Il film: Alpha, 2025. Diretto da: Julia Ducournau. Genere: Drammatico, Body Horror, Fantastico. Cast: Mélissa Boros, Tahar Rahim, Golshifteh Farahani, Emma Mackey, Finnegan Oldfield, Louai El Amrousy. Durata: 2 ore e 8 minuti. Dove l’abbiamo visto: Presentato in concorso al Festival di Cannes 2025.
Trama: In un mondo segnato da un virus misterioso che pietrifica lentamente i corpi, la tredicenne Alpha teme di aver contratto la malattia dopo un tatuaggio con un ago infetto. Mentre la madre, medico, cerca di proteggerla e curarla, il ritorno dell’amato zio tossicodipendente risveglia un passato di traumi familiari mai elaborati. In un costante alternarsi di ricordi, incubi e allucinazioni, Alpha si confronta con la malattia, la perdita e il dolore, in un viaggio di formazione immerso nell’irrealtà.
A chi è consigliato? A chi ama il cinema visionario, provocatorio e simbolico. Perfetto per chi ha apprezzato Titane e Raw. Sconsigliato a chi cerca trame lineari: Alpha è un’esperienza sensoriale intensa, ma anche disorientante, dove corpo e psiche si fondono in un incubo emotivo.
Dopo il successo internazionale di Titane e l’esordio cannibalistico di Raw, Julia Ducournau torna al Festival di Cannes con un film che ne conferma la poetica viscerale e traumatica: Alpha è un’opera densissima, che usa il corpo come superficie su cui imprimere il dolore, il lutto, la memoria.
Ma questa volta, più che esplorare una metamorfosi fisica, Ducournau sembra interessata a raccontare la trasformazione interiore di una ragazza e della sua famiglia attraverso un’epidemia surreale che pietrifica il corpo trasformando i malati in statue di marmo. Il risultato è un’esperienza potente ma faticosa, tanto seducente quanto opprimente, in cui ciò che è reale sembra sfuggire alla comprensione dello spettatore, abbandonandolo con troppe domande senza risposta.
Una malattia che somiglia al lutto

Nel mondo narrativo di Alpha, come dicevamo, un virus trasforma lentamente le persone in statue di marmo: tossiscono polvere, la pelle si indurisce, il corpo si irrigidisce fino al completo annientamento. È chiaramente una rielaborazione della crisi dell’AIDS (il periodo in cui la storia è ambientata sembra quello di maggiore diffusione della malattia, gli anni Ottanta e Novanta), ma anche una metafora molto più ampia e sfuggente: la malattia diventa qui il sintomo visibile di un dolore emotivo che ha radici profonde, un lutto non elaborato che si trasmette come un’eredità.
Alpha, la giovane protagonista, è portatrice (forse) di questo morbo, ma più che la malattia fisica, ciò che la devasta è la perdita passata dello zio Amin, tossicodipendente consumato e figura centrale del suo trauma infantile.
Famiglia, sangue e legami incatenanti

La relazione tra Alpha (Mélissa Boros), la madre medico (Golshifteh Farahani) e lo zio Amin (Tahar Rahim) è il vero cuore pulsante del film. Il ritorno improvviso di Amin dopo anni di assenza (in concomitanza con l'”ammalarsi” di Alpha) sprofonda la famiglia in un presente instabile e violento, fatto di overdose, collassi e flashback che sembrano affiorare come incubi repressi.
La madre, schiacciata dal senso di colpa, vive ancorata al passato, tra l’ospedale e le urla, incapace di liberarsi del peso del fratello. Alpha, invece, osserva, assorbe, subisce: è troppo giovane per essere un’eroina, ma viene caricata del compito di sopravvivere a un dolore che non ha scelto. Il suo coming-of-age è un percorso nel buio, punteggiato da sangue, sabbia e silenzi pesantissimi.
Una narrazione immersa nel caos

