Dopo The Father e The Son, Florian Zeller torna dietro la macchina da presa con Bunker, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026. Ancora una volta al centro del suo cinema troviamo una famiglia in crisi, ma questa volta il dramma privato si intreccia con un discorso più ampio sulla paura dell’altro, sulle differenze di classe e sull’illusione che il privilegio possa proteggerci da ciò che accade fuori.
Javier Bardem e Penélope Cruz interpretano Miguel e Sofia, una coppia sposata da diciassette anni che conduce insieme ai figli un’esistenza agiata in una splendida casa londinese. A incrinare questo equilibrio è inizialmente qualcosa di apparentemente insignificante: il vicino decide di aprire una finestra nel muro che separa le due proprietà. Miguel percepisce immediatamente quel gesto come un’invasione del proprio spazio e da questo piccolo conflitto prende il via una situazione destinata a diventare sempre più tesa.
Parallelamente, a Miguel, architetto, viene proposto un incarico tanto remunerativo quanto moralmente discutibile: progettare un enorme bunker per un miliardario tecnologico convinto che il mondo sia prossimo a un collasso sociale. Questa proposta lavorativa introduce l’altra grande immagine attorno alla quale Zeller costruisce il film.
Da una parte, quindi, una finestra che apre un varco in un confine; dall’altra, un bunker immaginato per rendere quel confine definitivo. In mezzo c’è un matrimonio che comincia a mostrare tutte le proprie crepe. È un punto di partenza estremamente efficace, capace di tenere insieme crisi privata, privilegio e paura del futuro. Il problema è che Bunker decide di sviluppare queste idee in maniera fin troppo superficiale e didascalica, finendo progressivamente per disperderne la forza.
Una finestra basta a mettere in discussione la sicurezza

Il conflitto con il vicino è fondamentale perché rende immediatamente concreta la distanza sociale che Bunker vuole raccontare. Miguel e Sofia appartengono a una borghesia benestante e culturalmente privilegiata: possiedono una bella casa, svolgono professioni prestigiose e hanno costruito intorno alla propria famiglia uno spazio nel quale sentirsi protetti. La finestra mette improvvisamente in discussione quella separazione.
Non è soltanto una questione di privacy. Qualcuno che appartiene a un mondo diverso dal loro adesso può guardarli. Il muro non delimita più perfettamente ciò che è “dentro” da ciò che dovrebbe rimanere “fuori”, e la reazione di Miguel rivela quanto quella distinzione sia importante per lui.
È qui che la proposta del bunker acquista significato. La finestra apre, il bunker chiude. La prima costringe Miguel a confrontarsi con ciò che esiste dall’altra parte del muro; il secondo rappresenta invece la fantasia estrema di potersi isolare completamente da ciò che accade fuori.
Non è casuale che a volerlo sia un miliardario. Davanti alla prospettiva di un futuro sempre più instabile, chi possiede abbastanza denaro può persino permettersi di immaginare una soluzione individuale a un problema collettivo: non impedire il collasso, ma costruire un luogo nel quale sopravvivergli e distanziarsi ancora di più dall’”altro”.
Anche un matrimonio può diventare un bunker
La stessa dinamica attraversa il rapporto tra Miguel e Sofia. Il loro matrimonio appare inizialmente come un’altra costruzione solida: diciassette anni insieme, due figli, una casa, professioni affermate e una quotidianità apparentemente stabile. Eppure basta che qualcosa incrini quell’equilibrio perché emergano problemi, risentimenti e distanze che evidentemente esistevano già.
È qui che Bunker ritrova maggiormente il cinema di Zeller. Come accadeva soprattutto in The Father, gli spazi domestici non sono semplicemente luoghi nei quali ambientare il racconto, ma diventano parte del modo in cui il film rappresenta psicologicamente i personaggi. Stanze, porte, muri e distanze fisiche raccontano progressivamente anche quelle emotive.
L’architettura assume così un ruolo che va ben oltre la professione di Miguel. La proposta che riceve lo mette di fronte alla versione estrema di qualcosa che sta già accadendo nella sua vita: il tentativo di proteggere uno spazio costruendo confini sempre più netti.
Casa e bunker finiscono allora per specchiarsi senza che Miguel debba mai costruire realmente quest’ultimo. Anzi, il fatto che l’incarico rimanga una possibilità rende ancora più evidente il suo valore simbolico: è un’idea con la quale il personaggio deve confrontarsi, non semplicemente un progetto professionale.
Javier Bardem e Penélope Cruz sono il vero centro del film
Se il discorso simbolico non trova sempre la stessa precisione, Bunker possiede comunque un centro emotivo solidissimo nei suoi due protagonisti. La chimica tra Javier Bardem e Penélope Cruz permette di credere immediatamente che Miguel e Sofia condividano diciassette anni di matrimonio.
Nei loro gesti e nelle discussioni esiste la familiarità di una relazione lunga: conoscono perfettamente l’altro, sanno dove colpire quando vogliono ferirlo e riescono a passare dall’affetto alla rabbia senza che il cambiamento appaia artificiale.
È soprattutto nelle scene di confronto che emerge la provenienza teatrale di Zeller. Uno dei momenti migliori del film è proprio un lungo litigio tra Miguel e Sofia, costruito quasi interamente sulla parola e sulla capacità dei due interpreti di modificare continuamente gli equilibri della scena. Vecchi rancori, frustrazioni e sentimenti accumulati negli anni emergono progressivamente e permettono al film di raggiungere quella profondità che manca invece ad alcune delle sue riflessioni sociali.
