Il film: Attacco al potere 3 – Angel Has Fallen (Angel Has Fallen), 2019. Regia: Ric Roman Waugh. Cast: Gerard Butler, Morgan Freeman, Jada Pinkett Smith, Lance Reddick, Tim Blake Nelson, Piper Perabo, Nick Nolte, Danny Huston. Genere: azione, thriller. Durata: 122 minuti. Dove l’abbiamo visto: su Netflix, in lingua originale.
Trama: Mike Banning è in fuga dopo essere stato accusato del tentato omicidio del Presidente degli Stati Uniti.
Dopo Leonida in 300 e (in inglese) la voce di Stoick in Dragon Trainer, il personaggio maggiormente associato all’attore scozzese Gerard Butler è probabilmente Mike Banning, erede cinematografico di John McClane che tra il 2013 e il 2019 è stato protagonista di una propria trilogia (con almeno un ulteriore film in lavorazione), tutta incentrata su variazioni sul tema degli attentati alla Casa Bianca o, in senso più ampio, alla vita del Presidente degli Stati Uniti (interpretato da Aaron Eckhart nei primi due film e Morgan Freeman nel terzo). La terza variazione è l’oggetto di questa nostra recensione di Attacco al potere 3: Angel Has Fallen.
La trama: chi ha incastrato Gerard Butler?

Mike Banning è ancora al servizio del presidente, pur avendo qualche problema fisico in seguito agli eventi dei film precedenti (per rinfrescarvi la memoria potete leggere la nostra recensione di Attacco al potere 2) che in teoria gli impedirebbe di continuare in quel settore. Un giorno, mentre il presidente sta pescando, viene aggredito da uno stormo di droni, e a salvarsi sono solo lui e Banning. Quest’ultimo, tramite prove false, viene incolpato dell’attentato, e si rende conto di dover fuggire per essere scagionato. Braccato dalle forze dell’ordine, e senza potersi fidare di nessuno poiché a incastrarlo devono essere state delle persone che lo conoscono, ha un solo potenziale alleato a cui rivolgersi, seppure con molta riluttanza: suo padre Clay, che vive isolato da anni in mezzo al nulla e non ha un buon rapporto con il figlio.
Il cast: padri e figli

Al fianco di Gerard Butler torna Morgan Freeman, gentilmente autorevole come sempre, nei panni di Allan Trumbull, promosso a presidente dopo essere stato il vice di Benjamin Asher nel secondo capitolo. Del cast di contorno, tra buoni e cattivi, fanno parte Jada Pinkett Smith, Lance Reddick, Tim Blake Nelson e Danny Huston, tutti più o meno in grado di incarnare le funzioni archetipiche dei loro personaggi. Piper Perabo, in un ruolo un po’ ingrato, sostituisce Radha Mitchell – assente per sovrapposizione di impegni – nella parte della moglie di Mike, e Nick Nolte partecipa con il suo charme un po’ ruvido nei panni di Clay, perfettamente in parte come uno che potrebbe aver avuto come figlio la personalità altrettanto rozza che è Butler.
Al terzo film, Banning si arrabbiò per davvero

Terzo capitolo, secondo passaggio di consegne in cabina di regia, con Ric Roman Waugh chiamato a mettere in scena la fuga di Mike Banning e la sua brutale rivalsa contro chi ha cercato di incastrarlo. E ancora una volta, al netto di una non del tutto spiacevole consapevolezza della suprema ignoranza che dimora questo franchise e a questo giro accantona il sottotesto fascistoide e un po’ xenofobico degli episodi precedenti, viene a mancare la forza propulsiva di Antoine Fuqua che dava al primo capitolo un’energia assente nei sequel. La stanchezza di Banning è a suo modo incarnata dal film stesso, intrappolato in un circolo vizioso di trovate action che si consumano in rapida successione e con il pilota automatico, in attesa di arrivare al solito finale che ribadisce l’ovvio circa la possibile longevità di questo universo, nel bene e nel male.
La recensione in breve
Al terzo giro, le vicende di Mike Banning procedono sempre di più con il pilota automatico, e nemmeno il carisma monocorde di Gerard Butler può salvare del tutto la situazione.
- Voto CinemaSerieTV
