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Home » Film » Perché il Frankenstein di del Toro non parla di mostri, ma di cosa significa essere umani

Perché il Frankenstein di del Toro non parla di mostri, ma di cosa significa essere umani

Il Frankenstein di Guillermo del Toro trasforma l’orrore in compassione: un racconto sull’umanità, non sui mostri.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana7 Novembre 2025
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Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
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Guillermo del Toro non ha mai avuto paura dei mostri. Fin dal suo esordio, li ha trattati come esseri tragici, dotati di sensibilità e dignità, più umani dei loro carnefici. In Il labirinto del fauno erano vittime di un regime che disumanizza; ne La forma dell’acqua diventavano metafora dell’amore puro che sopravvive alla violenza del mondo.

Con Frankenstein, il regista messicano porta a compimento la sua poetica: il mostro non è un simbolo di paura, ma una finestra sull’anima. È l’umanità, con le sue ossessioni e il suo bisogno di dominio, a incarnare il vero orrore.

Un romanzo d’orrore che diventa una parabola morale

Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)

Nella visione di del Toro, Frankenstein non è un racconto gotico, ma un dramma etico. Il regista riscrive la storia di Mary Shelley spogliandola della retorica scientifica e riportandola al suo nucleo più intimo: il rapporto tra creatore e creatura, tra genitore e figlio, tra dio e uomo.
Victor Frankenstein (Oscar Isaac) non è uno scienziato pazzo, ma un artista accecato dal proprio orgoglio. Crea la vita, ma non accetta di riconoscerla. È un dio che abbandona la propria opera al primo segno di imperfezione, e in questo gesto si consuma il peccato originale della storia.

Del Toro non si interessa alla paura della morte, bensì alla responsabilità della vita. La sua regia lenta e contemplativa, i lunghi silenzi, la luce calda che avvolge la carne della Creatura: tutto serve a costruire un film che non vuole spaventare, ma far riflettere. È un’opera sulla colpa e sulla redenzione, sull’empatia come atto politico.

La Creatura come specchio della nostra vulnerabilità

Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)

La Creatura (Jacob Elordi) è il cuore pulsante del film. Non è un mostro cucito male, ma un essere innocente gettato in un mondo incapace di amarlo. Impara a parlare, a muoversi, a osservare. E in quel processo doloroso di apprendimento rispecchia la nascita della coscienza.
Del Toro costruisce per lui una dimensione spirituale: la Creatura diventa il simbolo di tutto ciò che l’umanità rifiuta di vedere. È il diverso, il fragile, l’emarginato. Ma anche il poeta, l’artista, l’uomo che sente troppo.

Ogni inquadratura ne restituisce la grazia spezzata. La macchina da presa non lo mostra come un oggetto di paura, ma come un soggetto di pietà. È una figura che incarna la domanda più antica del cinema di del Toro: “Cosa ci rende davvero umani?”.

La colpa di Dio e la responsabilità dell’uomo

Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)

L’aspetto più affascinante di Frankenstein è il modo in cui del Toro intreccia religione e filosofia. Il film è intriso di simbologie cattoliche: la creazione come atto d’amore e insieme di superbia, il rifiuto come peccato, la possibilità del perdono come unica salvezza.
Il regista non condanna il desiderio di creare, ma la paura di amare ciò che si è creato. E in questo senso, Frankenstein diventa anche una riflessione sull’arte stessa. Ogni artista è un Victor Frankenstein: costruisce forme di vita e poi le abbandona, incapace di accettare il loro volto imperfetto.

La Creatura, invece, rappresenta la purezza del sentire, la meraviglia dell’imperfezione. È la parte del mondo che continua a cercare la bellezza, anche quando tutto la respinge. In questo sguardo, del Toro firma il suo film più intimo: una confessione sulla difficoltà di restare buoni in un mondo che teme la bontà.

Il mostro siamo noi

Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)
Frankenstein, una scena (fonte: Netflix)

Alla fine, Frankenstein non parla di scienza né di orrore, ma di empatia. Del Toro usa l’immaginario gotico per raccontare un dramma umano, e lo fa con una sincerità che pochi autori contemporanei riescono a permettersi.
Il suo film non chiede di avere paura, ma di provare compassione. Non vuole spaventare lo spettatore, ma costringerlo a guardarsi dentro.
E così, nella figura della Creatura che cammina verso la luce, del Toro ci mostra il vero orrore: non la deformità, ma la crudeltà di chi rifiuta di amare.

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