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Home » Film » Recensioni film » Diamanti, la recensione: il prezioso mondo delle donne secondo Ozpetek

Diamanti, la recensione: il prezioso mondo delle donne secondo Ozpetek

La nostra recensione di Diamanti, il racconto di un mondo femminile fatto di gioie e dolori condivisi dove il costume è rifugio e forza.
Tiziana MorgantiDi Tiziana Morganti19 Dicembre 2024Aggiornato:19 Dicembre 2024
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Il costume rosso vermiglio realizzato per il film Diamanti
Il costume rosso vermiglio realizzato per il film Diamanti - Fonte: Vision Distribution
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Il film: Diamanti, 2024. Diretto da: Ferzan Ozpetek. Genere: Drammatico. Cast: Luisa Ranieri, Jasmine Trinca, Sara Bosi, Loredana Cannata, Geppi Cucciari, Anna Ferzetti, Aurora Giovinazzo, Nicole Grimaudo, Milena Mancini, Paola Minaccioni, Elena Sofia Ricci, Lunetta Savino, Vanessa Scalera, Carla Signoris, Kasia Smutniak, Mara Venier, Giselda Volodi, Milena Vukotic, Stefano Accorsi, Luca Barbarossa, Vinicio Marchioni, Valerio Morigi, Edoardo Purgatori, Carmine Recano. Durata: 135 minuti. Dove l’abbiamo visto: Al cinema, in anteprima stampa.

Trama: Alberta e Gabriella Canova dirigono una delle sartorie teatrali e cinematografiche più importanti di Roma. Un successo che hanno ottenuto grazie al duro lavoro, soprattutto di tutte le sarte che lavorano per loro. Gli ambienti che abitano tutti i giorni, però, sono molto di più di un semplice luogo di lavoro. Al loro interno, infatti, si è formata una comunità di donne che ha il sapore di famiglia. Tra satine, broccati e merletti, ognuna di loro porta il peso di una storia personale che, nella condivisione, riesce a diventare più lieve, dimostrando come la forza delle donne possa essere silenziosa ma splendente come il più prezioso dei diamanti.

A chi è consigliato? A chi ama il cinema di Ozpetek e le storie dedicate al mondo femminile


Dopo l’esperienza di Nuovo Olimpo, Ferzan Ozpetek torna sul grande schermo con Diamanti, un’altra vicenda ambientata nell’Italia degli anni settanta. Questa volta, però, a guadagnare il centro della scena e la luce dei riflettori è il mondo femminile, rappresentato da ben 20 attrici. Il regista turco, infatti, chiama a raccolta gran parte dei suoi amori cinematografici per consegnare una storia interamente dedicata all’universo delle donne, dove mettere in risalto fragilità, forza resilienza e l’incredibile capacità di ricominciare.

Tutto arricchito da una sottile vena di ironia che trova amplificazione in un ambiente di lavoro che diventa famiglia, sostegno e possibilità di svago. Nonostante tutto questo, però, il film presenta delle discrepanze soprattutto nella gestione narrativa tra passato e presente che, priva di una effettiva necessità, va solamente ad interrompere il filo emotivo della narrazione. Una scelta, dunque, che sembra soddisfare più un’egocentrica necessità del regista che una vera e propria scelta narrativa.

I limiti dell’autorialità

Una foto di scena di Diamanti dove si vede una tavola apparecchiata all'interno della sartoria Canova
Una scena del film Diamanti, diretto da Ferzan Ozpetek – Fonte: Vision Distribution

Che piaccia o meno il suo stile, Ferzan Ozpetek è indiscutibilmente un autore. Una caratteristica che ha mostrato in modo evidente fin dai suoi inizi e che ne Le fate ignoranti ha un vero e proprio manifesto. Questo si traduce nella presenza di un linguaggio rappresentativo, ambientale ed emozionale ben preciso con cui ha sempre veicolato le sue storie. Nel bene o nel male, dunque, un film di Ferzan Ozpetek è facilmente riconoscibile fin dalle prime immagine e, addirittura, attraverso la scelta di una fotografia spesso soffusa, quasi sognante ed onirica.

Partendo da questi presupposti, dunque, Diamanti si presenta come il film più personale. Quello in cui la soggettività del regista si fa sentire in modo pressante ed evidente, fino anche a diventare eccessiva. Una sorta di manifesto dove vengono inseriti e miscelati in un insieme complesso, tutti i suoi feticci narrativi e rappresentativi. Partendo dall’immancabile presenza della tavola, questa volta riproposta in più versioni ed enfatizzata. A questa, poi, si aggiunge la memoria dei luoghi, già narrata ne La finestra di fronte, ed i riflessi di quel femminile che lo ha sempre affascinato. Per finire, poi, con il ritorno delle voci di Mina e Giorgia a fare da narrazione musicale alla sua storia.

