Dopo We’re All Going to the World’s Fair e I Saw the TV Glow, Jane Schoenbrun torna ancora una volta a interrogarsi sul rapporto tra cultura pop, identità e desiderio, ma sceglie di farlo attraverso un linguaggio decisamente diverso. Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte è una dichiarazione d’amore allo slasher, una commedia camp, una riflessione queer sulla sessualità e, contemporaneamente, un gioco metacinematografico sul modo in cui trasformiamo film imperfetti, trash o persino problematici in parti fondamentali della nostra identità.
Al centro del film ci sono Kris (Hannah Einbinder), giovane regista indipendente incaricata di riportare in vita una vecchia saga horror, e Billy Presley (Gillian Anderson), leggendaria Final Girl del primo Camp Miasma, ritiratasi dalle scene subito dopo quel film. Il loro incontro diventa progressivamente il cuore di un’opera che parte dal cinema per parlare soprattutto di fantasie, vergogna e della difficoltà di accettare il proprio desiderio.
Una saga slasher che non è mai esistita

L’intuizione più divertente di Schoenbrun arriva già negli splendidi titoli di testa, che ricostruiscono l’intera storia della fittizia saga di Camp Miasma. Ci sono VHS, poster, merchandising, videogiochi, sequel sempre meno fortunati, articoli sugli incassi e persino la successiva rilettura critica dei suoi contenuti considerati omofobi e transfobici. È un universo inventato con tale precisione da sembrare la memoria collettiva di un vero franchise horror degli anni ’80.
Il riferimento a Venerdì 13 è evidente, compreso il sequel ambientato a Manhattan, ma Schoenbrun non si limita alla parodia. Little Death, il killer armato di lancia e con una sorta di bocchetta di aerazione sulla testa, diventa il centro di un discorso molto più complesso sull’identificazione con le immagini e sulla possibilità di amare qualcosa pur riconoscendone gli aspetti problematici.
Kris conosce quella saga fin dall’infanzia. L’ha vista troppo giovane, ne è rimasta ossessionata e soprattutto non ha mai dimenticato Billy Presley, la Final Girl del primo capitolo. Quando Hollywood le affida il reboot di una proprietà intellettuale ormai moribonda, la sua intenzione è quella di recuperare il film che l’ha formata e contemporaneamente reinterpretarlo attraverso ciò che è diventata.
Gillian Anderson e Hannah Einbinder, due generazioni a confronto

Per convincere Billy a partecipare al reboot, Kris raggiunge l’attrice nel luogo in cui vive isolata da anni: proprio il vecchio campo dove fu girato il primo Camp Miasma. Da quel momento il film cambia progressivamente pelle e diventa quasi un confronto a due tra le protagoniste.
Hannah Einbinder porta nel suo primo ruolo cinematografico dopo Hacks l’insicurezza di una giovane donna che sembra riuscire a comprendere sé stessa soltanto attraverso il linguaggio del cinema e della teoria. Kris analizza continuamente ciò che ama, ciò che desidera e persino ciò che la eccita, quasi incapace di abbandonarsi a un’emozione senza cercare immediatamente di interpretarla.
Dall’altra parte c’è una magnifica Gillian Anderson, che si appropria di Billy Presley trasformandola in una sorta di Norma Desmond dello slasher. È teatrale, seducente, misteriosa, consapevole del proprio fascino e a tratti esilarante. Schoenbrun sfrutta perfettamente il contrasto tra le due donne: Kris porta con sé il linguaggio contemporaneo della sessualità e dell’identità, mentre Billy appartiene a una generazione che quelle stesse esperienze le racconta in maniera completamente diversa.
Il film inizialmente sfrutta questa distanza per la commedia, ma lentamente la trasforma in intimità. E proprio il rapporto tra Anderson ed Einbinder finisce per diventare il suo elemento più riuscito.
Quando sesso e morte diventano la stessa cosa

