction” e del glamour hollywoodiano, Velluto blu lo ha portato nel territorio onirico, erotico, perverso e affascinante di un surrealismo autenticamente americano.
Quel viaggio all’interno di un orecchio mozzato segnò il cambio di rotta definitivo per Lynch. Con poche eccezioni, spingendo sempre più lontano la sua stilizzata decostruzione del genere “noir” e del melodramma, l’artista e regista avrebbe finito per definire completamente il “lynchiano” con il frenetico Cuore Selvaggio (1990), cambiando la storia della televisione con Twin Peaks (1990-91), per poi, lasciando da parte la simpatica parabola zen americana di A Straight Story (1999), costruire con la trilogia composta da Lost Highway (1997) –seconda collaborazione con lo scrittore Barry Gifford–, Mulholland Drive (2001) e l’inaccessibile Inland Empire (2006) una sorta di insondabile metastoria del più sinistro e allo stesso tempo affascinante Hollywood gotico che mette in discussione ogni modello narrativo convenzionale, per trasgredirlo mentre si erige a monumento postumo di un’America mitica, vista attraverso lo sguardo di un visionario capace di unire alto e basso, pop e metafisico, bello e orribile, sublime e ridicolo, grottesco e seducente come nessuno ha mai fatto prima o dopo.
Twin Peaks: rivoluzione televisiva

Il film lanciò il giovane Kyle MacLachlan, che avrebbe ritrovato nel ruolo dell’agente Dale Cooper, l’uomo incaricato di scoprire chi ha assassinato la giovane Laura Palmer nella misteriosa e stranissima cittadina di Twin Peaks. La serie andò in onda per la prima volta il 4 aprile 1990 negli Stati Uniti, diventando immediatamente un cult: per la prima volta, il pubblico aspettava con ansia la puntata successiva per vedere cosa sarebbe successo in questo mondo strano e unico dove convivevano rami parlanti, nani e giganti.
Le immagini macabre, l’ironia impassibile e i personaggi eccentrici ispirarono una serie di imitatori “lynchiani”, oltre a registi indipendenti come Quentin Tarantino, i fratelli Joel ed Ethan Coen e Jim Jarmusch. E con Twin Peaks, Lynch e il co-creatore Mark Frost elaborarono quello che è ampiamente considerato uno dei programmi più influenti della storia della televisione. A questo proposito, ha detto David Chase, showrunner de I Soprano, alla rivista Time nel 2017.
“Se guardi il dramma televisivo dai suoi inizi, i programmi raccontavano al pubblico cosa stavano per vedere, poi glielo mostravano e infine gli dicevano cosa avevano appena visto. Nessuno è mai stato confuso su cosa stava succedendo. Con Twin Peaks, Lynch e Frost ti lo mostrano e ti lasciano a pensare: ‘Cosa ho appena visto?’ Questo è stato rivoluzionario, e lo è ancora.”

Cuore selvaggio (1990), con Nicholas Cage e Laura Dern, vinse la Palma d’Oro al Festival di Cannes. E il progetto successivo, Strade perdute (1997), confermò l’inclinazione di Lynch a un’indagine nel mondo interiore, ben definita nella sua frase:
“Penso che ogni grande cosa sia, in un certo senso, astratta. Questo significa che non puoi spiegare tutto quello che stai facendo, e non ha senso farlo. Ma se raggiungi un equilibrio tra il noto e l’ignoto, puoi esplorare quell’ignoto e farlo tuo”.
“Senza incertezza le persone non vanno avanti”

Nessuno esagererebbe nel definire Lynch un artista unico nel senso più letterale del termine: nessuno potrebbe somigliargli o imitare il suo stile. Continuerà a essere, come è stato negli ultimi decenni, uno dei creatori audiovisivi più influenti del suo tempo. L’interesse per conoscere e analizzare la sua opera è diffuso in tutto il mondo e risponde soprattutto all’impossibilità di incasellarla con precisione in una corrente o movimento determinato. Per affrontare la sua opera, non resta che ricorrere al termine “lyncheano”, proprio di quegli artisti che non assomigliano (né mai assomiglieranno) a nessun altro quando il cognome diventa un aggettivo qualificativo. Nell’opera di Lynch, soprattutto nei suoi film, vediamo sempre una superficie calma, bucolica e tranquilla. Il meglio è dentro o sotto, in strati e dimensioni surrealiste estranee a qualsiasi tempo o luogo.
Lì, in mezzo a sogni o incubi indecifrabili, quasi astratti e fuori da ogni logica, regnano il mostruoso, il mistero, l’inquietudine, l’oscurità, la punizione (spesso autoinflitta) e il dolore. Poi, il viaggio di ritorno alla realtà di solito porta a una chiusura simile a un lieto fine, ma i protagonisti non potranno mai liberarsi completamente dell’esperienza di aver attraversato un potente e strano disagio.
“Ho imparato che appena sotto la superficie c’è un altro mondo e che più scavi, più mondi diversi appaiono. Lo sapevo da bambino, ma non avevo trovato le prove. Era solo una sensazione. C’è qualcosa di bello nel cielo azzurro e nei fiori, ma un’altra forza – un dolore selvaggio, un deterioramento – lo accompagna”, dice in una delle undici interviste raccolte nel libro Lynch by Lynch, basato su alcuni dei suoi ricordi d’infanzia.
Il “Lyncheano”: un viaggio insondabile

Sembrava vivere in uno stato di perpetua beatitudine, nonostante si fosse sposato quattro volte e avesse realizzato film che coinvolgevano stupri e abuso di droga. Attribuiva la sua pace interiore alla Meditazione Trascendentale, che praticava due volte al giorno per decenni, promuoveva attraverso la sua Fondazione David Lynch e descriveva come un modo per potenziare la sua creatività. Ricordava spesso un periodo di sette anni in cui lavorava e mangiava ogni giorno nella catena di ristoranti Bob’s Big Boy, sedendosi alle 14 sedendosi alle 14:30 con uno shake al cioccolato per scrivere idee. “Amo le torte, amo le cose che sanno di ciliegia, di pesche, di albicocche,” ha detto in un’intervista del 2006 al Guardian. “Amo il cioccolato. Amo la normalità. Fa risaltare l’altro 90 percento.”
Nel 2018, David Lynch ricevette l’Oscar alla carriera. Mesi prima, parlando con il sito Deadline, tracciò il seguente bilancio:
“I film sono come mucche: ti danno il latte. Ma non sono obbligati a farlo. Alcuni film ti danno latte ogni giorno. E ad alcuni non piace il latte che danno. Ma mi sono divertito molto con tutte le mucche e ho imparato a non discutere mai con loro”.
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