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Home » Film » News cinema e film » Il sindacato degli attori USA si oppone alla vendita di Warner Bros: “Sarebbe un disastro”

Il sindacato degli attori USA si oppone alla vendita di Warner Bros: “Sarebbe un disastro”

La WGA denuncia che l’ondata di concentrazioni aziendali nel mondo dell’intrattenimento continua a danneggiare i lavoratori e a minare il principio di concorrenza.
Simone FrigerioDi Simone Frigerio24 Ottobre 2025
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Logo di Warner Bros
Logo di Warner Bros - fonte Depositphoto
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La Writers’ Guild of America, che rappresenta gli sceneggiatori dell’industria cinetelevisiva statunitense e il personale delle redazioni giornalistiche americane, ha espresso una netta opposizione al possibile accordo di fusione tra Paramount Skydance e Warner Bros. Discovery, due tra i maggiori colossi dell’intrattenimento globale. In un comunicato congiunto diffuso dalle sezioni East e West del sindacato, la WGA ha annunciato l’intenzione di “bloccare la fusione”, spiegando che l’operazione “sarebbe un disastro” per il settore in molteplici aspetti.

Secondo la WGA, come riporta Deadline, le ripetute fusioni e acquisizioni nell’industria dei media hanno avuto conseguenze devastanti: hanno penalizzato i lavoratori, ridotto la concorrenza, limitato la libertà di parola e bruciato centinaia di miliardi di dollari che avrebbero potuto essere investiti in crescita organica. Per questo motivo, il sindacato ha ribadito la propria volontà di collaborare con gli organismi di regolamentazione federale per impedire ulteriori concentrazioni di potere tra le grandi aziende del settore.

La polemica nasce in un momento delicato per Warner Bros. Discovery, che ha appunto appena confermato di essere “in vendita”, avviando un processo di interna revisione strategica dei propri asset, dopo aver ricevuto “manifestazioni d’interesse non sollecitate” da più parti. Paramount Skydance — guidata da David Ellison — si è imposta come principale pretendente, ma il consiglio di amministrazione di Warner Bros. Discovery ha già respinto ben tre offerte, la più recente da 24 dollari per azione, superiore alla proposta iniziale di 20 dollari avanzata solo pochi giorni prima.

La fusione proposta rappresenterebbe una delle operazioni di conglomerazione più imponenti nella storia recente di Hollywood: unirebbe due grandi studi cinematografici e le rispettive piattaforme di streaming, HBO Max e Paramount+, oltre a una vasta rete di canali televisivi come CBS, MTV, HBO e CNN. Warner Bros. Discovery detiene inoltre alcuni dei franchise più redditizi del mondo, tra cui Barbie, DC Comics e Harry Potter, oltre a emittenti di informazione come TBS e TNT.

La differenza di dimensioni tra le due aziende rende tuttavia il negoziato complesso: Paramount Skydance, con una capitalizzazione di circa 18 miliardi di dollari, è sensibilmente più piccola di Warner Bros. Discovery, che ne vale circa 52. Ciononostante, la prospettiva di un’aggregazione tra i due gruppi solleva serie preoccupazioni per la libertà creativa e per la sopravvivenza di una sana competizione nel mercato audiovisivo.

Da notare come Paramount non sarebbe appunto l’unica holding interessata all’acquisto di Warner: secondo quanto riporta CNBC, infatti, anche colossi come Apple e Netflix sarebbero pronti ad avanzare offerte: di recente, in una mossa pubblica che sa di strategica smentita, il CEO della grande N, Ted Sarandos si era detto non interessato all’acquisizione di grandi network media (Variety)

 

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Una furba postilla linguistica che lascerebbe intendere come l’azienda voglia forse approfittare proprio di quella divisione delle risorse interne di Warner cui accennavamo sopra: entro la primaverà 2026, infatti, dovrebbe completarsi la scissione del gruppo WB Discovery in due entità commerciali separate; una comprendente il settore cinema e streaming, l’altra ‘dedicato’ alla sfera televisiva, legata ai canali lineari sopracitati

Ad ogni modo, Il messaggio della WGA è chiaro: il futuro della creatività e della concorrenza non può essere sacrificato sull’altare delle economie di scala e delle strategie finanziarie. Dietro la difesa della “libertà d’espressione” si cela, in fondo, la volontà di proteggere la possibilità per gli sceneggiatori di continuare a raccontare storie in un’industria che rischia di diventare sempre più uniforme e controllata da pochi grandi conglomerati.

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