Il nuovo trailer di Cime tempestose ha riacceso il dibattito attorno a uno dei progetti più discussi degli ultimi anni. Non si tratta di una polemica nata oggi: fin dalle primissime foto circolate dal set, il film di Emerald Fennell aveva attirato critiche e diffidenze. L’atmosfera sensuale, i colori saturi, le inquadrature ravvicinate e la forte fisicità dei personaggi – elementi lontani dalla tradizione filmica del romanzo – avevano già messo in allarme una parte consistente del pubblico. Con l’arrivo del primo trailer il fronte si era diviso ancora di più, e il nuovo materiale non ha fatto altro che riaccendere tensioni che non si erano mai realmente sopite. Ma perché questo progetto divide così tanto, e soprattutto: è davvero un male?
Le polemiche non nascono dal trailer, ma da un immaginario cristallizzato

Il punto di partenza è semplice: Cime tempestose non è mai stato un romanzo facile da adattare. Eppure, paradossalmente, il pubblico pensa di conoscerlo alla perfezione. Il motivo è storico: decenni di trasposizioni cinematografiche e televisive – quasi tutte improntate a un romanticismo più morbido del testo originale – hanno finito per trasformare la storia di Heathcliff e Catherine in qualcosa che Emily Brontë non aveva mai scritto. L’immagine dominante è quella di un amore tormentato ma nobile, ambientato in brughiere malinconiche e dominato da un’estetica convenzionale da “classico ottocentesco”. Questo immaginario non appartiene al romanzo, ma al cinema che lo ha assorbito, smussato e trasformato.
In questo senso, le prime immagini del film di Fennell sono sembrate un attacco a quell’immagine collettiva. Non perché fossero irrispettose verso Brontë, ma perché erano irrispettose verso ciò che il pubblico crede che Brontë abbia scritto. È la difesa di un ricordo, non dell’opera originale.
Un romanzo feroce travestito da storia d’amore

Il problema di fondo è che Cime tempestose non è un testo romantico. È un romanzo selvaggio, irrazionale, pieno di rancore, ossessione, vendetta e autodistruzione. È un racconto in cui l’amore non è mai liberazione, ma dannazione; in cui i protagonisti non cercano la felicità, ma si aggrappano l’uno all’altra in un legame che consuma e divora. Heathcliff non è mai stato un eroe tragico, né Catherine una figura idealizzata: sono due individui incapaci di amare in modo sano, accecati da passioni che non hanno nulla di poetico.
Molti adattamenti hanno però attenuato tutto questo, preferendo una storia d’amore dolorosa ma comunque riconoscibile. Hanno tolto il fango, la crudeltà, la violenza emotiva, e hanno lasciato solo una tragedia romantica. Il nuovo film di Fennell, forse, restituisce ciò che era stato tolto.
La reazione al trailer: irritazione, sorpresa e paura del diverso

Le critiche emerse online non riguardano tanto la storia, quanto il tono. Una parte del pubblico non accetta l’idea che Cime tempestose possa essere raccontato attraverso un linguaggio contemporaneo, sensoriale, crudo, con una forte sottolineatura del desiderio fisico. L’impressione è che tutto ciò che non si adatta allo standard “in costume” venga percepito come un tradimento. Alcuni spettatori parlano di eccessiva erotizzazione, altri criticano l’apparente modernità dell’estetica, altri ancora trovano la scelta di Jacob Elordi poco coerente con l’immagine mentale che hanno di Heathcliff.
Tutte queste reazioni, però, sembrano ignorare un elemento cruciale.
La dicitura che cambia tutto: “ispirato a ‘Cime tempestose’”

In entrambi i trailer compare chiaramente la frase “Ispirato a ‘Cime tempestose’”, e il titolo è riportato tra virgolette. È un dettaglio fondamentale. Non si tratta di un adattamento fedele, né pretende di esserlo. Non promette una trasposizione letterale del romanzo né la sua ricostruzione filologica. È un’opera che prende il testo di Brontë come punto di partenza, e non come griglia da rispettare.
La produzione, fin dall’inizio, ha comunicato onestamente la natura del progetto. A sorprendere, allora, non dovrebbe essere la libertà creativa di Fennell, ma il fatto che molti continuino a giudicare il film come se avesse promesso qualcosa che non ha mai voluto offrire.
Il cinema di Emerald Fennell e la coerenza di un’estetica personale

