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Home » Film » L’horror è il genere perfetto per gli Oscar: Il problema è che continuiamo a trattarlo come un’eccezione

L’horror è il genere perfetto per gli Oscar: Il problema è che continuiamo a trattarlo come un’eccezione

L’horror racconta il presente meglio di ogni genere: ecco perché meriterebbe gli Oscar, ma continua a essere sottovalutato.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana18 Marzo 2026
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Amy Madigan è zia Gladys in Weapons
Amy Madigan è zia Gladys in Weapons
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C’è un equivoco che continua a condizionare il modo in cui guardiamo l’horror: l’idea che sia un genere costruito solo per spaventare. In realtà, la paura è esattamente ciò che lo rende uno degli strumenti più precisi per raccontare una società. L’horror funziona perché prende ansie reali e le trasforma in immagini, in corpi, in relazioni. Non inventa semplicemente mostri: dà forma a ciò che una cultura teme, rimuove o non riesce a nominare.

La sua materia prima non è il soprannaturale, ma il rapporto tra individuo e contesto. Per questo l’horror cambia continuamente insieme al mondo: cambiano le forme, ma non la funzione. Ogni epoca produce il suo immaginario perturbante, e quel perturbante dice molto più della società che lo genera che del “genere” in sé.

Le paure dell’horror sono paure sociali, non solo individuali

Una scena de I peccatori (fonte: Warner)
Una scena de I peccatori (fonte: Warner)

Quando diciamo che l’horror parla delle nostre paure, non stiamo parlando solo di qualcosa di intimo o psicologico. Stiamo parlando di paure che nascono da come viviamo insieme. Il corpo, la famiglia, la casa, l’identità: nell’horror non sono mai elementi neutri, ma spazi attraversati da tensioni sociali.

Il corpo è controllo, esposizione, vulnerabilità. La famiglia è trasmissione di trauma, gerarchia, repressione. La casa è protezione che può trasformarsi in prigione. L’horror prende queste strutture e le spinge al limite, rendendo visibile ciò che spesso resta implicito. È un genere che non si limita a raccontare l’esperienza individuale, ma mostra come quell’esperienza sia sempre costruita dentro sistemi più ampi.

Il punto di vista conta: paura e identità non sono universali

Scappa - Get out, una scena del film (fonte: Universal Pictures)
Scappa – Get out, una scena del film (fonte: Universal Pictures)

Uno degli aspetti più potenti dell’horror è che le sue paure non sono mai davvero universali. Cambiano a seconda di chi sei, di come sei guardato, della posizione che occupi nella società. Per questo il genere riesce a raccontare in modo così diretto cosa significa appartenere a una categoria.

Per una donna, il corpo nell’horror è spesso il luogo di controllo, desiderio, violenza, trasformazione. Per chi è marginalizzato, il mostruoso può coincidere con lo sguardo sociale che definisce, esclude, stigmatizza. In molti casi, il vero “mostro” non è ciò che appare sullo schermo, ma il sistema che produce quella paura.

L’horror rende visibili questi meccanismi proprio perché lavora con l’estremo. Dove altri generi tendono ad attenuare, spiegare o rendere più digeribile, l’horror radicalizza. Porta tutto in superficie, senza filtri.

Il corpo femminile e il mostruoso: quando il genere diventa politico

Una scena di The Substance
Una scena di The Substance (fonte: Mubi)

Uno dei terreni in cui questo è più evidente è la rappresentazione del femminile. L’horror ha sempre usato il corpo della donna come spazio simbolico, ma proprio per questo è diventato anche uno dei luoghi più interessanti in cui osservare come cambiano le paure culturali.

Sessualità, maternità, autonomia, desiderio, rabbia: tutto ciò che una società fatica a controllare o accettare spesso riemerge sotto forma di mostruoso. Il punto non è semplicemente “rappresentare” queste paure, ma farle sentire. L’horror non ti dice cosa è problematico: ti costringe a provarlo.

Ed è qui che diventa profondamente politico. Non perché faccia discorsi espliciti, ma perché mette lo spettatore dentro le conseguenze di quei discorsi.

Se gli Oscar premiano il presente, l’horror dovrebbe essere centrale

Demi Moore in The Substance
Demi Moore in The Substance – fonte: Mubi

Gli Oscar si presentano come il luogo che celebra il cinema capace di definire un’epoca. Ma pochi generi sono così legati al presente quanto l’horror. Perché non consola, non semplifica, non abbellisce: prende le tensioni contemporanee e le rende impossibili da ignorare.

Eppure, quando lo fa, viene ancora trattato come un’eccezione. L’horror entra nel discorso degli Oscar solo quando diventa impossibile da ignorare, non quando semplicemente fa quello che il cinema dovrebbe fare: raccontare il suo tempo.

Il problema non è il genere, è la percezione

Florence Pugh eletta Regina di Maggio in Midsommar
Florence Pugh è la Regina di Maggio in Midsommar.

Qui sta il nodo. Quando un dramma parla di dolore, viene letto come profondità. Quando un horror fa lo stesso lavoro, viene spesso ridotto a “genere”. È una gerarchia implicita che ha poco a che fare con la qualità e molto con il modo in cui siamo abituati a classificare il cinema.

Eppure l’horror, proprio perché lavora con il simbolo, con il corpo, con l’immagine estrema, riesce spesso a essere più diretto, più radicale, più incisivo. Solo che non chiede legittimazione. E quindi, troppo spesso, non la riceve.

Le performance ignorate: quando il riconoscimento arriva dal posto “sbagliato”

Una scena di The Witch (fonte: Universal Pictures)
Una scena di The Witch (fonte: Universal Pictures)

È in questo contesto che diventano emblematici alcuni casi recenti. Toni Collette in Hereditary costruisce una performance devastante, fisica, emotivamente incontrollabile, che attraversa il lutto e la disintegrazione familiare in modo quasi insostenibile. Florence Pugh in Midsommar lavora su una trasformazione complessa, che parte dal trauma e arriva a una forma disturbante di liberazione. Anya Taylor-Joy in The Witch costruisce un personaggio contenuto e magnetico, che cresce fino a diventare simbolo.

Sono interpretazioni che, in altri contesti, sarebbero entrate con più forza nella conversazione degli Oscar. Ma arrivano dall’horror. E questo, ancora oggi, cambia il modo in cui vengono percepite.

L’horror non è il problema. È come lo guardiamo

Una scena di Weapons (Fonte: Warner Bros.)
Una scena di Weapons (Fonte: Warner Bros.)

L’horror non è un genere minore. È uno dei pochi che continua a rischiare davvero, perché lavora su ciò che mette a disagio. E spesso il cinema che racconta meglio chi siamo non è quello che ci rassicura, ma quello che ci espone.

Finché continueremo a sorprenderci quando un horror viene riconosciuto, il problema non sarà il genere. Sarà lo sguardo con cui lo giudichiamo. E gli Oscar, di conseguenza, continueranno ad arrivare sempre un passo dopo.

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