Gli Oscar sono spesso raccontati come il momento in cui Hollywood premia il meglio del cinema dell’anno. In realtà la cerimonia rappresenta soltanto la conclusione di una lunga stagione fatta di festival, premi intermedi, proiezioni per i membri dell’Academy, interviste, campagne promozionali e narrativa mediatica.
È proprio in questo contesto che si gioca una parte decisiva della gara. La cosiddetta awards season non è soltanto una competizione artistica, ma anche una battaglia di percezioni: chi è il candidato “giusto”, quale film rappresenta meglio il momento culturale, quale campagna riesce a costruire il racconto più convincente.
Per questo motivo anche fattori apparentemente marginali possono avere un peso reale. Una dichiarazione infelice, uno scandalo improvviso o un errore strategico nella comunicazione possono cambiare la percezione di un candidato e influenzare un voto che, ricordiamolo, è segreto e spesso molto equilibrato.
Nella storia degli Academy Awards non sono pochi i casi in cui una polemica esplosa durante la campagna ha contribuito a cambiare il clima della corsa. Il dibattito nato intorno a Timothée Chalamet nel 2026 è solo l’ultimo episodio di una dinamica che Hollywood conosce bene.
Il caso Timothée Chalamet: una polemica nel momento più delicato

Durante la campagna degli Oscar 2026 Timothée Chalamet è finito al centro di una controversia dopo alcune dichiarazioni sul mondo delle arti performative. In un incontro pubblico organizzato da CNN e Variety, l’attore ha commentato la crisi che stanno vivendo cinema e teatri, paragonandola a quella di settori come balletto e opera e aggiungendo di non voler lavorare in mondi di cui “nessuno si interessa”.
La frase è stata interpretata da molti come un commento sprezzante verso due arti storiche e ha generato una reazione immediata. Artisti, commentatori e personalità televisive hanno criticato pubblicamente l’attore, accusandolo di sottovalutare discipline fondamentali della cultura.
È difficile stabilire con certezza se una polemica del genere possa davvero cambiare l’esito della gara agli Oscar. Tuttavia il dibattito dimostra quanto sia fragile l’equilibrio della stagione dei premi. Quando una corsa è aperta e i candidati sono molto vicini, anche un cambiamento nella percezione pubblica può influenzare il modo in cui gli elettori guardano ai contendenti.
La storia degli Oscar mostra che situazioni simili non sono affatto rare.
Emilia Pérez: quando uno scandalo travolge una campagna

Uno dei casi più recenti riguarda Emilia Pérez, arrivato agli Oscar 2025 come uno dei film dominanti della stagione. Il musical crime di Jacques Audiard aveva ottenuto 13 nomination, posizionandosi come uno dei grandi favoriti della cerimonia.
Poi, nelle settimane decisive della campagna, sono riemersi vecchi tweet offensivi dell’attrice protagonista Karla Sofía Gascón. I messaggi contenevano contenuti razzisti e islamofobi e hanno scatenato una tempesta mediatica immediata.
Il problema non era soltanto lo scandalo in sé, ma il modo in cui ha cambiato la narrativa della corsa. Invece di discutere delle qualità del film o delle sue possibilità agli Oscar, gran parte della conversazione pubblica si è concentrata sulla polemica. Netflix ha preso le distanze dall’attrice e la campagna promozionale ha dovuto riorientarsi in piena stagione dei premi.
È uno degli esempi più chiari di come una controversia esterna al film possa travolgere la sua candidatura, spostando l’attenzione dal merito artistico al danno reputazionale.
Zero Dark Thirty: quando il cinema diventa un caso politico

Un altro precedente spesso citato è quello di Zero Dark Thirty, il film di Kathryn Bigelow sulla caccia a Osama bin Laden.
Durante la stagione degli Oscar 2013 il film era considerato uno dei principali contendenti per il premio più importante. La situazione cambiò quando esplose una polemica sulla rappresentazione della tortura nel film. Diversi commentatori e politici accusarono la pellicola di suggerire che le tecniche di interrogatorio estremo avessero avuto un ruolo decisivo nel trovare il leader di Al-Qaeda.
La controversia crebbe rapidamente. Editoriali, lettere pubbliche e interventi politici trasformarono il film in un vero e proprio caso politico proprio mentre gli elettori dell’Academy stavano votando.
Quando un film diventa un simbolo di un dibattito ideologico, la dinamica della corsa cambia. Molti votanti preferiscono sostenere un candidato meno divisivo, e il risultato può essere una perdita di slancio per quello che fino a poche settimane prima sembrava uno dei favoriti.
Eddie Murphy e Norbit: l’autogol perfetto