Emerald Fennell non ha mai realizzato film “tranquilli”. La sua poetica è costruita su desideri, tensioni, potere, sensualità e contraddizioni. In Promising Young Woman raccontava la vendetta attraverso una femminilità appariscente e disturbante; in Saltburn esplorava il desiderio, la manipolazione e l’ossessione con un linguaggio estremamente corporeo. Il suo cinema non è mai metaforico in senso accademico: è carnale, visivo, emotivo, volutamente estremo.
Il suo Cime tempestose non è un tradimento: è perfettamente coerente con ciò che Fennell fa da sempre. È il contrario che sarebbe stato incoerente. Pretendere da lei un adattamento in costume tradizionale sarebbe come chiedere a Xavier Dolan di girare un film disinfettato da ogni tensione, o a Baz Luhrmann di rinunciare alla sua estetica barocca.
La fedeltà non è un valore assoluto: gli adattamenti infedeli che hanno fatto la storia

È utile ricordare che la storia del cinema è ricca di opere che si sono allontanate moltissimo dalle fonti letterarie e sono diventate capolavori. Apocalypse Now ha trasformato Conrad in un viaggio psichedelico nell’inferno della guerra. Shining ha preso un romanzo di Stephen King e lo ha riscritto, generando uno dei film più influenti del Novecento. Blade Runner ha quasi completamente abbandonato la trama di Philip K. Dick per creare un immaginario visivo unico nella storia della fantascienza.
Nessuna di queste opere è stata amata perché fedele. Sono state amate perché vive, perché personali, perché dotate di una visione. E una visione, nel cinema, vale più della fedeltà.
Cosa potrebbe davvero offrire questo nuovo adattamento

Nonostante le polemiche, ci sono diversi indizi che suggeriscono che il film di Fennell possa sorprendere. Margot Robbie e Jacob Elordi sembrano avere un’intesa magnetica, evidente anche solo dalle brevi sequenze mostrate. Le brughiere, spesso rappresentate come luoghi romantici e malinconici, qui appaiono selvagge e ostili, in sintonia con la carica emotiva della storia. La fotografia non tende alla nostalgia, ma all’energia; non cerca di rassicurare, ma di destabilizzare.
L’impressione è che Fennell non voglia semplicemente raccontare Cime tempestose, ma farlo sentire. Vuole che lo spettatore avverta la stessa irrazionalità, lo stesso disordine emotivo, la stessa violenza sentimentale che animano il romanzo. Vuole far respirare il testo, non imbalsamarlo.
Perché stiamo giudicando un film che non abbiamo ancora visto?

Il punto più delicato dell’intera discussione è forse questo: il film non esiste ancora, non nella sua forma completa. Stiamo giudicando intenzioni, suggestioni, scelte estetiche, persino intuizioni. È un fenomeno tipico dell’epoca dei social: un’opera può essere santificata o condannata prima ancora di nascere.
Ma forse il vero timore non è che il film tradisca Brontë. Forse il timore è che ci costringa a guardare Cime tempestose per ciò che è realmente: un testo scomodo, disturbante, sgradevole, tutto fuorché romantico nel senso più convenzionale.
E se questa fosse davvero la versione di cui non sapevamo di avere bisogno?

Il nuovo Cime tempestose potrebbe non piacere a chi cerca rassicurazioni. Potrebbe risultare troppo intenso, troppo carnale, troppo distante dalla tradizione. Ma potrebbe essere proprio questo lo spirito autentico dell’opera originale.
Prima di condannarlo, forse dovremmo lasciare spazio alla possibilità che Emerald Fennell abbia scelto un approccio coraggioso, scomodo, rischioso – e forse necessario.
In un panorama cinematografico sempre più uniforme, un film che divide così profondamente ancora prima della sua uscita è un film che, almeno, ha qualcosa da dire. E a volte, è proprio da questi film che nascono le opere più memorabili.
