Mentre Hollywood si prepara a sbarcare al Festival di Cannes, l’annuncio di Donald Trump su dazi del 100% contro i film stranieri continua a scuotere l’industria. A rivelare il dietro le quinte della proposta sono i produttori Steven Paul e Scott Karol, autori, insieme a Jon Voight, del piano preliminare.

I due, intervistati da Variety dopo un fine settimana a Mar-a-Lago con l’ex presidente, chiariscono motivazioni, limiti e fraintendimenti di un piano che ha acceso un infuocato dibattito internazionale.
Paul ha raccontato che lui e Karol hanno trascorso “un bel po’ di tempo a Mar-a-Lago, sabato e domenica [3-4 maggio, ndr]” per discutere con Trump idee su come rilanciare l’industria dell’intrattenimento americana.
Il risultato?
“Il presidente ama il mondo dell’intrattenimento e vuole vederlo in salute — non vuole danneggiare il settore. Vuole che gli americani lavorino qui e che Hollywood torni più grande e migliore”
Nonostante il documento da loro presentato fosse lungo cinque pagine e ricco di proposte, ciò che ha colpito Trump è stata, alla fine, un’unica idea: i dazi. Karol ha chiarito che la proposta tariffaria non è però centrale nel piano:
“L’idea è quella di creare un sistema di incentivi federali per motivare gli investimenti nelle produzioni domestiche. Ma se l’unico messaggio che passa sono i dazi, si rischia di ottenere l’effetto opposto.”
“Penso che, se si trattasse solo di una tariffa generica applicata ai film, questo potrebbe finire per danneggiare l’industria invece che aiutarla. Quindi spero davvero che non sia quella la conclusione finale a cui si arriva. Pensiamo di introdurre incentivi fiscali a livello federale e altri strumenti fiscali per motivare le persone a investire denaro nei film e far partire produzioni qui negli Stati Uniti.”
Karol ha poi spiegato che la logica del documento non è punitiva, ma competitiva
“Ogni produttore, ogni dirigente di studio e ogni responsabile di piattaforma streaming con cui abbiamo parlato ci ha detto la stessa cosa: se tutti i fattori sono anche solo vagamente comparabili, sceglieremmo sempre di girare negli Stati Uniti. Non credo che abbiamo già dei dettagli precisi su come funzionerebbe una cosa del genere. Ma l’idea di base è questa: se stai girando un film qui negli Stati Uniti — per produrre film qui e assumere lavoratori americani — allora ci dovrebbe essere un vantaggio. I dettagli specifici ovviamente andrebbero ancora definiti.”

“Vorrei solo aggiungere che la cosiddetta “verifica culturale” britannica in realtà non è affatto una verifica culturale. Se la guardi bene, si basa su criteri come “girato in lingua inglese”, “con cast e troupe britannici”, “ambientato nel Regno Unito”. In realtà è un sistema a punti, come quello che usano molte giurisdizioni straniere per offrire incentivi. Non si concentra tanto sulla cultura, quanto su elementi legati al paese d’origine.”
Entrambi i produttori hanno ammesso di aver lavorato spesso all’estero, proprio a causa degli squilibri nei costi di produzione. “Siamo stati costretti a farlo”, ha detto Paul. “A volte è l’unico modo per far partire un film. Anche se vorremmo girare qui, i numeri non tornano. E quindi adattiamo i progetti per poterli finanziare in paesi dove ci sono incentivi”. Karol ha aggiunto: “Questo non vale solo per noi indipendenti. Se hai un film da 100 milioni di dollari, una differenza di 15 o 20 milioni nei costi può significare successo o fallimento”.
“Non vogliamo creare una corsa al ribasso con i crediti d’imposta. Se riusciamo a costruire una struttura che abbassi il costo netto per i registi e renda davvero fattibile girare in America — soprattutto quando si tratta di film ambientati negli Stati Uniti, con argomenti americani, cast e troupe per lo più americani — allora va bene. Ma se poi quei film vengono comunque girati all’estero solo perché lì offrono un piccolo incentivo in più, allora pensiamo che dovrebbe esserci una penalizzazione per questa scelta.”

Paul e Karol hanno ribadito che il testo trapelato — e diffuso da Deadline — non rappresenta una proposta ufficiale. “Si tratta solo un documento di lavoro, con idee da discutere, alcune più sviluppate, altre meno. Alcune si contraddicono persino”, ha detto Paul. “Non è pensato per essere definitivo”.
L’annuncio del dazio ha provocato una reazione durissima da parte del governatore della California Gavin Newsom, che ha invitato Trump a collaborare su un piano federale da 7,5 miliardi di dollari in incentivi. Trump ha risposto accusando Newsom di “incompetenza” per aver lasciato fuggire i posti di lavoro da Hollywood.
Paul ha evitato di replicare direttamente: “Non voglio farlo arrabbiare… sto cercando di accedere a dei crediti fiscali in California proprio in questo momento”, ha ammesso con ironia. Più positivi i rapporti con la sindaca di Los Angeles, Karen Bass: “Abbiamo pranzato con lei, è stata molto disponibile e vuole davvero aiutare l’industria”.
Al momento, la situazione resta confusa. Il solo fatto che Trump abbia scelto di annunciare dazi in un momento così delicato ha acceso un dibattito che coinvolge produttori, sindacati e istituzioni. “Tutte le opzioni sono sul tavolo”, ha detto Paul. “Ma nulla è ancora deciso”.
Ricordiamo che attualmente è in lavorazione un altro biopic su Trump.