Come già accadeva in I Saw the TV Glow, anche qui la cultura pop non è semplicemente qualcosa che guardiamo: è qualcosa attraverso cui impariamo a guardarci. Kris è rimasta profondamente segnata da una particolare sequenza del primo Camp Miasma, nella quale la vulnerabilità sessuale della Final Girl e la minaccia dell’assassino finiscono per sovrapporsi. Quelle immagini hanno provocato in lei sensazioni che, anni dopo, continua a non riuscire completamente a comprendere.
È da questo punto che Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte sviluppa la sua riflessione più interessante. Schoenbrun utilizza le convenzioni dello slasher per interrogarsi sul desiderio femminile e queer, sulle fantasie che possono metterci a disagio e sulla distanza tra ciò che desideriamo nell’immaginazione e ciò che vorremmo realmente vivere.
Non è casuale che l’assassino della saga si chiami Little Death: la “petite mort” è un’espressione tradizionalmente associata all’orgasmo. Sesso e morte, piacere e paura, desiderio e vergogna finiscono così per occupare lo stesso spazio. Il film rivendica soprattutto la possibilità della fantasia come territorio libero, nel quale ciò che ci eccita non deve necessariamente diventare una dichiarazione morale su chi siamo.
È qui che il rapporto tra Kris e Billy acquista una dimensione più profonda. Le confessioni sulla propria inadeguatezza sessuale eliminano progressivamente la distanza generazionale e permettono alle due donne di riconoscersi proprio nelle rispettive fragilità.
Lo slasher come enorme giocattolo cinematografico

Schoenbrun non dimentica però di divertirsi. Se I Saw the TV Glow era dominato da una malinconia quasi soffocante, Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte è molto più sfacciato, colorato e ironico. Il film abbraccia deliberatamente l’artificio dello slasher e ne esaspera ogni elemento.
La fotografia di Eric K. Yue costruisce un mondo fatto di colori saturi, cieli rosa e viola, neve quasi palesemente artificiale, interni stilizzati e giganteschi getti di sangue. La regia recupera soggettive traballanti, crash zoom, split diopter, decapitazioni e massacri volutamente esagerati, mentre la colonna sonora di Alex G e alcune scelte musicali deliberatamente anacronistiche accentuano ulteriormente il carattere camp dell’operazione.
È un film che conosce profondamente il genere che sta rielaborando e proprio per questo può permettersi di prenderlo in giro senza mai disprezzarlo. Lo slasher non è un semplice involucro utilizzato per parlare di temi considerati più importanti: è parte integrante del discorso.
Il rischio, semmai, è quello opposto. Schoenbrun mette dentro moltissimo e non tutte le idee trovano lo stesso spazio. Il film passa dalla satira dell’industria hollywoodiana alla sessualità, dalla teoria cinematografica all’identità di genere, dalla nostalgia alla relazione tra Kris e Billy. Questa ricchezza rende l’opera affascinante, ma anche meno compatta di I Saw the TV Glow, soprattutto quando nella seconda parte il film cerca di tenere insieme tutti i suoi livelli.
Il film più giocoso di Jane Schoenbrun

L’aspetto forse più sorprendente di Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte è quanto sia divertente. Schoenbrun continua a esplorare ossessioni già centrali nel suo cinema, ma questa volta sembra concedersi una libertà nuova: quella di essere assurda, eccessiva, sexy, sanguinosa e persino apertamente sciocca quando lo desidera.
Non tutto combacia alla perfezione e alcune intuizioni rimangono più stimolanti sulla carta che pienamente sviluppate sullo schermo. Ma l’irregolarità sembra quasi appartenere alla natura stessa dell’operazione: anche gli slasher che il film celebra sono spesso sgangherati, contraddittori ed esagerati.
A tenere insieme tutto sono soprattutto Hannah Einbinder e Gillian Anderson. La prima restituisce molto bene l’intellettualizzazione quasi compulsiva di Kris, mentre la seconda si prende il film ogni volta che appare, costruendo una Billy Presley seducente, ironica e volutamente iconica.
Tra VHS, sangue, sesso, caramelle, junk food e cinefilia, Schoenbrun realizza così un film che celebra il diritto di amare immagini imperfette e di riconoscersi persino nelle fantasie che ci imbarazzano. Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte è uno slasher queer, un film sul cinema e una storia sul desiderio che non pretende di mettere ordine nelle nostre pulsioni, ma preferisce concedere loro lo spazio per esistere.
La recensione in breve
La recensione di Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte: Jane Schoenbrun rilegge lo slasher attraverso sesso, identità e cultura pop, affidandosi alla splendida coppia formata da Gillian Anderson e Hannah Einbinder.
PRO
- Una magnetica Gillian Anderson
- La chimica con Hannah Einbinder
- L'estetica camp e lo stile visivo
- La rilettura intelligente dello slasher
CONTRO
- Alcune idee restano poco sviluppate
- La seconda parte è meno compatta
- Il metadiscorso può risultare eccessivo
- Voto CinemaSerieTv
