Il film: Elisa (2025)
Regia: Leonardo Di Costanzo Genere: Drammatico, Carcerario, Psicologico
Cast: Barbara Ronchi, Roschdy Zem, Diego Ribon, Valeria Golino
Durata: 105 minuti Dove l’abbiamo visto: In concorso alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (versione originale in italiano e francese, con sottotitoli in italiano)
Trama: Elisa, trentacinque anni, è in carcere da dieci, condannata per l’omicidio efferato della sorella. Sostiene di non ricordare quasi nulla del delitto, come se la memoria avesse eretto una barriera tra lei e il passato. Inizia così un percorso di colloqui con il criminologo Alaoui, che la spinge a confrontarsi con la colpa rimossa e ad aprire uno spiraglio verso una possibile redenzione.
A chi è consigliato? Elisa è consigliato a chi ama il cinema d’autore rigoroso e introspettivo, capace di indagare la psicologia della violenza senza ricorrere al sensazionalismo. È meno adatto a chi cerca tensione narrativa, ritmo incalzante o un approccio più emozionale.
Presentato in concorso a Venezia 82, Elisa segna il ritorno di Leonardo Di Costanzo al tema del carcere, già centrale in Ariaferma. Questa volta, però, il regista sposta il baricentro dalla comunità di detenuti a un’unica protagonista: Elisa, interpretata da Barbara Ronchi, condannata a vent’anni per l’omicidio efferato della sorella.
Dopo dieci anni dietro le sbarre, la donna sostiene di non ricordare quasi nulla del delitto, come se un velo di silenzio avesse coperto le ragioni e le modalità del gesto. Il confronto con il criminologo Alaoui (Roschdy Zem) diventa così il cuore narrativo del film: seduta dopo seduta, tra domande e resistenze, la memoria di Elisa si incrina e lascia emergere la verità.
La fascinazione di Di Costanzo per il crimine

Il film nasce dall’influenza diretta degli studi di Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali, criminologi che hanno indagato l’agire violento al di là di marginalità sociali e patologie psichiche. Di Costanzo, che ha iniziato la sua carriera nel documentario, trasporta questo rigore accademico in un’opera che rinuncia a qualsiasi deriva sensazionalistica: nessuna spettacolarizzazione del delitto, nessuna ricerca del colpo di scena. Al centro rimane la domanda, quasi ossessiva: come può una persona “normale” trasformarsi in assassina? E soprattutto, come convivere con quella colpa una volta compiuto l’irreparabile?
Un’estetica trattenuta e a tratti artificiosa

Il linguaggio scelto dal regista oscilla tra rigore formale e freddezza emotiva. L’ambientazione in un istituto penitenziario svizzero, immerso tra chalet alpini e routine quasi domestiche, offre a Luca Bigazzi la possibilità di comporre immagini pulite, luminose, persino accoglienti. Ma a questa superficie estetica si contrappone una messa in scena intrappolata in dialoghi fitti e simbolismi a volte ridondanti.
L’impressione è quella di un cinema che privilegia la lezione morale rispetto al piacere narrativo, rifugiandosi in una seriosità un po’ artefatta che in molti come una delle fragilità ricorrenti del cinema italiano contemporaneo.
Il volto di Elisa e la voce della colpa

Barbara Ronchi affronta un ruolo arduo, fatto di silenzi, esitazioni e improvvisi squarci di memoria. La sua interpretazione è segnata da una sofferenza dignitosa, anche se non sempre convincente nei flashback in cui deve incarnare una Elisa più giovane. Al suo fianco, Roschdy Zem porta carisma e misura, incarnando un criminologo che diventa quasi la coscienza esterna del film, voce di una possibile redenzione. Tra i comprimari spiccano Valeria Golino, intensa madre di un ragazzo ucciso (che purtroppo ha un ruolo molto limitato), e Diego Ribon, padre devoto e spezzato, simbolo di una famiglia che sopravvive a fatica alle macerie del crimine.
Un film più concettuale che emotivo

Elisa non è un thriller, non è un melodramma carcerario, né un classico racconto di redenzione. È piuttosto un esperimento concettuale che indaga la psicologia della violenza con un approccio quasi clinico. Questa scelta gli conferisce coerenza e spessore, ma rischia anche di soffocare la tensione drammatica: troppi momenti restano intrappolati in conversazioni che sembrano più esercizi accademici che conflitti vitali. Ciò che resta è un film elegante e controllato, ma meno incisivo e coinvolgente di quanto il materiale di partenza avrebbe permesso.
La recensione in breve
Elisa è un film che esplora la psicologia della colpa e il confine sottile tra memoria e rimozione. Di Costanzo firma un’opera elegante e rigorosa, sorretta dalle interpretazioni di Barbara Ronchi e Roschdy Zem, ma a volte troppo fredda e concettuale per emozionare davvero. Un lavoro interessante sul piano intellettuale, meno sul piano narrativo.
Pro
- Regia elegante e rigorosa di Leonardo Di Costanzo
- Interpretazione intensa di Barbara Ronchi
- Roschdy Zem porta carisma e umanità al criminologo
- Fotografia suggestiva di Luca Bigazzi e ambientazione insolita
Contro
- Dialoghi troppo fitti e spesso didascalici
- Flashback poco convincenti sul piano emotivo
- Rischio di eccessiva freddezza e distanza dallo spettatore
- Una tensione drammatica che fatica a emergere
- Voto CinemaSerieTV
