Il film: Bring Her Back – Torna da me (2025)
Regia: Danny Philippou, Michael Philippou Sceneggiatura: Danny Philippou, Bill Hinzman Genere: Horror, Psicologico, Drammatico
Cast: Sally Hawkins, Billy Barratt, Sora Wong, Jonah Wren Phillips, Sally-Anne Upton, Stephen Phillips, Mischa Heywood Durata: 104 minuti
Dove l’abbiamo visto: Al cinema.
Trama: Dopo la morte improvvisa del padre, Andy e Piper — due fratelli molto legati — vengono affidati a Laura, un’ex assistente sociale dal passato tragico. Piper è legalmente cieca ma percepisce luce e forme; Andy, ancora minorenne, non può ancora occuparsi di lei. La nuova casa, però, nasconde oscuri segreti: Laura è gentile, ma il suo dolore irrisolto si trasforma presto in ossessione. Tra rituali misteriosi, visioni disturbanti e dinamiche familiari sempre più tossiche, i due fratelli dovranno lottare per sopravvivere… e per restare insieme.
A chi è consigliato? Bring Her Back è ideale per chi ama l’horror psicologico viscerale, con tematiche legate al lutto, alla maternità deviata e alla manipolazione affettiva. Perfetto per chi ha apprezzato film come Hereditary e The Babadook, meno adatto a chi cerca uno spavento facile o spiegazioni razionali. Un film che disturba, scuote e resta dentro, più vicino a un trauma cinematografico che a un semplice intrattenimento.
Ci sono film dell’orrore che puntano sullo spavento improvviso e altri che costruiscono un’impronta emotiva difficile da dimenticare. Bring Her Back, il secondo lungometraggio dei fratelli Philippou, appartiene alla seconda categoria: un viaggio inquietante e stratificato che mescola dolore, manipolazione e deformazione affettiva. Sin dalle prime immagini, con il corpo esanime del padre riverso nella doccia ancora aperta, la tensione si insinua. Andy e la sorella Piper si trovano catapultati in una nuova realtà affidataria con Laura, una ex assistente sociale che accoglie i ragazzi con un calore esagerato e inquietante. Quella che dovrebbe essere una casa sicura diventa ben presto un incubo psicologico, in cui il lutto si trasforma in ossessione, la comprensione in controllo e il dolore si fa rituale. L’orrore non è esterno, ma sboccia tra le pareti domestiche, plasmando i protagonisti fino a sconvolgerli.
Un’ospitalità troppo perfetta

Andy (Billy Barratt) e Piper (Sora Wong) perdono il padre in una scena iniziale già disturbante: il suo corpo senza vita, riverso nella doccia, con l’acqua ancora aperta e il vapore che riempie lo spazio come nebbia dell’aldilà. Piper, parzialmente cieca (è capace di percepire solo luci e sagome), è legata visceralmente al fratello, che fa di tutto per restare con lei. Non avendo ancora 18 anni, Andy non può prendersi cura della sorella da solo. I due finiscono quindi affidati a Laura (Sally Hawkins), una ex assistente sociale che vive in una casa isolata con un altro bambino, Oliver. Da subito, qualcosa stona: Laura è troppo sorridente, troppo premurosa, troppo felice di avere Piper con sé.
Il lutto come malattia contagiosa

Come nei primi horror di Ari Aster (in particolare Hereditary), Bring Her Back esplora come il dolore, se non elaborato, possa tramutarsi in qualcosa di mostruoso. Laura ha perso la figlia cieca in circostanze misteriose, e sembra vedere in Piper una sostituta. Ma dietro i suoi sorrisi si nasconde una voragine. Il lutto non è solo un tema, è motore narrativo e visivo: ogni scelta registica amplifica il senso di perdita e abbandono, dalla piscina vuota che evoca assenza al bagno saturo d’acqua che ricorda la morte. Il dolore non è privato, ma collettivo: investe Piper, Andy, perfino Oliver, che sembra subire senza parole le conseguenze di una tragedia mai elaborata.
Orrore domestico, violenza interiore

