Il film: Autopsy (The Autopsy of Jane Doe), 2016. Regia: André Øvredal. Cast: Emile Hirsch, Brian Cox, Ophelia Lovibond, Michael McElhatton, Olwen Kelly.
Genere: horror. Durata: 99 minuti. Dove l’abbiamo visto: a noleggio su Apple TV, in lingua originale.
Trama: Un medico legale e suo figlio si ritrovano a fare l’autopsia di un cadavere le cui condizioni fisiche causano diversi interrogativi.
Nel 2013, dopo aver già affrontato un argomento simile con Insidious, il regista australiano James Wan uscì con The Conjuring, seconda parte di un tentativo – riuscito – di fare un horror più classico per distanziarsi dal filone del torture porn a cui era associato per via di Saw. Nello stesso anno, vedendo il film basato sulle indagini dei coniugi Warren, il norvegese André Øvredal apprezzò la presenza di una pellicola del brivido di stampo vintage in un mare di progetti legati a tendenze varie, e lui stesso voleva dimostrare di non essere un cineasta modaiolo dopo il successo di Troll Hunter che applicava alla mitologia norrena il filtro del found footage. Da quel desiderio è nato il suo primo film in lingua inglese, di cui parliamo nella nostra recensione di Autopsy.
La trama: il corpo del reato

In un paesino della provincia americana, un cadavere femminile non identificato viene trovato su una bizzarra scena del crimine. Lo sceriffo lo manda all’obitorio, precisando che la causa del decesso è una priorità assoluta. Il medico legale Tommy Tilden comincia a lavorarci con l’aiuto del figlio Austin, il quale rimanda un appuntamento con la compagna Emma per dare una mano al genitore. Nel corso dell’autopsia, i due si rendono conto di avere a che fare con un corpo a dir poco misterioso: non ci sono segni visibili di danni fisici, eppure la ragazza ha le ossa rotte e i suoi polmoni hanno danni riconducibili a ustioni di terzo grado, tra le altre cose. Fenomeni inspiegabili cominciano a verificarsi, e padre e figlio si interrogano sulla vera natura della donna che hanno aperto.
Il cast: trio cadaverico

Tilden padre e figlio sono un intenso Brian Cox, perfettamente in sintonia con la parte di un patriarca ormai roso dal tempo e dal cinismo, e un carismatico Emile Hirsch, ma la parte del leone è quella affidata a Olwen Kelly che, salvo alcune inquadrature specifiche in cui Jane Doe è realizzata tramite un pupazzo, interpreta il cadavere per l’intera durata del film. Una scelta azzeccata, poiché i suoi primi piani privi di espressione contribuiscono in maniera inestimabile all’atmosfera malsana della pellicola. Sul versante dei vivi le altre due presenze notevoli sono Ophelia Lovibond nei panni di Emma e Michael McElhatton in quelli dello sceriffo.
La paura dell’immobilità

Se in Troll Hunter era tutto un giocare sul fuori campo, complice il found footage, qui è tutto visibile, sotto i nostri occhi: il cadavere, nudo e crudo, perfettamente immobile e in quella sua staticità il ricettacolo di un intero universo malato e decrepito, contenitore di una suspense che da quell’immobilità trae spunto per divertirsi con la paranoia crescente nel battibecco tra Cox e Hirsch, le due generazioni alle prese con un male ancora più antico. Perché la paura associata alla morte ha radici profonde, e nella sterile e claustrofobica camera per le autopsie secoli di fobie si abbattono su chi, a forza di aprire cadaveri, si è abituato a dare per scontato che gli anonimi corpi siano solo di passaggio, senza lasciare tracce. Jane Doe, la designazione femminile di una vittima senza nome, a questo giro invece le tracce le lascia eccome, sollevando dall’anonimato questo esponente del non popolarissimo sottogenere dell’horror da obitorio.
La recensione in breve
Giocando sull'immobilità, André Øvredal firma un horror elementare ma efficace, avvalendosi di un ottimo trio di attori chiusi in una stanza.
- Voto CinemaSerieTV
