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Home » Film » Recensioni film » Alpha, la recensione: Lutto, sangue e sabbia nel il nuovo incubo di Julia Ducournau

Alpha, la recensione: Lutto, sangue e sabbia nel nuovo incubo di Julia Ducournau

Alpha, la recensione: un film potente e visivamente magnetico che riflette sul lutto e il trauma, ma inciampa in una narrazione caotica.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana20 Maggio 2025Aggiornato:20 Maggio 2025
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Una scena di Alpha (fonte: Kallouche Cinéma Mandarin et Compagnie)
Una scena di Alpha (fonte: Kallouche Cinéma Mandarin et Compagnie)
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Il film: Alpha, 2025. Diretto da: Julia Ducournau. Genere: Drammatico, Body Horror, Fantastico. Cast: Mélissa Boros, Tahar Rahim, Golshifteh Farahani, Emma Mackey, Finnegan Oldfield, Louai El Amrousy. Durata: 2 ore e 8 minuti. Dove l’abbiamo visto: Presentato in concorso al Festival di Cannes 2025.

Trama: In un mondo segnato da un virus misterioso che pietrifica lentamente i corpi, la tredicenne Alpha teme di aver contratto la malattia dopo un tatuaggio con un ago infetto. Mentre la madre, medico, cerca di proteggerla e curarla, il ritorno dell’amato zio tossicodipendente risveglia un passato di traumi familiari mai elaborati. In un costante alternarsi di ricordi, incubi e allucinazioni, Alpha si confronta con la malattia, la perdita e il dolore, in un viaggio di formazione immerso nell’irrealtà.

A chi è consigliato? A chi ama il cinema visionario, provocatorio e simbolico. Perfetto per chi ha apprezzato Titane e Raw. Sconsigliato a chi cerca trame lineari: Alpha è un’esperienza sensoriale intensa, ma anche disorientante, dove corpo e psiche si fondono in un incubo emotivo.


Dopo il successo internazionale di Titane e l’esordio cannibalistico di Raw, Julia Ducournau torna al Festival di Cannes con un film che ne conferma la poetica viscerale e traumatica: Alpha è un’opera densissima, che usa il corpo come superficie su cui imprimere il dolore, il lutto, la memoria.

Ma questa volta, più che esplorare una metamorfosi fisica, Ducournau sembra interessata a raccontare la trasformazione interiore di una ragazza e della sua famiglia attraverso un’epidemia surreale che pietrifica il corpo trasformando i malati in statue di marmo. Il risultato è un’esperienza potente ma faticosa, tanto seducente quanto opprimente, in cui ciò che è reale sembra sfuggire alla comprensione dello spettatore, abbandonandolo con troppe domande senza risposta.

Una malattia che somiglia al lutto

Una scena di Alpha (fonte: Kallouche Cinéma Mandarin et Compagnie)
Una scena di Alpha (fonte: Kallouche Cinéma Mandarin et Compagnie)

Nel mondo narrativo di Alpha, come dicevamo, un virus trasforma lentamente le persone in statue di marmo: tossiscono polvere, la pelle si indurisce, il corpo si irrigidisce fino al completo annientamento. È chiaramente una rielaborazione della crisi dell’AIDS (il periodo in cui la storia è ambientata sembra quello di maggiore diffusione della malattia, gli anni Ottanta e Novanta), ma anche una metafora molto più ampia e sfuggente: la malattia diventa qui il sintomo visibile di un dolore emotivo che ha radici profonde, un lutto non elaborato che si trasmette come un’eredità.

Alpha, la giovane protagonista, è portatrice (forse) di questo morbo, ma più che la malattia fisica, ciò che la devasta è la perdita passata dello zio Amin, tossicodipendente consumato e figura centrale del suo trauma infantile.

Famiglia, sangue e legami incatenanti

Una scena di Alpha (fonte: Kallouche Cinéma Mandarin et Compagnie)
Una scena di Alpha (fonte: Kallouche Cinéma Mandarin et Compagnie)

La relazione tra Alpha (Mélissa Boros), la madre medico (Golshifteh Farahani) e lo zio Amin (Tahar Rahim) è il vero cuore pulsante del film. Il ritorno improvviso di Amin dopo anni di assenza (in concomitanza con l'”ammalarsi” di Alpha) sprofonda la famiglia in un presente instabile e violento, fatto di overdose, collassi e flashback che sembrano affiorare come incubi repressi.

La madre, schiacciata dal senso di colpa, vive ancorata al passato, tra l’ospedale e le urla, incapace di liberarsi del peso del fratello. Alpha, invece, osserva, assorbe, subisce: è troppo giovane per essere un’eroina, ma viene caricata del compito di sopravvivere a un dolore che non ha scelto. Il suo coming-of-age è un percorso nel buio, punteggiato da sangue, sabbia e silenzi pesantissimi.