Un impianto orchestrato a tavolino, dunque, per ottenere la giusta efficacia emotiva, grazie anche alla presenza, in fase di scrittura, di Carlotta Corradi ed Elisa Casseri. E proprio alle due sceneggiatrici, probabilmente, si deve l’elemento più riuscito ed interessante di questo film, ossia la caratterizzazione di ogni singolo personaggio femminile e la loro precisa collocazione in una vicenda corale. Nonostante questo e l’uso sapiente delle immagini retoriche tipiche del cinema di Ozpetek, però, il film risente dell’egocentrismo dello stesso autore che, scegliendo d’inserire dei salti temporali immotivati e volti a puntare l’attenzione su di sé, interrompe il flusso emotivo della narrazione senza alcuna motivazione effettiva. Se non, almeno, quella di soddisfare la propria necessità di apparire. La stessa che esprime in una scena finale carica di un’enfasi eccessiva, in cui attraversa i luoghi ormai deserti di quel passato raccontato. Necessaria? Efficace ed essenziale per l’epilogo della vicenda narrata? Assolutamente no.

Tutte le donne di Ferzan

Alcune delle attrici che vestono il ruolo delle site nel film diamanti
Una parte del cast femminile di Diamanti – fonte: Vision Distribution

Venti donne ed un’unica storia da narrare con un numero infinito di sottotesti e diramazioni. Tante, almeno, quante sono le sfaccettature del mondo femminile e i misteri racchiusi in esso. Questo è il cuore di Diamanti ed anche la parte più reale e coinvolgente. Ogni singola interprete ha il compito non tanto di portare sullo schermo un prototipo caratteriale quanto, piuttosto, di riflettere il rapporto tra il femminile e la società che la circonda. In questo senso, dunque, il contesto temporale degli anni settanta è importante come le battaglie sostenute in quel momento. Oltre la contestualizzazione sociale, però, il tempo raccontato ha lo scopo di mostrare soprattutto come alcune problematiche siano tutt’altro che risolte.

Tra queste spiccano, senza ombra di dubbio, la violenza casalinga e la difficoltà che il mondo maschile ha di gestire il successo delle donne. A questo, poi, si aggiunge la solitudine di un dolore vissuto in silenzio, il senso di colpa per i risultati ottenuti e la costante convinzione di essere inadeguate. Un insieme di visi, esperienze, sofferenze, lotte e sopravvivenze destinati a comporre un unico volto che, in Luisa Ranieri e Jasmine, Trinca trova la sintesi di in destino volto a mascherare una stanca sofferenza sotto una facciata fatta di imperturbabile forza o silenziosa indifferenza.

Il costume tra espressione e finzione

Una scena di Diamanti
Una scena di Diamanti – Fonte: Vision Distribution

Oltre le incredibili donne che popolano questo film, un altro protagonista assoluto è il costume. Il film, infatti, è ambientato nelle stanze della sartoria teatrale e sartoriale Canova. A dirigerla sono le sorelle Alberta e Gabriella, mentre a popolare le diverse sale sono tutte le sarte esperte chiamate a realizzare dei capolavori, tra uno sprazzo di vita e l’altro.

Una ambientazione con cui Ozpetek ha volute reinterpretare la storica sartoria Tirelli, quella cui si devono i costumi del grande cinema italiano firmato da Fellini e Visconti, Un tuffo nel passato, dunque, affascinante, vitale e tutt’altro che polveroso. Un effetto che si deve soprattutto al significato che viene dato al costume. Questo, infatti, ha il compito di narrare la donna, strutturare e rendere visibile il suo stato d’animo e mostrare per la prima volta, forse anche a se stessa, le sue reali ambizioni.

Allo stesso tempo, però, è anche un veicolo con cui si esprime il potere che nasce della bellezza e dalla vanità. Ma, nonostante tutto, il significato più importante di un abito teatrale o cinematografico risiede nella sua essenza di maschera. La stessa che offre alla donna la possibilità di diventare altro da sé, mostrando un volto inaspettato e, alla fine, celarsi e nascondersi anche dal proprio sguardo. Perché, a volte, non c’è nulla di più consolatorio del diventare altro ed illudersi di poterlo essere per molto.

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