Il film: Orphan (2025) Regia: László Nemes
Genere: Drammatico, Storico, Psicologico Cast: Bojtorján Barábas, Andrea Waskovics, Grégory Gadebois, Elíz Szabó, Sándor Soma, Marcin Czarnik
Durata: 132 minuti
Dove l’abbiamo visto: Proiezione stampa alla Mostra del Cinema di Venezia (versione originale sottotitolata)
Trama: Budapest, 1957. Dopo la rivolta contro il regime comunista, il mondo di Andor, un ragazzino ebreo cresciuto da una madre giovane e fragile, viene sconvolto dall’arrivo di un uomo brutale che afferma di essere il suo vero padre. Intrappolato tra verità e menzogne, Andor dovrà fare i conti con le proprie radici e con un destino che sembra ripetere gli errori e la violenza del passato.
A chi è consigliato? Orphan è ideale per chi ama il cinema d’autore che esplora le ferite della Storia con uno sguardo intimo e potente. Consigliato a chi ha apprezzato Il figlio di Saul o Tramonto, e a chi cerca storie che uniscono memoria, identità e introspezione. Da evitare se si preferiscono narrazioni rapide o prive di ambiguità: qui i tempi lenti e il linguaggio simbolico richiedono attenzione e pazienza.
Dopo Il figlio di Saul e Tramonto, László Nemes torna alla Mostra del Cinema di Venezia con Orphan, un’opera che conferma la sua ossessione per i fantasmi della Storia e per il modo in cui essi plasmano le generazioni successive. Ambientato nella Budapest del 1957, a pochi mesi dalla rivolta soffocata nel sangue dal regime comunista, il film intreccia il destino di un bambino ebreo con quello di un Paese ancora schiacciato dal terrore e dalla censura, offrendo un ritratto intimo ma al tempo stesso universale di come il passato possa diventare una prigione.
Un bambino intrappolato tra verità e bugie

Al centro della storia c’è Andor Hirsh, interpretato con intensità sorprendente dal giovane Bojtorján Barábas. Orfano di padre – un uomo che il giovane idolatra senza averlo mai conosciuto – Andor cresce tra le mura soffocanti di un palazzo fatiscente, dove l’enorme caldaia del seminterrato diventa una sorta surrogato della figura paterna, una presenza silenziosa a cui confidare paure e speranze. Quando un uomo brutale (Grégory Gadebois) si presenta dichiarando di essere il suo vero padre, il fragile equilibrio emotivo del bambino crolla, trascinandolo in una spirale di rabbia, violenza e disillusione.
Il destino come trappola
Nemes utilizza il formato in 4:3 per schiacciare i personaggi all’interno dell’inquadratura, creando un senso di oppressione costante. È un mondo che non offre vie di fuga, un microcosmo in cui il male sembra ripetersi in modo ciclico, eredità ineludibile dei padri sui figli. In questo senso, Orphan diventa un film sulla trappola del destino: quella di una generazione segnata da colpe non proprie, costretta a confrontarsi con un’eredità di violenza e paura.
Più che un racconto storico, Orphan è un film sulla ricerca di sé. Il piccolo Andor non lotta solo per capire chi sia davvero suo padre, ma per trovare un posto nel mondo, un senso di appartenenza che possa salvarlo dal caos interiore. È in questa dimensione intima che il film tocca le sue corde più profonde, interrogandosi su come la memoria e le radici siano fondamentali per costruire la propria identità, anche quando fanno male.
Un linguaggio potente ma a tratti didascalico
In Orphan, Nemes mette da parte i lunghissimi piani sequenza che avevano caratterizzato i suoi primi film per abbracciare una narrazione più convenzionale, ma comunque capace di coinvolgere. Il suo sguardo rimane ipnotico e immersivo, affidandosi all’espressività magnetica del giovane Bojtorján Barábas e della madre, interpretata con intensità da Andrea Waskovics. Pur rinunciando a certe sperimentazioni formali, il regista mantiene un linguaggio visivo immersivo, in cui una magistrale una gestione dello spazio che amplifica l’angoscia e la sensazione di claustrofobia.
Tuttavia, in alcuni momenti l’autore cade nella trappola delle proprie ambizioni: i tempi narrativi si dilatano eccessivamente, e il sottotesto diventa fin troppo esplicito, lasciando poco spazio all’interpretazione dello spettatore. È un peccato, perché l’idea alla base del film – esplorare la ciclicità del male attraverso lo sguardo di un bambino – avrebbe potuto guadagnare in forza con una scrittura più asciutta.
Un’esperienza emotiva disturbante
Nonostante i suoi difetti, Orphan rimane un’esperienza cinematografica potente, che cattura lo spettatore in una spirale emotiva disturbante. La fotografia di Mátyás Erdély, fredda e claustrofobica, dialoga perfettamente con la colonna sonora rarefatta dei fratelli Galperine, mentre il lavoro sul suono di Tamás Zányi contribuisce a far percepire il mondo di Andor come un campo minato di rumori minacciosi. È un film che si guarda con disagio, ma che proprio in quel disagio trova la sua forza.
Orphan è un film imperfetto ma interessante, un’opera che continua a scavare nel cuore oscuro dell’Europa e nel trauma collettivo di un secolo segnato da guerre, genocidi e dittature. László Nemes firma un racconto sull’impossibilità di sfuggire al proprio passato, ma anche sulla fragile speranza di chi, pur intrappolato, cerca (in questo caso purtroppo senza riuscirci) di riscrivere il proprio destino. Non tutto funziona, ma quando Orphan colpisce nel segno, lo fa con una forza che pochi registi contemporanei sanno eguagliare.
La recensione in breve
Con Orphan, László Nemes abbandona i virtuosismi dei suoi primi film per un linguaggio più lineare, ma sempre immersivo ed emotivamente potente. Attraverso lo sguardo di Andor, un bambino intrappolato tra bugie familiari e le ombre del passato, il film esplora il peso delle radici e la ciclicità del male, mettendo in scena un racconto intimo e disturbante sul destino e sull’identità. Nonostante qualche eccesso di didascalismo e tempi narrativi talvolta troppo dilatati, Orphan resta un’esperienza cinematografica intensa e profondamente coinvolgente.
Pro
- Regia immersiva e visivamente potente
- Interpretazione magnetica di Bojtorján Barábas e grande intensità di Andrea Waskovics
- Fotografia claustrofobica e suono curato nei minimi dettagli
- Profondità tematica nel trattare memoria, identità e ciclicità della violenza
Contro
- Tempi narrativi a tratti eccessivamente dilatati
- Alcune scelte troppo didascaliche che lasciano poco spazio all’interpretazione
- Narrazione che, pur solida, rinuncia a parte dell’originalità dei primi lavori di Nemes
- Voto CinemaSerieTV