Una narrazione immersa nel caos

Una scena di Alpha (fonte: Kallouche Cinéma Mandarin et Compagnie)
Una scena di Alpha (fonte: Kallouche Cinéma Mandarin et Compagnie)

Se Alpha è potentissimo nel suo immaginario, lo è molto meno nella coerenza narrativa. Ducournau alterna scene scolastiche (tra cui un’incredibile partita di pallavolo insanguinata e un’incidente in piscina da incubo) a visioni oniriche, flashback sfocati, montaggi psichedelici. I confini temporali si dissolvono, e le suggestioni si moltiplicano senza trovare una vera sintesi.

Il trauma viene rappresentato attraverso salti logici, simboli stratificati (che parrebbero avere molto a che vedere con le origini berbere della famiglia di Alpha) e linee narrative che sembrano appartenere a film diversi. È una scelta stilistica deliberata, ma anche rischiosa: il senso si fa vago, e il coinvolgimento emotivo si perde nei passaggi più criptici.

Il fascino di immagini che parlano da sole

Una scena di Alpha (fonte: Kallouche Cinéma Mandarin et Compagnie)
Una scena di Alpha (fonte: Kallouche Cinéma Mandarin et Compagnie)

Visivamente, però, Ducournau è in uno stato di grazia. Il film è un tripudio di immagini che restano impresse: corpi che si sfaldano in sabbia, scene scolastiche filtrate da luci acide, camere d’ospedale che sembrano grotte infernali, una tempesta urbana finale che è pura catarsi visiva.

La collaborazione con Ruben Impens alla fotografia e con Emmanuelle Duplay alla scenografia è impeccabile: lo spazio diventa sempre più opprimente, la luce racconta l’emotività delle persone più di quello che dicono. Anche la colonna sonora, a tratti (fon troppo) assordante, contribuisce a creare un’atmosfera disturbante che riflette il rumore interiore dei personaggi.

La ragazza, lo zio e il tempo perduto

Una scena di Alpha (fonte: Kallouche Cinéma Mandarin et Compagnie)
Una scena di Alpha (fonte: Kallouche Cinéma Mandarin et Compagnie)

Il legame tra Alpha e lo zio Amin è il più enigmatico e suggestivo. Si intuisce che ciò che vediamo potrebbe essere frutto della mente della ragazza (come lo è di quella della madre): ricordi, visioni, fantasmi. In una scena straordinaria, i due si “perdono” in una spirale musicale sulle note di “The Mercy Seat” di Nick Cave, un viaggio nel dolore e nella memoria che ha qualcosa di ipnotico e profondamente perturbante.

Amin è il volto di quel male che non si può fare a meno di amare, della dipendenza che corrompe ma seduce, dell’uomo che è stato e non è più. Alpha lo rincorre, lo ricorda, lo proietta. Ma la sua figura resta sfuggente, come un “sogno dentro un sogno” (poesia di Edgar Allan Poe che viene direttamente citata, e sembra voler fare da chiave di lettura all’intero film).

La generazione che eredita i mostri

Una scena di Alpha (fonte: Kallouche Cinéma Mandarin et Compagnie)
Una scena di Alpha (fonte: Kallouche Cinéma Mandarin et Compagnie)

Alpha parla anche di identità e radici. Le origini familiari, il passato migrante della nonna, l’incapacità della madre di separarsi dalle proprie ferite e dalle tradizioni del suo popolo di origine: tutto questo si deposita su Alpha come una polvere invisibile, difficile da lavare via.

Il film suggerisce che certe malattie non si prendono, si assorbono e si ereditano: si chiamano senso di colpa, silenzio, perdita. E quando arrivano, ci cambiano per sempre. In questo senso, Alpha è un film sul peso dell’eredità, sulla difficoltà di essere liberi quando si cresce nel dolore altrui.

La recensione in breve

6.5 Respingente

Alpha è un’opera densa, eccessiva, profondamente personale. Julia Ducournau conferma il suo talento visivo e la sua ossessione per i corpi e le ferite interiori, ma inciampa in una narrazione sovraccarica e spesso disorientante. Il film parla di lutto, identità, dipendenza e adolescenza, mescolando simbolismo, horror corporeo e dramma familiare. A tenerlo insieme è un cast straordinario e un’estetica che incanta e destabilizza. Ma la bellezza da sola non basta.

Pro
  1. Fotografia e regia di altissimo livello, estetica potente e disturbante
  2. Temi profondi affrontati in modo originale e viscerale
  3. Trio di interpreti straordinario, con Boros rivelazione assoluta
  4. Sequenze visivamente memorabili e cariche di tensione emotiva
  5. Ricca stratificazione tematica: lutto, trauma, identità, adolescenza
Contro
  1. Sceneggiatura disordinata e difficile da seguire
  2. Eccesso di simbolismo e metafore visive non sempre funzionali
  3. Struttura narrativa che confonde e allontana lo spettatore
  4. Alcune ripetizioni emotive e stilistiche stancano nella seconda metà
  5. Incapacità di fondere in modo armonico le varie anime del film
  • Voto CinemaSerieTV 6.5
  • Voto utenti (0 voti) 0
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