Non sempre però serve uno scandalo morale o politico per complicare una candidatura. A volte basta un errore di strategia nel momento sbagliato.
Nel 2007 Eddie Murphy sembrava lanciato verso l’Oscar come miglior attore non protagonista per Dreamgirls. L’attore aveva già vinto il Golden Globe e il SAG Award, due premi spesso considerati indicatori molto affidabili per gli Oscar.
Poi, nel pieno della stagione dei premi, uscì Norbit, una commedia demenziale in cui Murphy interpretava diversi personaggi sotto pesanti protesi. Il film fu stroncato dalla critica e ricordò agli elettori il lato più commerciale e caricaturale della sua carriera.
Il contrasto con la narrativa costruita attorno a Dreamgirls — quella del grande ritorno di Murphy come interprete drammatico — fu immediato. Molti osservatori dell’industria ritengono ancora oggi che l’uscita di Norbit abbia indebolito in modo decisivo la sua candidatura.
Alla fine l’Oscar andò ad Alan Arkin per Little Miss Sunshine.
Russell Crowe: lo scandalo all’ultimo momento

Un caso ancora più emblematico riguarda Russell Crowe nel 2002. L’attore era uno dei favoriti per l’Oscar come miglior attore grazie alla sua interpretazione in A Beautiful Mind.
Pochi giorni prima della cerimonia, però, esplose una polemica legata al suo comportamento ai BAFTA. Secondo le ricostruzioni, Crowe reagì con rabbia quando scoprì che il suo discorso di ringraziamento era stato tagliato nella trasmissione televisiva della premiazione, arrivando a insultare e aggredire verbalmente il produttore responsabile.
La notizia fece rapidamente il giro del mondo e arrivò proprio mentre la votazione finale degli Oscar era in corso. Alcuni commentatori parlarono apertamente di “Oscar suicide”, suggerendo che l’episodio potesse aver compromesso la sua candidatura.
Alla fine il premio andò a Denzel Washington per Training Day.
Perché le polemiche possono davvero cambiare una corsa agli Oscar

Tutti questi casi mostrano una dinamica comune. Gli Oscar non sono un voto pubblico, ma una decisione presa da migliaia di membri dell’Academy attraverso una votazione segreta. In un sistema del genere, la percezione dei candidati può avere un peso enorme.
Quando scoppia una polemica, il problema raramente riguarda solo l’evento in sé. Ciò che cambia è la narrativa che circonda un film o un interprete. L’attenzione si sposta dal lavoro artistico allo scandalo, e il candidato rischia di diventare improvvisamente divisivo.
In una gara equilibrata, dove molti votanti devono scegliere tra opzioni molto simili, anche un piccolo cambiamento di clima può fare la differenza.
Una lezione che Hollywood conosce bene

La stagione degli Oscar è diventata negli anni una vera e propria strategia industriale. Studi e piattaforme investono milioni di dollari in campagne promozionali, proiezioni private e relazioni con la stampa proprio perché sanno quanto sia importante controllare la narrativa.
Ma per quanto pianificata possa essere una campagna, esiste sempre un elemento imprevedibile. Una dichiarazione sbagliata, uno scandalo improvviso o un errore di tempismo possono cambiare il tono della conversazione nel giro di pochi giorni.
Il caso di Timothée Chalamet dimostra quanto sia delicato questo equilibrio. Anche se è impossibile stabilire con certezza quanto una polemica possa influenzare il voto finale, la storia degli Oscar suggerisce una cosa molto chiara: a Hollywood, la corsa alla statuetta non si gioca solo nei film, ma anche nelle settimane che precedono la cerimonia.