Quando Zeller rimane vicino a loro, Bunker funziona. Il matrimonio non ha bisogno di diventare la metafora di qualcosa di più grande: bastano due persone costrette a domandarsi quanto di ciò che hanno costruito insieme sia ancora realmente in piedi.
Il conflitto di classe rimane troppo in superficie
Meno convincente è invece il modo in cui Bunker sviluppa il conflitto sociale introdotto dal vicino e portato all’estremo dalla figura del miliardario che vorrebbe commissionare il rifugio. Miguel e Sofia occupano una posizione privilegiata, ma esiste qualcuno immensamente più ricco e protetto di loro, così come esiste chi osserva la loro stessa condizione da una posizione molto più fragile. Zeller costruisce quindi una sorta di scala del privilegio nella quale la possibilità di difendersi dalle conseguenze dei problemi collettivi aumenta insieme alla disponibilità economica.
È interessante soprattutto perché mette in discussione la percezione che Miguel e Sofia hanno di sé stessi. Non appartengono all’élite estrema rappresentata dal miliardario, ma questo non significa che non osservino a loro volta chi possiede meno da una posizione protetta.
La finestra diventa ancora una volta fondamentale. Prima ancora che la paura del mondo assuma la forma estrema di un bunker, esiste quella quotidiana di qualcuno che attraversa simbolicamente il confine della nostra proprietà.
Il problema è che questo conflitto viene più evocato che realmente approfondito. Bunker introduce la paura della rivolta sociale, la crescente distanza economica, il rapporto tra proprietà e potere, l’ansia ecologica e l’individualismo delle classi privilegiate, ma raramente concede a ciascuno di questi elementi abbastanza spazio per diventare qualcosa di più di uno spunto.
Troppe idee finiscono per indebolire quella migliore
È questo il principale limite di Bunker. La metafora iniziale contiene già praticamente tutto ciò di cui Zeller avrebbe bisogno: qualcuno apre una finestra nel muro di una famiglia benestante e, contemporaneamente, al proprietario di quella casa viene chiesto di progettare per un uomo immensamente più ricco di lui un luogo nel quale nessuna finestra indesiderata potrà mai essere aperta.
In mezzo c’è una coppia che ha costruito per diciassette anni la propria personale forma di sicurezza e scopre improvvisamente che anche quella può crollare.
Sarebbe già sufficiente per mettere in relazione proprietà, matrimonio, paura, classe sociale e privilegio. Zeller sembra invece non fidarsi completamente della forza di questa intuizione e continua ad aggiungere nuovi livelli al proprio discorso. Il risultato è un film che vuole parlare contemporaneamente di crisi matrimoniale, disuguaglianza, paura del futuro, individualismo, catastrofe ecologica e responsabilità morale.
Più Bunker allarga il proprio sguardo, più perde la precisione con cui era partito. Alcune metafore vengono inoltre sottolineate più del necessario, rendendo didascalico un film che sarebbe probabilmente risultato più efficace lasciando semplicemente dialogare i suoi spazi e i suoi personaggi.
Florian Zeller e l’illusione di potersi proteggere dal mondo
Rimane però un’idea particolarmente interessante: tutti in Bunker stanno cercando, in modi diversi, di stabilire un confine. C’è chi difende la propria casa, chi cerca di proteggere un matrimonio e chi possiede abbastanza denaro da poter immaginare letteralmente un rifugio dalla fine del mondo. Ma nessuno di questi confini sembra davvero impermeabile.
La finestra aperta dal vicino diventa allora molto più di uno spunto narrativo. È la prima violazione di un’illusione sulla quale Miguel ha costruito la propria esistenza: quella di poter stabilire esattamente dove finisca il proprio mondo e dove inizi quello degli altri. Il bunker rappresenta la versione estrema della stessa fantasia.
Ed è quando rimane fedele a questa intuizione che il film di Zeller trova la propria forza. Significativamente, i momenti migliori non sono quelli nei quali cerca di spiegare la crisi della società contemporanea, ma quelli in cui la rende concreta attraverso un muro, una finestra, una casa o una discussione tra marito e moglie.
Bunker non riesce sempre a tenere insieme tutto ciò che vorrebbe raccontare e il suo discorso sul conflitto di classe rimane meno approfondito di quanto le premesse lasciassero sperare. Ma Javier Bardem e Penélope Cruz gli garantiscono un centro emotivo fortissimo e Zeller trova nell’architettura una metafora efficace per parlare tanto delle relazioni quanto del privilegio. Perché possiamo costruire muri sempre più alti e rifugi sempre più sicuri, ma il mondo continua comunque a trovare un modo per entrare.
La recensione in breve
Bunker parte da un’idea potente: raccontare la crisi di un matrimonio mentre sullo sfondo cresce la paura di una crisi sociale. Javier Bardem e Penélope Cruz, forti di una chimica straordinaria, tengono il film sulle proprie spalle e regalano i suoi momenti migliori. Florian Zeller accumula però troppe idee, dal conflitto di classe all’individualismo fino alla paura del futuro, finendo per perdere il centro del racconto e trattare superficialmente proprio alcuni dei temi più interessanti.
PRO
- La straordinaria chimica tra Javier Bardem e Penélope Cruz
- Le scene di confronto tra i due protagonisti
- L’utilizzo degli spazi della casa londinese
- Alcune interessanti intuizioni sul privilegio e sulla paura del futuro
- La componente più teatrale della scrittura di Florian Zeller
CONTRO
- Un film spesso eccessivamente didascalico
- Troppe idee che fanno perdere il focus alla storia
- Il conflitto di classe rimane trattato superficialmente
- Le metafore sono spesso troppo esplicite
- La crisi matrimoniale viene indebolita dalle numerose diramazioni narrative
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