La casa di Laura è una trappola. I suoi comportamenti sfiorano il grottesco: taglia una ciocca di capelli al padre defunto durante il funerale, organizza balli notturni con alcol e musica, mente a Piper sulla realtà, tentando di isolarla dal fratello. L’orrore non arriva da fuori, ma si sviluppa tra le mura di casa. I Philippou costruiscono un clima asfissiante, dove anche la luce sembra filtrare con fatica. E quando arriva la violenza vera – fisica, psicologica, simbolica – non è mai gratuita, ma carica di significato. Alcune scene, come quella del coltello in bocca, si avvicinano alla brutalità di capolavori del gore e della violenza su schermo come Martyrs, ma con una potenza emotiva che richiama ancora il cinema di Ari Aster: sangue che non serve a shockare, ma a traumatizzare.
Tra realtà e visione: l’estetica della percezione

La regia di Bring Her Back gioca costantemente sul tema della visione parziale, e lo fa non solo attraverso Piper, ma anche con lo spettatore. La fotografia filtra tutto attraverso riflessi, fumi, cerchi, distorsioni, come se nulla potesse mai essere messo a fuoco del tutto. Il film si apre e ritorna più volte a filmati VHS sgranati di rituali esoterici, legando Laura a un culto oscuro che non viene mai spiegato chiaramente. Non si tratta di una scelta casuale: i Philippou preferiscono il perturbante all’esplicito, l’intuizione all’analisi. L’effetto è ipnotico e straniante, anche a costo di lasciare qualche buco narrativo.
Un cast che trasforma la sofferenza in tensione

La forza del film non sta solo nella regia, ma nelle interpretazioni. Sally Hawkins è magnetica e disturbante: costruisce un personaggio tragico, instabile, che alterna dolcezza e crudeltà con agghiacciante naturalezza. Barratt riesce a incarnare la vulnerabilità e il coraggio di Andy senza mai risultare stereotipato. Wong, al suo primo ruolo, è sorprendente per intensità e delicatezza, mentre Jonah Wren Phillips – muto, scheletrico, enigmatico – è una presenza che inquieta anche quando non fa nulla. Ogni attore sembra abitare la propria ferita.
Un film che fa male, ma non puoi ignorarlo

Bring Her Back è un’esperienza intensa, scomoda, che colpisce il pubblico nei suoi punti più vulnerabili. I fratelli Philippou mettono da parte l’energia punk di Talk to Me per addentrarsi in un territorio più cupo e viscerale, dove il dolore si incarna e prende forma, trasformandosi in manipolazione, rituale e violenza emotiva.
È vero, non tutto torna perfettamente: alcuni simbolismi rimangono ambigui, certi passaggi narrativi sono più suggeriti che spiegati. Ma questa opacità fa parte del linguaggio del film, che preferisce l’allusione al chiarimento, la sensazione alla spiegazione. E soprattutto, Bring Her Back riesce là dove tanti horror falliscono: lascia un segno profondo. Lo spettatore esce dalla sala con immagini che si imprimono nella memoria, con un senso di disagio che non si dissolve, e con domande che continuano a rimbalzare nella mente.
È un film che fa male, sì — ma è un male che ha uno scopo. Scava, graffia, lascia aperte ferite emotive perché ci costringe a guardare in faccia ciò che spesso evitiamo: la sofferenza non risolta, l’assenza, la dipendenza affettiva, l’abuso psicologico, il bisogno disperato di controllo che nasce dall’impotenza. È un film difficile, ma necessario. E soprattutto, è impossibile da ignorare.
La recensione in breve
Più maturo e disturbante del loro esordio, Bring Her Back è un horror psicologico che scava nel lutto, nella maternità deviata e nell’abuso. Un film viscerale, spietato, che non cerca spiegazioni razionali ma atmosfere inquietanti e simboli da decifrare. Grazie a un cast potente e a una regia che fa della visione parziale il proprio stile, i Philippou firmano un film che resta addosso come un incubo da cui è difficile svegliarsi.
Pro
- Interpretazione magistrale e inquietante di Sally Hawkins
- Atmosfera visiva ricca di simbolismo e inquietudine
- Tematiche profonde: lutto, abuso, maternità deviata
- Sequenze scioccanti ma emotivamente giustificate
- Colonna sonora e sound design immersivi
Contro
- Alcune sequenze rituali restano troppo vaghe
- Troppa fiducia nella forza del simbolismo visivo
- Voto CinemaSerieTV.it
