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Home » Film » Jacob Elordi, l’attore che ha ridato un’anima al mostro più famoso del cinema

Jacob Elordi, l’attore che ha ridato un’anima al mostro più famoso del cinema

Jacob Elordi trasforma Frankenstein in un essere fragile e umano: nel film di Del Toro il mostro non spaventa, ma commuove.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana8 Novembre 2025
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Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
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C’è qualcosa di sorprendentemente umano nel modo in cui Jacob Elordi attraversa il Frankenstein di Guillermo del Toro.
Non interpreta un mostro e nemmeno un simbolo: interpreta la fragilità, quella che si rivela quando un corpo troppo grande per il mondo cerca di capire dove mettere le mani, come respirare, come farsi guardare senza paura.
Il film, che nasce dal romanzo di Mary Shelley ma se ne allontana per sensibilità e ritmo, diventa il luogo in cui questa ricerca prende forma.
Del Toro non racconta la creazione di un mostro, ma il momento in cui la creatura scopre di essere viva – e, attraverso quella scoperta, ci ricorda quanto poco conosciamo la nostra stessa umanità.

Il corpo come linguaggio della fragilità

Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)

La Creatura di Elordi non parla subito, ma comunica da subito. I suoi gesti raccontano più delle parole. Il modo in cui sfiora gli oggetti, il ritmo con cui cammina, lo sguardo esitante che cerca riconoscimento: tutto in lui parla di un mondo che osserva per la prima volta.
Del Toro, che da sempre vede nei mostri un riflesso della grazia negata, costruisce intorno a Elordi un film fatto di pause, respiri e piccoli silenzi. L’attore risponde con un’interpretazione che sembra appartenere a un’altra epoca, quasi da cinema muto. Non c’è teatralità né retorica: solo la semplicità di chi sente il peso dell’esistenza e lo traduce in movimento.

La sua fisicità, che in altri ruoli era strumento di potere o seduzione, qui diventa un atto di resa. Elordi incarna l’uomo nella sua condizione più elementare: quella di creatura che impara a sopravvivere, nonostante il dolore di essere guardata come un errore.

Due creature, un solo peccato

Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)

Victor Frankenstein, interpretato da Oscar Isaac, rappresenta l’altro polo del film. È l’uomo che vuole dominare la vita, l’intelligenza che divora l’amore. Ma la sua colpa non è creare, bensì abbandonare.
Tra lui e la Creatura si consuma un legame che va oltre la scienza e sfiora la teologia. Sono padre e figlio, artista e opera, dio e uomo. Uno teme di guardare ciò che ha generato, l’altro non può smettere di cercarlo.
Del Toro trasforma questo conflitto in un dialogo sul senso stesso dell’esistenza. Nella Creatura c’è l’eco di un’umanità che non ha mai smesso di cercare chi l’ha creata. E in Elordi, questo conflitto diventa carne e respiro: il desiderio disperato di essere amato da chi ti ha voluto, e poi dimenticato.

La rinascita dell’anima

Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)

Molti attori prima di Elordi hanno interpretato la Creatura come un simbolo del rifiuto, ma lui la trasforma in qualcosa di più sottile: la consapevolezza che anche chi è nato dal dolore può scegliere la tenerezza.
Ogni scena in cui la Creatura osserva la vita – un fiore, la luce, il volto di una donna – diventa un piccolo miracolo di vulnerabilità. Del Toro, fedele al suo sguardo umanista, filma l’orrore come possibilità di bellezza. E in questa tensione Elordi trova il suo apice.

Nel suo silenzio non c’è rabbia, ma comprensione. Nella sua ribellione finale non c’è odio, ma sete di verità. È la metamorfosi di un’anima che impara a dire “io sono” e, nel farlo, ci costringe a chiederci cosa significhi davvero esserlo.

L’uomo dietro il mostro

Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)

In un panorama cinematografico dominato da interpretazioni eccessive, Elordi sceglie la misura. Il suo lavoro in Frankenstein non è mai urlato, ma profondamente fisico. Tutto avviene nei dettagli: nella postura, nello sguardo, nella voce che vibra come se ogni parola fosse un dono.
È una performance che restituisce al mito un cuore umano, una tragedia interiore che sostituisce la paura con la pietà. Del Toro trova in lui il volto ideale del suo cinema: un artista che attraversa la deformità per scoprire la grazia.

Frankenstein diventa così non solo una storia di creazione, ma di riconoscimento. È la parabola di un essere che smette di chiedersi perché è stato fatto e inizia a capire che esistere, anche nel dolore, è di per sé un atto di bellezza.

La nascita di un nuovo mito

Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)

Con questa interpretazione, Jacob Elordi entra in una nuova fase della sua carriera. Abbandona la maschera del sex symbol e si trasforma in qualcosa di più raro: un attore capace di incarnare la purezza senza sentimentalismo, la sofferenza senza autocompiacimento.
La sua Creatura non è l’ombra di un dio, ma il tentativo di essere uomo. È la memoria di tutto ciò che abbiamo perso quando abbiamo smesso di guardare il diverso con compassione.

Nel cinema di Guillermo del Toro, i mostri sono sempre stati specchi. Ma questa volta, lo specchio riflette qualcosa che ci riguarda più da vicino. Perché nella Creatura di Elordi non vediamo l’altro: vediamo noi stessi. E, per un istante, torniamo a credere che anche la bellezza possa nascere dalla ferita.

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