El ser querido (The Beloved) parte come un film sul cinema, ma diventa presto qualcosa di molto più doloroso: un racconto su genitori e figli, e su quanto chi ci è capitato come padre o madre possa influenzare il corso della nostra vita.
Al centro c’è Esteban, regista celebrato e vincitore di premi importanti, che dopo anni di distanza decide di richiamare nella propria vita Emilia, la figlia avuta da una precedente relazione. Il pretesto è offrirle il ruolo principale nel suo nuovo film, un’opera ambientata negli anni Trenta sul passato coloniale spagnolo nel Sahara occidentale.
Ma è chiaro fin dall’inizio che quel film è soprattutto un tentativo di ricostruzione privata. Esteban non sa parlare davvero con Emilia, non sa chiederle perdono, non sa affrontare il dolore che le ha causato. L’unico linguaggio che conosce è quello del cinema. E allora prova a fare l’unica cosa che gli sembra possibile: dirigerla.
Javier Bardem è vulnerabile e terrificante

A rendere El ser querido davvero memorabile è soprattutto Javier Bardem. La sua interpretazione è enorme, stratificata, inquietante. Esteban è un uomo pieno di fascino, intelligenza e carisma, ma anche di egocentrismo, rabbia e bisogno di controllo.
Bardem riesce a renderlo contemporaneamente vulnerabile e spaventoso. In certi momenti sembra un uomo sinceramente distrutto dal rimpianto, in altri diventa una presenza quasi minacciosa, capace di manipolare la figlia con una naturalezza terribile.
È questo il punto più forte del film: Esteban non è un mostro dichiarato, ma un padre incapace di riconoscere fino in fondo il male che ha fatto. Cerca il perdono, ma alle sue condizioni. Cerca un legame, ma dentro uno spazio che controlla lui. Cerca la figlia, ma solo mentre la dirige.
Bardem lavora su ogni microvariazione del volto e della voce, trasformando Esteban in un personaggio da cui è impossibile distogliere lo sguardo. Lo si detesta, lo si comprende, lo si teme. Ed è proprio questa ambiguità a rendere la sua prova così potente.
Victoria Luengo regge il confronto con grande intensità

Di fronte a Bardem, Victoria Luengo costruisce una Emilia piena di rabbia trattenuta. Il suo personaggio entra nel film del padre con un misto di desiderio, diffidenza e bisogno di resa dei conti. Non è semplicemente una figlia ferita: è una donna adulta che cerca di capire se sia ancora possibile ottenere una verità da qualcuno che ha passato la vita a riscrivere la propria versione dei fatti.
La scena del pranzo iniziale – diretta magistralmente – è fondamentale perché definisce subito il rapporto tra i due. Esteban prova a presentarsi come padre ritrovato, come uomo cambiato, come regista generoso. Emilia invece riporta a galla il trauma, il ricordo di un episodio dell’infanzia in cui lui era ubriaco e fuori controllo. Da lì il film diventa una lunga battaglia sulla memoria: ciò che lei ricorda come ferita, lui tenta di ridimensionarlo, negarlo, trasformarlo in equivoco.
È in questo scontro tra memoria e rimozione che El ser querido trova la sua materia più dolorosa.
Il set diventa un campo di battaglia emotivo

Sorogoyen usa il film nel film non come semplice cornice metacinematografica, ma come dispositivo di potere. Esteban dirige Emilia, ma in realtà cerca di controllarla, di educarla, di piegarla a una nuova immagine di sé.
Ogni scena girata sul set diventa così una prosecuzione del loro conflitto privato. Le indicazioni agli attori, gli scatti d’ira, le correzioni ossessive e i silenzi diventano strumenti di pressione emotiva.
Il momento più impressionante è una lunga sequenza di un pranzo all’aperto, in cui Esteban perde progressivamente il controllo davanti alla troupe. Sorogoyen trasforma la difficoltà di girare una scena in un’esplosione di violenza psicologica, mostrando quanto facilmente il mito del grande autore possa diventare abuso.
Il film è molto duro anche perché rifiuta qualsiasi idea romantica del cinema. Qui il set non è un luogo magico, ma un ambiente attraversato da gerarchie, ego, frustrazioni e rapporti di dominio.
Un dramma familiare più forte del discorso sul cinema

La parte più riuscita di El ser querido non è tanto la riflessione sul cinema, che per quanto importante resta comunque marginale, ma il dramma familiare che la attraversa. Il film parla di abbandono, alcolismo, memoria traumatica e bisogno di riconoscimento. Ma soprattutto parla del modo in cui i figli restano segnati dai genitori anche quando provano a emanciparsene.
Emilia non ha bisogno solo di una spiegazione. Ha bisogno che Esteban ammetta la realtà del suo dolore. E questo è molto più difficile, perché per farlo lui dovrebbe rinunciare all’immagine di sé che ha costruito per tutta la vita.
Sorogoyen racconta bene questa dinamica: il padre famoso, celebrato, idolatrato dal mondo esterno, può essere allo stesso tempo una figura devastante nell’intimità familiare. Il successo pubblico non cancella il fallimento privato.
Un film intenso, doloroso e a tratti commovente

El ser querido è un’opera tesa, nervosa, spesso scomoda. Non tutto funziona allo stesso livello: il film nel film, legato al colonialismo spagnolo, resta volutamente più sfocato rispetto al conflitto padre-figlia, e alcune dinamiche del set, come il rapporto con la direttrice della fotografia Pepa, sono raccontate in maniera troppo superficiale.
Ma quando Sorogoyen resta vicino a Esteban ed Emilia, il film colpisce con grande forza. È lì che emerge il nucleo più vero del racconto: due persone legate dal sangue ma separate da anni di ferite, risentimenti e versioni incompatibili della stessa storia.
Il risultato è un film sorprendentemente commovente, ma mai consolatorio. Un’opera che mostra quanto possa essere difficile chiedere perdono, ma anche quanto possa essere impossibile concederlo quando il dolore non è mai stato davvero riconosciuto.
El ser querido resta soprattutto il film di Javier Bardem: un padre vulnerabile e terrificante, un artista incapace di amare senza dirigere, un uomo che cerca di ricostruire un rapporto proprio attraverso lo stesso meccanismo con cui lo ha distrutto.
La recensione in breve
El ser querido (The Beloved) è un dramma teso e doloroso sul rapporto tra un padre ingombrante e una figlia segnata dalla sua assenza. Rodrigo Sorogoyen usa il set cinematografico come campo di battaglia emotivo, costruendo un film a tratti commovente e disturbante, reso indimenticabile da una performance gigantesca di Javier Bardem.
Pro
- Javier Bardem straordinario
- Rapporto padre-figlia doloroso e potente
- Grande tensione nelle scene sul set
- Victoria Luengo molto intensa
- Interessante riflessione sul potere dei registi
Contro
- Alcune dinamiche del film nel film restano meno sviluppate
- La parte metacinematografica non sempre si lega perfettamente al dramma familiare
- Qualche passaggio risulta volutamente estenuante
- Voto CinemaSerieTV