Se Alpha è potentissimo nel suo immaginario, lo è molto meno nella coerenza narrativa. Ducournau alterna scene scolastiche (tra cui un’incredibile partita di pallavolo insanguinata e un’incidente in piscina da incubo) a visioni oniriche, flashback sfocati, montaggi psichedelici. I confini temporali si dissolvono, e le suggestioni si moltiplicano senza trovare una vera sintesi.
Il trauma viene rappresentato attraverso salti logici, simboli stratificati (che parrebbero avere molto a che vedere con le origini berbere della famiglia di Alpha) e linee narrative che sembrano appartenere a film diversi. È una scelta stilistica deliberata, ma anche rischiosa: il senso si fa vago, e il coinvolgimento emotivo si perde nei passaggi più criptici.
Il fascino di immagini che parlano da sole

Visivamente, però, Ducournau è in uno stato di grazia. Il film è un tripudio di immagini che restano impresse: corpi che si sfaldano in sabbia, scene scolastiche filtrate da luci acide, camere d’ospedale che sembrano grotte infernali, una tempesta urbana finale che è pura catarsi visiva.
La collaborazione con Ruben Impens alla fotografia e con Emmanuelle Duplay alla scenografia è impeccabile: lo spazio diventa sempre più opprimente, la luce racconta l’emotività delle persone più di quello che dicono. Anche la colonna sonora, a tratti (fon troppo) assordante, contribuisce a creare un’atmosfera disturbante che riflette il rumore interiore dei personaggi.
La ragazza, lo zio e il tempo perduto

Il legame tra Alpha e lo zio Amin è il più enigmatico e suggestivo. Si intuisce che ciò che vediamo potrebbe essere frutto della mente della ragazza (come lo è di quella della madre): ricordi, visioni, fantasmi. In una scena straordinaria, i due si “perdono” in una spirale musicale sulle note di “The Mercy Seat” di Nick Cave, un viaggio nel dolore e nella memoria che ha qualcosa di ipnotico e profondamente perturbante.
Amin è il volto di quel male che non si può fare a meno di amare, della dipendenza che corrompe ma seduce, dell’uomo che è stato e non è più. Alpha lo rincorre, lo ricorda, lo proietta. Ma la sua figura resta sfuggente, come un “sogno dentro un sogno” (poesia di Edgar Allan Poe che viene direttamente citata, e sembra voler fare da chiave di lettura all’intero film).
La generazione che eredita i mostri

Alpha parla anche di identità e radici. Le origini familiari, il passato migrante della nonna, l’incapacità della madre di separarsi dalle proprie ferite e dalle tradizioni del suo popolo di origine: tutto questo si deposita su Alpha come una polvere invisibile, difficile da lavare via.
Il film suggerisce che certe malattie non si prendono, si assorbono e si ereditano: si chiamano senso di colpa, silenzio, perdita. E quando arrivano, ci cambiano per sempre. In questo senso, Alpha è un film sul peso dell’eredità, sulla difficoltà di essere liberi quando si cresce nel dolore altrui.
La recensione in breve
Alpha è un’opera densa, eccessiva, profondamente personale. Julia Ducournau conferma il suo talento visivo e la sua ossessione per i corpi e le ferite interiori, ma inciampa in una narrazione sovraccarica e spesso disorientante. Il film parla di lutto, identità, dipendenza e adolescenza, mescolando simbolismo, horror corporeo e dramma familiare. A tenerlo insieme è un cast straordinario e un’estetica che incanta e destabilizza. Ma la bellezza da sola non basta.
Pro
- Fotografia e regia di altissimo livello, estetica potente e disturbante
- Temi profondi affrontati in modo originale e viscerale
- Trio di interpreti straordinario, con Boros rivelazione assoluta
- Sequenze visivamente memorabili e cariche di tensione emotiva
- Ricca stratificazione tematica: lutto, trauma, identità, adolescenza
Contro
- Sceneggiatura disordinata e difficile da seguire
- Eccesso di simbolismo e metafore visive non sempre funzionali
- Struttura narrativa che confonde e allontana lo spettatore
- Alcune ripetizioni emotive e stilistiche stancano nella seconda metà
- Incapacità di fondere in modo armonico le varie anime del film
- Voto CinemaSerieTV
